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Andarsene
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Hasbun, Rodrigo

Andarsene

Roma : Sur, 2016

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Hasta la victoria siempre.

Leggo che Andarsene è “un denso, intrigante romanzo che unisce mirabilmente realtà storica e finzione letteraria. Un efficace montaggio di episodi e voci permette di seguire le vicende della famiglia Ertl dagli anni Cinquanta agli anni Settanta…”
Caspita!, mi dico. Hans Ertl, è quel cameramen tedesco al seguito della regista di regime Riefenstahl (nota per i suoi film di propaganda nazista, fra cui il famoso sui giochi olimpici del 1936, “Olympia”) infangato dal nazismo che negli anni Cinquanta lasciò la Germania e si stabilì in Bolivia con la famiglia: moglie e tre figlie. E Hans Ertl è il padre di quella Monika Ertl che si unì all’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale) dopo la morte di Ernesto Guevara, che nel ’71 attraversò l’Atlantico, si recò ad Amburgo per vendicare il guerrigliero ammazzando il console boliviano colonnello Roberto Quintanilla Pereira, responsabile dell’amputazione delle mani del Che dopo la sua uccisione. Due anni dopo Monika cadde in un’imboscata architettata da Klaus Barbie, amico di Hans, conosciuto nell’ambiente nazista come “macellaio di Lione”.
Leggo la sinossi. Troverò molto, penso. Realtà storica e finzione letteraria, racconto corale, saga familiare, storia di affetti e solitudini.
Credevo.
Invece…
Avete presente i “bigini” (bignamini per i dotti)? Ecco, sembra quella roba lì.
Più che un romanzo, un racconto. O il riassunto di un racconto.
Un bigino tiepido. Tendente all’algido.
Peccato.

«Non è vero che la memoria è un posto sicuro. Anche lì le cose si deformano e si perdono. Anche lì finiamo per allontanarci dalle persone che più amiamo».

Titolo originale dell’opera: Los afectos. Gli affetti. Andati.

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