Patrizia Bossoni

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Chi è morto alzi la mano - Fred Vargas

In una casa di quattro piani, nota nel quartiere come “topaia”, s’insediano Marc, Lucien e Mathias, tre storici squinternati e squattrinati. Armand Vandoosler, ex sbirro corrotto, zio e padrino di Marc li raggiunge. Una stamberga di quattro piani, un piano per ciascuno.
Sul fronte occidentale, nel giardino di Sophie, ex cantante lirica, una mattina compare un faggio. La donna si rivolge ai vicini per risolvere la “faccenda”. Poche settimane dopo la comparsa dell’albero Sophie sparisce. I tre “evangelisti”, chiamati dal vecchio Vandoosler san Matteo, san Marco e san Luca iniziano a indagare con l’aiuto dello zio.
Tanti misteri e qualche morto ammazzato. Dovrei rabbrividire e invece rido. Non sono depravata, non amo la violenza, non riesco a guardare film con spargimenti di sangue né leggere storie raccapriccianti. Il fatto è che a un certo punto i tre storici squinternati e lo zio sbirro canaglia hanno preso il sopravvento. E loro sono uno spasso.

Mi serviva qualcosa per alleggerire i “tomoni”. Ed ecco il gialletto fresco come la granita di limone che attenua la canicola estiva.
Sempre che non ci si faccia domande. Altrimenti la temperatura sale.

Palmiro - Luigi Di Ruscio.

Una lingua ibrida ed elevata, imperfetta e affascinante. Ha il sapore della terra, gli accenti del suo vicolo di Fermo, l’essenza degli ideali e della poetica più alta. Lui, scrittore “spatriato”, l’aveva portata con sé come un tesoro inestimabile. “Dove è il sottoscritto è anche tutta la nostra italianitudine. L’anima mia riempita dall’universo linguistico m’insegue caparbia.”

Il romanzo germinò sui manifestini delle elezioni non distribuiti e ammucchiati nella sezione del PCI. Iniziò a scrivere nel ’54. Nel ’57 emigrò. Nei primi anni ’60, tornato a Fermo per le vacanze, ritrovò quei fogli, li portò con sé a Oslo e riscrisse tutto. Così, nacque “Palmiro”. Fu pubblicato nel 1986.
In “Palmiro” c’è la sua vita e c’è un pezzo di Storia del Paese Italia, un’abbondanza di fatti e personaggi rocamboleschi (ispirati a persone reali, come ebbe a dichiarare lo scrittore), un susseguirsi di rabbiose quanto sarcastiche osservazioni e conseguenti riflessioni.
Luigi di Ruscio, “poeta operaio”, scrittore marchigiano figlio del sottoproletariato, emigrato a Oslo negli anni cinquanta. Lavorava in una fabbrica di chiodi; finito il turno, tornava a casa in bicicletta e si metteva a scrivere con la sua Olivetti.
La sorte non fu generosa con lui. Collezionò grandi rifiuti. Noto quello da parte di Calvino che rigettò un suo testo (“Verbale”) perché sconvolgeva il suo senso dell’ordine e della geometria.
Scrittore “irregolare”, ai margini del mondo e della Storia, lontano dalle etichette, scrittore che merita un posto d’onore accanto a tante altre grandi penne che in vita patirono la sufficienza di certi editori.
La sua è una scrittura ruvida, carnale, sanguigna, dissacrante, aggressiva, causticamente ironica, feroce ma con picchi di alta felicità e tenerezza.
Una di quelle scritture che non si scordano, che lasciano solchi profondi e grandi insegnamenti.

“Sino a che posso scrivere io vivrò. Scriverei anche se fossi capitato in un pianeta completamente abbandonato senza nessuna possibilità di far giungere a qualcuno la scrittura, e bisognerebbe scrivere come se uno si trovasse in una solitudine assoluta. Bisognerebbe scrivere di tutto quello che vedo come se lo vedessi per l’ultima volta.”

