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Non ti riconosco. Un viaggio eretico nell'Italia che cambia
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Revelli, Marco

Non ti riconosco. Un viaggio eretico nell'Italia che cambia

Einaudi, 13/05/2016

Abstract: Un viaggio per tappe della mente e del cuore nell'Italia del boom economico, del sogno, della decadenza. Di pieni fattisi d'improvviso vuoti. Di momenti di caduta e stordimento, ma anche di grande condivisione e cambiamento. "Nel corso di questo lungo viaggio erratico tra le pieghe di un Paese sospeso, ho incontrato un'infinità di tracce di metamorfosi istantanea. Di futuri fattisi istantaneamente anteriori. Di promesse appena immaginate e già mancate. Di progetti iniziati e non terminati. E i segni di mappe che non valgono piú. Ma non riesco a considerarli simboli di un paradiso perduto".Un viaggio in Italia, da Torino a Lampedusa, sulle tracce di città e territori conosciuti, amati, e poi, a volte, perduti. Di luoghi dell'esperienza e della memoria che mutano nel tempo e nelle stagioni fino a "non riconoscerli piú", ma di cui non puoi, comunque, fare a meno. Di paesaggi familiari che giorno dopo giorno stupiscono, disorientano, promettono nuove frontiere. Cosí Torino, prima tappa del viaggio, è un luogo in cui può succedere di perdersi. Ci si può perdere non tanto nel centro, fissato dai recenti restauri in cartolina da consumare con i piedi e con lo sguardo piú che da abitare, ma già nella prima periferia dove i negozi chiudono e le vetrine cambiano volto: la gastronomia diventa un hard discount e la piccola gioielleria di quartiere inalbera la pacchiana bandiera del "compro oro". E ci si può perdere nella seconda periferia dove la scomparsa della grande fabbrica e la trasformazione della vecchia metropoli di produzione ha "sciolto" il paesaggio mutandone anima e corpo. Ma oggi Torino è anche Arduino: una "piattaforma hardware low cost programmabile" che sa innaffiare i fiori alle ore stabilite, guidare un drone in spazi chiusi, gestire un appartamento con il comando vocale. Una risorsa eccezionale open source messa a disposizione di tutti. Un simbolo del futuro. Il viaggio continua, attraversando la nostra penisola, percorrendo autostrade deserte o mescolandosi alla folla, incrociando le storie dei suoi abitanti e ascoltandone ricordi e sogni, accompagnati dal suono del vento negli ulivi o fra gli scogli di una piccola isola lontana. Cosí si scopre il paese abbandonato di Consonno, nel cuore della Brianza, certo il piú bizzarro ghost village italiano, una sorta di "Disneyland lombarda" o il quadrante orientale, il Nordest del grande balzo in avanti e del duro rinculo, o il distretto di Prato, alle porte di Lucca e Firenze, testimone di antichi saperi artigiani sfidati dall'Oriente. E le antiche cattedrali nel deserto del Sud: l'Ilva di Taranto, le industrie chimiche di Saline Joniche, il porto di Gioia Tauro, un bacino lunghissimo a forma di fagiolo protetto da enormi colonne di cemento, e una brughiera spoglia che ha sostituito piú di ottocentomila alberi: aranci, limoni, ulivi secolari. Fino a Lampedusa luogo di arrivo e di sbarco continuo di altre realtà. Porta di entrata e di uscita. Isola che nel suo perimetro breve contiene tutte le fini e tutte le speranze.

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Francamente mi aspettavo qualcosa di più: Revelli è preciso, documentato e partecipe nel raccontare le ragioni del suo spaesamento di fronte alle rovine materiali e morali d'Italia, ma, da lettore torinese, non riesco a condividere le speranze che l'autore ripone nel fatto che il futuro della nostra città possa rifondarsi su startup, stampanti 3D e piattaforme hardware open source.
Non per il valore intrinseco dei progetti e delle tecnologie, ma per un semplice fatto di sproporzione fra le forze in campo. Globalizzazione, finanziarizzazione, delocalizzazione ecc., i "fenomeni" che hanno travolto e praticamente cancellato la Torino di cui Revelli percorre mestamente gli sparsi resti, hanno anche dimostrato di poter fagocitare e addomesticare qualunque modello "alternativo", soprattutto nei settori dell'innovazione (il caso Linux/Android è esemplare). Quindi, per ben che vada, ci si può aspettare che quanto ha indotto Revelli a sperare possa costituire una nota a margine nella storia di qualche colosso transnazionale, ben felice di comprare la buona idea partorita nella versione torinese dei mitici campus della Silicon Valley. Che questo possa però contribuire a formare la nuova identità di una città è quanto meno opinabile, più probabilmente illusorio, anche in considerazione del fatto che si tratta di vicende che coinvolgono una sparuta minoranza di torinesi "da esportazione".

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