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Mentre morivo
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Faulkner, William

Mentre morivo

Milano : Adelphi, [2000]

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Giuseppe Sirugo
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Capita che mi domando come nascono le novelle degli autori? E dopo aver letto qualche libro non trovo risposta, rimango col dubbio. Inizio a supporre che bisogna essere inclini a determinati hobby o professioni. Sarà pure che a me l’ignoranza in campo letterale trae facilmente il biasimare ciò che leggo: regola valevole un per tutti coloro che hanno scritto o scrivono fiumi e fiumi di parole. Nonostante ciò , anche questa altra volta, William Faulkner agli occhi del lettore si delinea come genio dell’immaginazione: non tanto quanto a una facoltà poetica, poeti migliori di lui ne esistono a bizzeffe, sia conosciuti come anche persone non famose ma che ugualmente scrivono e compongono poesie, specie in tutta quella zona povera del latino-america dove i giovani che vi abitano hanno più sogni nascosti che possibilità di realizzare fantasie di studio. Magari realizzare il tipico sogno di poter ottenere una dottrina, e alla coscienza della gente estranea comporre poesie solo a seguito della giusta disciplina; esprimo questo perché non credo ai colpi di genio e niente nasce dal nulla, a meno che sotto un profilo selettivo c’è un’ideologia superficiale. Per ogni determinata cosa ci potrebbe essere persino una vocazione. Ma è pure vero che qualsiasi creatività, immaginaria come materiale, tratta sempre un lungo processo di apprendimento.
Ovviamente Faulkner quanto a sceneggiatore e scrittore di romanzi non lasciò ombra di dubbio nell’avere avuto un talento letterale, confermato da una scrittura priva di costrizioni, libera nel suo contesto e molto ferrea nel tempo: caratterialmente, quanto allo stesso autore, sull’aggettivo letterale nacque una controversia, perché le volte che gli dicevano che le prose le scriveva letteralmente esso non era d’accordo! Lui ritenne che fu soltanto uno scrittore. E in determinato campo si fece la chiara idea che per avere un’attribuzione letterale sarebbe preferibile che l’interessato legga le critiche dei lettori. Quindi, stando a un’intervista che l’autore concesse, dato che lui fu solo uno scrittore non potette aver tempo sufficiente per la lettura delle critiche a lui scritte.
L’autore mostra nuovamente una capacità che indubbiamente è frutto di una libertà mentale: nel caso di questo libro per averlo composto in meno di due mesi è comprensibile che il talento di scrittore fu per prima cosa un’esigenza di vita. Probabilmente la traduzione del libro in lingua italiana lascia desiderare, potrebbe essere migliore la versione spagnola: Mientras agonizo. Ma quanto a un‘idea, il romanzo fu ben pensato: la stesura è molto libera, se si vuole anche sciolta dal nucleo familiare, che nel proprio contesto sarebbe la maglia della storia. È ricca di attenzioni. Inoltre la stesura venne scritta con alquanta maestria pratica, e non con una vera e propria tecnica. Riportando tutta una serie di figure ben concatenate tra loro, ma che, alla volta, questi componenti fra loro si possono slegate come se nulla fosse: ciò per avere l’introduzione della morte di una mamma all‘interno di un nucleo familiare. Da quel momento, da parte consorte, il sentito bisogno, nel dover portare l’emblematico cadavere nello stesso luogo dei familiari di lei.

Tutto nasce dal niente. L’autore ebbe il riferimento di un tetto nel mezzo di un campo sotto il quale dare spazio alla propria fantasia; copertura immaginaria che si mutò in un una stalla: frattanto per tutta la narrazione non mancano prose poetiche: prosa poetica che, dissolta alla narrazione, richiama l’esigenza primaria di ogni individuo. Ossia l’acqua. Il bisogno essenziale di dover bere. O chi sa, a volte il bisogno di dover piangere, forse a causa di una reminiscenza nostalgica. Per esempio:

