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Zorro
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Mazzantini, Margaret

Zorro

Milano : Oscar Mondadori, 2004

Abstract: I barboni sono randagi scappati dalle nostre case, odorano dei nostri armadi, puzzano di ciò che non hanno, ma anche di tutto ciò che ci manca. Perché forse ci manca quell'andare silenzioso totalmente libero, quel deambulare perplesso, magari losco, eppure così naturale, così necessario, quel fottersene del tempo meteorologico e di quello irreversibile dell'orologio. Chi di noi non ha sentito il desiderio di accasciarsi per strada, come marionetta, gambe larghe sull'asfalto, testa reclinata sul guanciale di un muro? E lasciare al fiume il suo grande, impegnativo corso. Venirne fuori, venirne in pace. Tacito brandello di carne umana sul selciato dell'umanità.

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Giuseppe Sirugo
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Ho letto questo libricino per caso, ignaro che esistesse. Stavo cercando El sombrero de tres picos, un altro libro comprato in Adeje, a Tenerife, che in passato ebbi modo di averlo letto già un paio di volte. Ma nonostante l’insistenza nel ritrovare quello in lingua spagnola dovetti rasserenarmi che non lo avrei più rivisto, il libro o lo rubarono molto probabilmente, o lo presero in prestito per farsene chi sa cosa. Tuttavia, nella casualità, fra le dozzine di volumi sparsi negli angoli della stanza ho notato un libricino che non mi apparteneva. Ed era per l’appunto il libro di Margaret Mazzantini.
Il racconto è distante da uno stile di Charles Bukowski, dove al caso del poeta statunitense venne raccontata l’america underground degli anni venti. Nonostante che in entrambi i casi i personaggi dei racconti vivono uno stato di precarietà. Però, l’abilità dell’autrice, se in maniera retorica attinse a un’esistenza vissuta per strada verosimilmente ai romanzi del poeta Bukowski, con un linguaggio diretto, violento e crudo Margaret Mazzantini al protagonista attribuì una profonda riflessione. Volendo anche irreale, ma dovuta al tanto tempo libero che Zorro acquisì dal momento che decide di cambiare stile di vita: il romanzo nel suo contesto è anche ironico perché il protagonista beffeggia quello stile di vita agiato che a sé non tornerà più.
Il libro è semplice e scorrevole da leggere. Lo si può consumare d’un fiato, senza pause. Quasi a non volerlo gustare dalla rapidità che si acquisisce pagina dopo pagina. L’abilità della scrittrice, umilmente, in maniera terra terra, mette il lettore di fronte alla notevole indifferenza sociale che si può notare fra le persone incontrate per strada.
La stesura scritta è un monologo, anche teatrale. Parla di un uomo che trovatosi al bivio della propria esistenza decide di vivere per strada: abbandonato tutto, la propria vita viene stabilita sulle panchine della città, presso la stazione dei treni. Come molti uomini che conducono ormai un’esistenza da eremita in passato pure il protagonista ebbe una casa, una compagna e un cane: questo stile di vita adottato dal personaggio principale, chiamato Zorro, gli consente di vivere eventi di strada mai programmati. Vive la propria esistenza da spensierato (cosa che mi fece provare anche un po‘ d‘invidia innocente). Avrà modo di osservare le persone con occhi diversi, sempre a causa della sua esclusione sociale: questa evenienza fa sì che etichetterà le persone con un minimo di confort come "cormorani", perché questi hanno un letto dove dormire mentre la sua vita non ha più né un tetto dove potersi riparare dal freddo tanto meno impegni sociali che avrebbero occupato il resto dei giorni vissuti su qualche marciapiede.

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