Io venía pien d'angoscia a rimirarti - Michele Mari

Recanati, 1813.
Là, dov’è la via che mena all’ermo colle, Orazio Carlo scruta nascostamente il fratello Tardegardo Giacomo, che in biblioteca “studia, legge, scrive, traduce, crea”. E pensa alla Luna. Ed è irrequieto. E ha un comportamento oscuro.
Orazio osserva e annota tutto sul suo diario.
Certe notti, quando le ombre s’allungano, succedon fatti spaventevoli, sanguinosi, bestiali.
Mentre da lassù guarda e illumina la terra bruna, “…la luce della Luna rivela il vero volto delle cose, rendendo smorto ciò ch’è vivo di giorno, e rendendo a vita ciò ch’alia luce del Sole par morto…”
La Luna ha tuttavia due volti, ora è Artemide ora Persefone, ora è pura ora contaminata, ora è regina del cielo ora degli inferi. La Luna influenza uomini e natura.
Due volti. Come l’uomo ch’è ora umano ora ferino, ora contemplativo ora brutale, ora limpido ora torbido. Ora è soave ora raccapricciante, ora saggio ora folle. Ora perfetto ora deforme.
Infine, “… l’uomo è la propria paura; se potrà attraversarla, se potrà viaggiare dentro di essa come in un paese straniero, allora quella paura sarà più bella, ed ei potrà riguardarla come una favola, o una animata pittura.”

Scritto di grande fascinazione. Capriccio così ben fatto da figurar veritiero.

Il contesto - Leonardo Sciascia

Parodia. Si fa per dire.
In un paese sconosciuto (ma non troppo) muoiono assassinati alcuni giudici. L’ispettore Rogas, uomo di grande rettitudine, è incaricato di indagare. L’attenzione cade su un certo Cres, condannato ingiustamente per il tentato omicidio della moglie.
Ingiustamente.
Qualcuno lo ha processato, giudicato, recluso.
Ingiustamente.
Potrebbero essere stati proprio quei magistrati vittime della mano omicida. Questa la pista che segue Rogas. Tuttavia, dall’alto arriva il “suggerimento” di spostare l’attenzione verso un gruppo di neoanarchici evangelici.
“- Eccellenza, mi pare che abbiamo abbandonato la pista giusta per seguirne una falsa. Dico per l’assassinio dei giudici.
Il ministro guardò Rogas con compatimento e diffidenza. Disse - Forse. Ma continuate a seguirla.”

Potere e corruzione. Potere e criminalità. Ecco il “contesto”, l’intreccio, la tessitura, l’unione delle parti, il concatenarsi di ordini e di eventi.
In un Paese figlio del Potere corrotto e corruttore.
Un Paese guasto. Si fa per dire.
Si dice.
È.

P.S. Caro Leonardo, comprendo perché iniziasti divertendoti e proseguendo il divertimento si spense.
Fossi qui oggi…

Fama tardiva - Arthur Schnitzler

Eduard Saxberger è un impiegato di mezz’età. In gioventù aveva pubblicato una raccolta di poesie: “Passeggiate”. Poi più nulla. La sua vita scorre tranquilla fra casa e ufficio, fra una scorsa al giornale e quattro chiacchiere scambiate nella locanda dove è solito trovarsi con gli amici. I giorni si succedono sempre uguali fino a quando un giovanotto gli si presenta: Wolfgang Meier, scrittore. Il ragazzo spiega che mentre curiosava da un antiquario, ha trovato il suo libro e dopo aver letto i primi versi, essendone rimasto profondamente colpito, lo ha portato a casa deciso a leggerlo e a rintracciare l’autore. Prima di accomiatarsi, Meier invita il “Maestro” a raggiungerlo al circolo letterario “L’entusiasmo”, luogo d’incontro di giovani artisti e intellettuali. È persino in programma una pubblica lettura e lui, naturalmente, sarà l’ospite d’onore. L’ego di Saxberger si espande, vibra, non si sente più il grigio impiegato ma un rinnovato cantore.
Basta l’ambizione a fare di un uomo un artista? I novelli scrittori che incontrerà sono veramente dotati o vestono soltanto il sogno della celebrità? Edward avrà l’attenzione che non ebbe in gioventù o ognuno la pretenderà per i propri scritti mostrando disinteresse per quelli degli altri?