  • Da bambino ho imparato che l’acqua prende un sapore molto più buono quando è rimasta per un po’ in un secchio di cedro. Trepida, con un sapore che ricorda leggermente quella del vento di luglio tra i cedri. […] E di notte è ancora più buona. Stavo sempre disteso sul pagliericcio, aspettando che tutti si fossero addormentati per potermi alzare e correre alla secchia.
È cosa retorica riscriverlo, vado a evidenziare ciò che per una mia morale atea è incomprensibile. Ma mi domando come fece un gran pensatore come l’autore a essere fedele, è un comportamento che non comprendo tuttavia. Negli scritti sovente menziona il nome di dio: cosa che fa scrivendo il nome del suo presunto creatore con la D maiuscola, proprio come se fosse un devoto cristiano. Sta di fatto che Faulkner nei libri il dio lo venera sovente, nonostante che con i personaggi fantasiosi allude a una derisione, per esempio:
  • Non dico di essere religioso. Ma la coscienza ce l’ho tranquilla, poco ma sicuro. Ho fatto qualche fesseria ma niente di peggio o di meglio di quelli che affermano il contrario, e so che il signore penserà a me come a qualsiasi passerotto caduto dal nido.
Pagina dopo pagina mentre si sommano gli avvenimenti s’insedia pure il soggetto femminile che andrà a morire, e che diede spunto al titolo del libro. Per esempio col monologo:
  • - Stai male Addie?
    - Non ho nulla.
    - Stai un po’ a letto e riposti. Lo sapevo che non avevi nulla. Sei solo un po’ stanca. Riposati un po’.
    - Non sono malata. Mi rialzerò.
    - Stai un po’ in riposo. Sei solo un po’ stanca. Riposati un po’.
Sembra proprio evidente che, a prescindere da come sarebbe seguita la storia insieme alle sue vicende, in questo monologo chi sia stato effettivamente stressato e avrebbe avuto bisogno di riposo è proprio l’autore medesimo: paradossalmente fra i due soggetti tende a essere una comunicazione delirante. D’altronde, il libro, decise di scriverlo nell’estate del 1929 e in sole sei settimane, durante un periodo coincidente ai riposi notturni della centrale elettrica per la quale lavorò.
Tuttavia la stalla in mezzo a un campo non è nemmeno parte introduttiva del racconto, perché in quella dimora ciò che maggiormente influenzerà la serenità del protagonista diventa anche il rumore di una sega al suo interno. Il racconto prende sempre più margine con tutte le sue sfaccettature. Tutto diventa inerente allo scritto con il quale Faulkner pensò di comporre il libro. Ogni passaggio di episodio a episodio, alcuni anche stravaganti, è evidente che vennero esposti letteralmente; anche in questa occasione, William durante un’intervista disse che il romanzo riuscì a scriverlo in brevissimo tempo perché aveva in mente da subito il concetto da imprimere.
La sintesi del romanzo potrebbe avere una profonda riflessione filosofica, c’è il concetto di morte. La fine di una vita. Ma non è neanche questo il punto, poiché questa fine per il vedovo si rivelerà come un inizio: nel contesto della narrazione questa morte serve a separarsi dalla parte introduttiva della storia per iniziare a divagare insieme al titolo "Mentre morivo". Ed è proprio quando il protagonista andrà a coprire a modo la compagna che è distesa nel letto, che il consorte stesso si accorge del decesso della moglie. [...] Dal momento che in casa c’è un cadavere tutto s‘ingigantisce. Lo stesso rumore della sega mentre taglia ceppi di legno assume un rumore assordante. Nella mente del protagonista inizia a prevale come uno stato depressivo, dove tutte le configurazioni intorno a esso sono amplificate. Anche l’odore di fieno per lui diventa nauseante. E immancabilmente da quello stato morale demoralizzante percepisce il bisogno di piangere, che ovviamente esprimerà con prose poetiche:
  • L’aria morta, calda e pallida mi soffia nuovamente in faccia. Potrebbe sistemate tutto se volesse. Ma non lo sa neppure. […] Riposa su di me, calda e morta, toccando le mie nudità attraverso i vestiti. Non sai cosa voglia dire preoccuparsi. Io non so casa sia. Non so se mi preoccupa o no. Se posso. Non so se posso piangere o se non posso. Non so neanche se ho provato oppure no. Mi sembra di essere un seme bagnato, sperduto nella terra cieca e ardente.
