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P37483
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La Dolce Linnea mi ha un po' delusa rispetto ad altre opere di Paasilinna lette in precedenza.
N.B.: la mia delusione probabilmente nasce da un pregiudizio ideologico, perché la storia in sé non è affatto mal costruita né spiacevole da leggere.

D.L. è una vecchiarda, vedova di un ufficiale finnico filonazista, del quale condivide i defunti ideali, senza peraltro capire una cippa di quel che condivide; l'idiozia della protagonista può costituire una attenuante ma non certo esaltarne la grandezza d'animo.
La tranquilla esistenza di D.L. è turbata dal nipote d'acquisto, violento e fulminato q.b., come il branco dei suoi amici, che sarei tentata di definire, un po' hitlerianamente, degenerati: e mi pare uno splendido esempio di contrappasso, collocato, anziché nell'inferno islamico o danteso, nella società scandinava fine anni '80, all'epoca ancora abbastanza opulenta e garantita e dotata di welfare. Però, qua e là, piano piano, si iniziano a sentire i primi inquietanti scricchiolii di tutto il baraccone.
Difficile empatizzare con chicchessia: nel tetro scenario hobbesiano la guerra tra poveri, la crisi, pane quotidiano nel sud europa di oggi, qui coniugata nel conflitto tra diverse generazioni, evolverà in un mors tua vita mea pesante da digerire.
Siamo alla visione - mi ricorda qualcosa di 'antico' - biopolitica della società: espulse le cellule malate il gran corpo sociale riprenderà la sua sanissima esistenza nell' ordine naturale ristabilito.
E pazienza se Goffredo Fofi, autore della postfazione, non è d'accordo.

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