A ben pensarci... quanti si scrivono e si leggono addosso, sordi e indifferenti agli echi altrui, convinti d’essere i migliori, gli unici supremi vati?
Ah, vanitas vanitatum et omnia vanitas!

Un certo Ezio Taddei, livornese - Massimo Novelli

… e un pensiero
ribelle in cor ci sta…

Ricostruzione biografica in movimento continuo, come fu la vita di Ezio.
Novelli viaggia alla ricerca di notizie, di persone che possano raccontare di Taddei o ne conservino gli scritti, di archivi che custodiscano un po’ della sua storia, luoghi che possano rivelare il suo pensiero. Il pensiero di quel certo Ezio Taddei, scrittore dei poveri, dei diseredati, degli abbandonati.
Quel certo Ezio Taddei che andava sempre a piedi con le sue scarpe rotte, che cercava un lavoro per le puttane che volevano lasciare il mestiere.
Quel certo Ezio Taddei che passò parte della sua vita nelle carceri e al confino, e che in galera studiò e lesse e fece lo sciopero della fame contro la circolare con cui si vietava ai detenuti politici di avere libri.
Quel certo Ezio Taddei che riuscì a fuggire, raggiunse l’America dove vide pubblicato il suo primo romanzo e poi fu rimpatriato come “indesiderabile”, perché dopo l’assassinio del suo amico Tresca ebbe l’ardire di denunciare intrighi tra mafia, polizia e politica.
Quel certo Ezio Taddei che tornato in Italia collaborò con l’Unità, pubblicò alcune novelle, qualche libro. Storie di vita vera, sofferta; storie di uomini, fabbriche, osterie, storie di fame e sogni di libertà.
Quel certo Ezio Taddei che a un certo punto non interessò più. Troppo scomodo, troppo libero. Chissà.
Quel certo Ezio Taddei, uomo dal cuore calpestato. Amato da qualcuno, da altri spregiato. Fra chi lo portò nel cuore, la sorella, Tirrena. Lei andava solo una volta l’anno a trovarlo al cimitero. Troppo triste.
“Però se lo sognava.
E se vedeva qualcuno camminare, da lontano, a volte gli pareva che fosse lui.
[…]
Tirrena dice che in certi giorni, scorgendo un altro che passava in una via, era come se Ezio gli comparisse davanti: proprio lui, gli stessi piedi con le scarpe rotte, i capelli ventosi, la giacchetta stracciata con le toppe.
Ma alla fine, guardandolo meglio, doveva riconoscere che era solo un vagabondo, un barbone, uno povero.
Uno come Ezio”.

Quel certo Ezio Taddei, nato a Livorno e morto a Roma.

P.S. Cercate e leggete Taddei. Fatelo rivivere.