Si comprende da sé che la sofferenza in lui fu feroce: quando la bara sarà pronta metteranno dentro la moglie. Ma egli per parecchio tempo sa che non riuscirà a parlare! Perché, in quella volubilità dove nella sua mente tutto è ingigantito a dismisura, riuscì a vedere l’oscurità andare via: in verità tale impressione allude a una rinascita. Tale sensazione è interpretabile come affermazione favorevole, poiché, come il giorno che insegue la notte, appresso l’oscurità che svanisce potrebbe rispuntare nuovamente la luce.
Ben presto la bara dove inserire questa protagonista morta venne costruita. All’interno della stalla di famiglia e con la sega che in un momento di abbattimento emetteva un rumore assordante: non tardarono nel completarla con un ultimo chiodo, sia la cassa da morto che il coperchio. Fu finita di costruire prima che spuntasse l’alba di un nuovo giorno; a quel punto della lettura del libro da occasionale lettore ho percepito uno sconforto nei confronti del narrato, perché nella propria inconsapevolezza associai il titolo del romanzo a un abbattimento morale del protagonista principale. Chi sa cosa avrei voluto leggere nelle pagine seguenti? Forse un tormento viscerale da parte del vedovo. Invece, contrariamente a quanto dedussi, questo personaggio chiave che all’occasione fu assunto dal ruolo di un padre di famiglia, in quella situazione si rivelerà con la sola esigenza di rifarsi una vita insieme a un’altra donna. Non c’è nessuna forma delirio mentale, magari causato dalla perdita di un affetto della propria vita. Non fu niente di quello che in maniera riflessa pensai dal principio. Non esiste nessuna forma agonizzante. In ogni modo, se oggigiorno leggere determinati libri lo si fa per il solo gusto della lettura, o eventualmente per studio, ai protagonisti narrati c’è sempre da riconoscere una certa imposizione: non a caso, di quel remoto periodo dove prevaleva certamente la povertà, questo papà di famiglia dal lutto ne uscirà vittorioso presentandosi alla prole con una nova compagna. Semmai più non celando nemmeno che fu lui a rubare i denti alla ex compagna non vedente. Frattanto, decisero di mettere la defunta a l‘interno della cassa da morto: in questa occasione, il corpo del cadavere lo vestirono con l’abito delle nozze, mentre dentro la bara la misero con i piedi al posto della testa in maniera che il vestito non si sarebbe stropicciato. Dovevano recarsi a Jefferson, viaggio che con un carro avrebbe richiesto due o tre giorni: immancabilmente, in questa altra evenienza quando il sentiero per arrivare a destinazione cominciò a scendere, la bara iniziò a sfuggire dal carro, tipo fosse stata una slitta invisibile sulla neve. Non potettero fermarla e lasciarono che a l’interno del carro la bara si fermasse sola: a bara scoperchiata, la defunta era lì, rivolta a guardare il marito, col viso stravolto di rabbia e disperazione. Come se stesse dicendo al coniuge: "Vai al diavolo. Vai al diavolo! Tuttavia il marito da questa provocazione inflitta dalla ex moglie, per di più da un corpo al quale le funzioni biologiche cessarono già da qualche giorno, non andò a genio! Gli diede fastidio l‘espressione dell’ex compagna manifestata sul viso, anche se apparteneva a una persona ormai estinta; era cosciente che la compagna quando era in vita ammise di non essere stata una donna santa, ma nonostante l’ebbe perdonata da quella ingiuria espressa a l’interno della bara non tardò a render noto un’imposizione orgogliosa. Lasciando che tutte le vicende e le situazioni circostanti già accadute fossero nient’altro che una pagina del passato da riscrivere.
Concludendo, tutto sommato la narrazione è alquanto semplice da leggere, senza rompicapi da dover seguite. O al caso se richiede alcuna attenzione lo potrebbe essere con i dialoghi degli stessi protagonisti.

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