Flatlandia - Edwin A. Abbott

Un colto quadrato ci racconta che nel bidimensionale universo mondo della Flatlandia le donne sono linee rette, i soldati e gli operai delle classi inferiori triangoli con base variabile; quando la loro base misura meno di un terzo di centimetro, i loro vertici sono così acuminati che è difficile distinguerli dalle donne. La borghesia si compone di triangoli equilateri. Professionisti e gentiluomini sono quadrati e pentagoni. L’aristocrazia si divide in classi, iniziando dagli esagoni fino a giungere ai poligoni. Su tutti domina la figura che ha un numero incalcolabile di lati, tale da somigliare a un cerchio: l’ordine sacerdotale.
È legge naturale che i figli maschi nascano con un lato in più del padre. In questo modo ogni generazione salirà di un gradino la scala gerarchica.
Le figure che presentano irregolarità geometriche sono incompatibili con la sicurezza dello Stato, pertanto vanno sistemate a dovere.
Le donne, all’ultimo posto della gerarchia geometrica della Flatlandia, sono pericolosissime: acuminate come sono, potrebbero perforare gli altri abitanti di questa terra. Ecco allora che per le donne ci sono regole specifiche. Nelle case hanno un ingresso sito sul lato orientale a loro uso esclusivo. Sono costrette, nei luoghi pubblici, a camminare emettendo il grido di pace. Da ferme o in movimento devono muovere senza sosta il deretano, da destra a sinistra. Se tengono alla loro vita è bene che si attengano ai precetti.
A creare confusione nel piatto mondo della Flatlandia è l’arrivo di una sfera che porta il buon quadrato a visitare il suo, di mondo: Spacelandia. Il nostro scopre così la tridimensionalità; dubbi e domande si affollano nella sua mente. Se esistono mondi a due e tre dimensioni, ce ne saranno altri a quattro, cinque, sei o infinite dimensioni. Ne parlerà, a suo rischio e pericolo, l’eresiarca!

Leggo che Flatlandia uscì anonimo nel 1882. Lo stesso anno della morte di Darwin. Una curiosa coincidenza, però leggendo il racconto di Abbott pensavo alla gerarchia geometrica di Flatlandia e al darwinismo sociale.
Charles, dagli una letta, se ti capita! E prima di dubitare che possa prenderti per i fondelli, fatti una risata, che ho riso anch’io, nonostante abbia trovato tanta similitudine con l’attuale società.

Volete visitare Flatlandia? Ecco il biglietto.
https://www.youtube.com/watch?v=tNDhjYQKWt4
Buon viaggio!

La quarta Italia - Joseph Roth

Il regno di Testapelata il dux, descritto da Joseph Roth per i lettori del quoridiano Frankfurter Zeitung.

Il catechismo del fascista recita così: «Io sono l’Italia, la tua padrona, il tuo Dio»; «Credo nel genio di Mussolini»; «E nel nostro Santo Padre, il fascismo, e nella comunione dei martiri»; «Nella conversione degli italiani e nella resurrezione dell’Impero…».
Alalà!
Poi c’è stato piazzale Loreto. Ah! Là! Là!
Amen.

P.S. Avrei goduto di cattiva cattivissima reputazione. Come tutto il parentado, del resto.

Un gatto alla finestra - Hans Tuzzi

La periferia di Milano si tinge di giallo. Dalla finestra del Colnaghi, ombre cinesi raccontano una storia di paura e mistero. Patrizia e Valeria, dal giardino, assistono allo spettacolo. E poi ecco l’incubo. E l’indagine va.

P.S. Lo dico inscì: a me l’Ambrogio Moroni è antipatico. To’.

Lettura veloce e lieve per alleggerire un po’.

Specchio delle mie brame - Alberto Arbasino

In un afoso e infuocato meriggio di fine estate, in terra gattopardesca, la pantera baronessa si trastulla l’istitutor. Oibò!
Lui è un banale Michele ma giovanottaccio e fustone, Madonna e san Francesco al collo, e smisurate erezioni in bella mostra “Oh!!! Che impressione!!!”
Nei mesi d’estate, con la scuola in vacanza, il banale e ben fornito Michele dà ripetizioni al secondogenito della baronessa un po’ porcella Fulco, che rischia (parola di mater familias) di diventare cieco, calvo, pazzo, paralitico, sifilitico, contrarre malattie apocalittiche, apoplettiche. Addirittura andare all’Inferno; che vien da dire sia il male minore.
Fra una premonizione catastrofica al pupo e un austero ammonimento all’impacciata figliola, la vogliosa Stefania e il banale Michele-sempre-pronto proseguono, a ruoli alterni, nelle porno-rappresentazioni sado e maso. Sempre a sipario chiuso.
All’arrivo di Judy Faggotty, istitutrice gallese, caruccia e atletica, chiamata per erudire la primogenita pingue Francesca, il banale Michele si strugge d’appetito per lei (l’istitutrice, si capisce), con effetti drammatici per la baronessa e le sue voglie. Come può mai pensare donna Stefania di replicare “specchio! specchio delle mie brame! dimmi! chi è la più bella dama del Reame delle Due Sicilie?”, quando al tacer dello specchio corrispondeva una mano misteriosa che schiudeva la finestra? Vi pare che l’ingorda baronessa non possa trovare soluzione? Eh già che la trova! La trova, la trova. E con vantaggi più che certi. Divertimento senza pudore. Purché non si sappia!
“Che piacer, che piacer, che sarà!
Ah, ah, ah; ah, ah, ah!
Che piacer, che piacer, che sarà!”

Ah! Inutile! Inutile, signore mie! Come recita il vecchio adagio: al kitsch non si comanda!
Non era così?

Pastiche gaudente, beffardo e pecoreccio, con citazioni disseminate. Qua e là, s’intende. E luoghi comuni sparsi e spersi tra il dire e il fare (c’è di mezzo il Michele).
Non divertitevi troppo. Anzi sì!

La virtù di Checchina - Matilde Serao

Matilde dichiarò al dux: “Io sono antifascista”. E tastapelata le inviò una fotografia che lo ritraeva accanto a un feroce felino, con tanto di dedica autografa: “A Matilde Serao perché decida quale delle due belve è la più feroce, e tuttavia con grande devozione e simpatia fervida, Mussolini”. Ma le sue manifeste posizioni non piacevano certo al duce. La punì ostacolandone la candidatura al premio Nobel, che fu invece assegnato a Grazia Deledda.

I Primicerio sono borghesucci. Lei, Checchina, trascorre la sua smorta esistenza subendo un marito - il dottor Toto Primicerio - taccagno fino all’osso, che mangia, dorme russando grassamente con la bocca aperta e la testa cadente su una spalla; e Susanna, la serva, che mal sopporta perché sempre sospettosa e bisbetica, dall’occhio indagatore di beghina.
Quando l’amica Isolina passa a salutarla, le parla delle sue storie d’amore segrete, si lamenta di quanto costi e quale tormento sia l’amore. All’insaputa del marito ha qualche amante e, insomma, non potrebbe darsi un poco da fare anche lei? Ché “L’amore è una gran bella cosa, Checchina mia”. Scostumata!
Poi arriva lui, il bel Marchese d’Aragona. L’ha invitato a pranzo il dottor Primicerio. Il marchese frequenta le famiglie nobili, dà del tu a tutte le principesse romane. Il marchese la saluta con garbo, le dedica attenzioni e complimenti, fa scivolare un bacio sul collo di Checchina. La invita a recarsi da lui mercoledì, dalle quattro alle sei. No, mercoledì! Venerdì, allora. Stessa ora.
E lei passa le notti assaporando il sogno d’amore e il giorno a fremere tra mille esitazioni. Però, com’è eccitante l’amore!
Infine decide. Andrà. Va. Non ha pensato al portinaio. E quello del palazzo dov’ella ha appuntamento, ha “brutto e brutale, una di quelle facce irriverenti che disanimano i timidi.”
Ah, Checchina, Checchina! Parliamo di virtù e invece era timore!

Matilde, avrei martellato il testone del dottor Primicerio coi tacchi sottili delle scarpette, e avrei cacciato un panno in bocca a quella bacchettona di Susanna. Ma mi sono divertita che non hai idea. Anzi, sì che ce l’hai!

Conservatorio di Santa Teresa - Romano Bilenchi

Quando si parla di romanzo non possiamo riferirci al numero delle pagine, né alla presenza di un intreccio. Un romanzo deve cogliere lo spessore della vita, che è fatta di oggetti e di eventi concreti, ma anche di sogni e d’immaginazione. L’importante è cogliere quei rari momenti di turbamento, di emozione in cui l’uomo riesce ad ascoltarsi vivere, a prenderne coscienza. (Romano Bilenchi)

Conservatorio di Santa Teresa uscì nel 1940. In poche settimane vendette più di quattromila copie. Per l’epoca, un successo. Bilenchi rifiutò la seconda stampa per ragioni politiche e per ribellarsi ai tagli apportati al romanzo dalla censura fascista.
In un’intervista, di esso affermò: “Conterrà molti difetti, tutto quel che vuole, ma se lo rileggo ora è l’unico mio libro che mi emozioni e mi sembra il mio libro migliore, anche se quando cominciai a scriverlo avevo soltanto ventisei anni ed ero molto, ma molto più asino d’oggi.”

Sergio è un bambino dal sentire amplificato, dalla fantasia sfrenata. Facile agli entusiasmi e altrettanto pronto a disperarsi.
Sergio contempla il mondo che lo circonda. Contempla la vita, quella della natura e quella degli uomini. Ne è attratto. E un po’ la teme.
Sergio è troppo adulto per i suoi anni. Sarà immaturo domani.
Sergio vive fuori del tempo, ma il suo scorrere lo porterà dal sogno al disincanto.
Sergio è emozioni mai gridate. E quando accade, è un grido improvviso e muto. È lo sguardo meravigliato, è la bocca spalancata per la gioia esasperata o l’angoscia soffocante.
Sergio è ricerca d’amore e paura dell’abbandono.
Sergio è una lacrima succhiata in fretta. È lo spavento di precipitare.
Poesia del disagio e del desiderio, Sergio rimane sulla pelle. Come la salsedine dopo che s’è salutato il mare. Solo che non se ne va sotto l’acqua che scorre. Resta.

Scrittura intima, pura. Onesta.
E bella, bellissima.

Pierre e Jean - Guy de Maupassant

Nel 1887 Maupassant inizia a scrivere Pierre e Jean, che realizzerà in soli due mesi, cogliendo spunto da un reale accadimento. Un amico ha ricevuto in eredità una somma notevole da un frequentatore della di lui famiglia. Pare che il padre di quest’amico fosse vecchio e sua madre giovane e bella. Non è un fatto così raro da destare sconcerto, ma lo scrittore inizia a riflettere sull’importante lascito e, fra una congettura e l’altra, si fa spazio l’idea che svilupperà nel romanzo.
Pier e Jean esce sulla “Nouvelle revue” del dicembre 1887 e del gennaio 1888, poi in volume edito da Ollendorff, con l’aggiunta di una prefazione (che fa scalpore) per raggiungere le trecento pagine, numero indispensabile per considerarlo romanzo.
Bastano le parole di Zola per capire cosa sia Pierre e Jean: “una meraviglia, opera di verità e di grandezza che non può essere superata”.

Al termine della familiare gita in barca in compagnia di Rosémilly, vedovella giovane e graziosa alla quale entrambi i fratelli dedicano le loro attenzioni, il notaio Lecanu comunica ai Roland che il signor Leon Maréchal ha lasciato tutti i suoi averi al figlio secondogenito, Jean. Pierre, stupefatto e geloso per la fortuna capitata al fratello, inizia a sospettare che la generosità del vecchio amico di famiglia celi una verità terribile e ripugnante. Ciò che scoprirà Pierre, uomo introverso, solo e smarrito, sarà causa di gravi e grandi sofferenze. Per lui. Sconterà una colpa che non gli appartiene. S’imbarcherà come medico di bordo sulla Lorraine, col cuore gonfio di rabbia e dolore, mentre gli altri lo saluteranno con l’indifferente cortesia che si riserva a un estraneo, per tornare subito dopo a riprendere la commedia della loro vita fatta d’ipocrisia, convenienze ed egoismo.

Guy, affiorano le tue paure e ossessioni. Le voci che ti volevano figlio d’un amore nascosto ti hanno perseguitato.
E colpisce sempre il tuo bisogno di vita, quella vita che hai morso e goduto forse per disperazione.
Mi piacerebbe poterti abbracciare.

Le ragazze di Sanfrediano - Vasco Pratolini

Siamo a metà del ’48 e a Pratolini servono lilleri. Nasce Le ragazze di Sanfrediano, storia del declino di un “piccolo Casanova di suburbio”.

Bob è così, un granello smargiasso. Il suo nome è Aldo, ma si chiama Bob perché somiglia (chissà s’è vero) a Robert Taylor, l’attore. Insomma, bello è bello, coi suoi baffini chiari.
Bob è il galletto di Sanfrediano. Le ragazze se ne invaghiscono e sognano di farlo ardere d'amore.
Mafalda, Tosca, Gina, Silvana, Bice e Loretta sono come le giovanette che riempiono le antiche novelle: “belle, gentili, audaci, sfrontate”. Tutte corteggiate da Bob; ognuna convinta d’esser l’unica.
Scoperto l’inganno, le fanciulle, trasfigurate in bellicose Erinni, si uniranno per dare una lezione al baffino rubacuori.
Ma Sanfrediano non può restare senza il suo dongiovanni. Così, calato su Bob che è tornato a essere Aldo, il sipario si leva su Fernando, che ora sarà Tirone.
E le ragazze torneranno a struggersi d’amor.

Ah, la prosa di Pratolini! Vasco. Come il mi’ babbo.

Lume lume - Nino Vetri

Svagatissima e umana scrittura, caleidoscopica nel suo procedere. Vetri spessi e colorati. Immagini incerte che si fanno di limpidezza assoluta.
Varchi la pagina, e sei in un altro mondo. Il mondo è una casa di ringhiera. Il mondo, come la vita, scorre, passa e va.
Nostra patria è il mondo intero. Nostra sorella l’umanità. Smettiamola di temere lo “straniero” più del nemico perché meno definito. Salviamo la memoria, condividiamo le culture! Uniamo coscienze e conoscenze.
Traduciamo Lume lume! ‘nceproblè!
C-așa-i lumea, trecătoare,
Unul naște, altul moare,
Ăl de naște necăjește,
Ăl de moare putrezește,
Lume, soră lume!

Ché è così il mondo: passa e va.
Uno nasce e l’altro muore.
E chi nasce ha sol disgrazie
E chi muore imputridisce
Lume, sorella lume!

P.S. Però, Nino che mi traduci “Quello che nasce si diverte/Quello che muore imputridisce”: quello che nasce non si diverte ma soffre. E “bucce di uova” e “clarino” (da musicista capirai) no se puede leer!
Ecco, l’ho detto. Ché io ci ho il sobbalzo facile. ‘nceproblè!
quello che nasce non si diverte ma soffre, e “bucce di uova” e “clarino” (da musicista capirai) no se puede leer!
Ecco, l’ho detto. Ché io ci ho il sobbalzo facile. ‘nceproblè!

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Doris Lessing

Biblioteca Centrale.
Ieri, mentre attendevo che mi venissero consegnati i titoli richiesti, ho scorso con lo sguardo i vari libri di Doris Lessing riposti sullo scaffale difronte al banco prestiti. È stato, il vostro, un gesto delicato e affettuoso in ricordo della grande donna e scrittrice che ci ha lasciati. Significativo. Grazie.
Volevo dirlo.

Riguardo le recensioni

Buongiorno,
piccola riflessione. A seguito della ricerca compaiono tutti i libri che risultano nelle varie versioni e sedi. Se ci sono recensioni, queste non sono legate al titolo bensì al libro che il lettore ha preso in prestito. Quindi per leggere le varie opinioni devo farlo scorrendo tanti libri quanti sono in catalogo (salvo che vi sia un solo libro oppure lo stesso libro con più commenti). Mi chiedevo se non fosse possibile legare i commenti al titolo e non al singolo libro in modo che siano disponibili per ogni versione del catalogo.
Spero di essermi spiegata chiaramente, che "casino" ne fo tanto
Grazie

P.S. Quello che fate è meraviglioso. Grazie grazie grazie!

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