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Nessuno sa di noi
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Sparaco, Simona

Nessuno sa di noi

Firenze ; Milano : Giunti, 2013

Abstract: Quando Luce e Pietro si recano in ambulatorio per fare una delle ultime ecografie prima del parto, sono al settimo cielo. Pietro indossa persino il maglione portafortuna, quello tutto sfilacciato a scacchi verdi e blu delle grandi occasioni. Ci sono voluti anni per arrivare fin qui, anni di calcoli esasperanti con calendario alla mano, di sesso a comando, di attese col cuore in gola smentite in un minuto. Non appena sul monitor appare il piccolo Lorenzo, però, il sorriso della ginecologa si spegne di colpo. Lorenzo è troppo corto. Ha qualcosa che non va. Nessuno sa di noi è la storia di un mondo che si lacera come carta velina. E di una donna di fronte alla responsabilità di una scelta enorme. Qual è la cosa giusta quando tutte le strade portano a un vicolo cieco? Che cosa può l'amore? E quante sono le storie di luce e buio vissute dalle persone che ci passano accanto? Come le ricorderanno le lettrici della sua rubrica e le numerose donne che incontra sul web, Luce non è sola.

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Giuseppe Sirugo
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Ugualmente ai contenuti degli altri libri dell’autrice questa narrativa l’ho trovata ben curata. La tematica stessa, prima della sua pubblicazione, probabilmente fu alquanto analizzata: esprimo tale concetto, non per aggregarmi alla massa di lettori che avranno sommerso di complimenti l’emergente scrittrice Simona Sparaco; se non in modo abbondante, manifestare un’ammirazione su cose o persone è sempre piacevole, sia per un uomo che per una donna, come anche per non cedere a un’apparente conflitto interiore che in primo luogo toccherebbe con una delusione le aspettative di chi scrive, sino a coloro che sono andati a comprare il libro in questione. L’opinione di una tematica ben curata, quindi analizzata con molta diligenza, lo è perché la stesura non l’ho trovata affatto scorrevole da leggere. Forse mi diede più a meditare, specie la prima parte del libro. Nonostante che l’argomento tendenzialmente al femminile è interessante: detto ciò, stando a una rappresentazione propria, non è detto che un indumento dal color rosa possa essere solo per donne; diversamente, indossare sul proprio corpo abiti con una tinta viola non significa che è mancato qualche familiare. [...] Durante prime decine di pagine, in un primo approccio, assimilai un senso di colpa: non riuscì a farmene una ragione. Però, sapevo che sarei dovuto andare oltre, dovevo finir di leggerlo. In me prevalse un sentimento di negligenza, che non avrei potuto attribuire nemmeno a una donna che nella propria vita sentì la necessità di diventare madre: dopo quelle che sono state, e che saranno le scoperte scientifiche, penso che essere genitori sia la cosa più naturale al Mondo. Un bisogno che se c’è, ed è vivo nei pensieri della quotidianità delle persone, avrebbe il diritto che sia esteriorizzato, specie in un sistema complessato come il nostro. Probabilmente per vivere un poco meglio. O chi sa, magari un po’ più in armonia con la società cittadina. Non solo, perché diventare mamma e papà dovrebbe essere anche una maniera come un’altra per stare concordi con la propria coscienza. Luce, la protagonista principale del romanzo, sente il bisogno di maternità. E come ogni futura mamma, è giusto che sarebbe andata a fondo con le proprie ragioni.
Superato il senso di colpa percepì l’affetto familiare. Facilmente, un affetto che in apparenza varcò l’immagine materna di Luce, per cercare poi l’affezione della nonna: in questa altra occasione, non ho capito se Luce era proiettata su quella che sarebbe stata la saggezza delle persone più adulte; se non a scopo di lucro, i consigli delle persone anziane potrebbero essere ricchi d’esperienza. In quel contesto, immaginai che la protagonista fosse una pedina. Tuttavia, non si sarebbe potuto parlare neanche del gioco di dama: le pedine sono tutte uguali e in base alla loro posizione possono variare il ruolo, per cui muoversi. Quindi Luce, che di suo aveva vissuto già un terzo di vita, cercava la propria serenità figurativa. Quello che sarebbe stato poi il suo futuro! Come non farlo, se non con un riferimento affettivo di ugual valore, nonno o nonna che possa essere. Ho capito l‘incastro, penso. Ma fu una cosa vaga, una sensazione astratta che passo rapida per la mente, perché quando dalla testa allontanai l’esempio delle pedine del gioco dama e m’invogliai col leggere altre pagine sono caduto nel vuoto più totale; ero lucidissimo mentalmente, nonostante che la testa vagava nel nulla e i miei occhi continuavo a leggere, tipo per abitudine. Quindi feci cosciente me stesso che non stavo affatto vivendo uno stordimento, o un flashback. Anche perché non essendo stato mai un fumatore l’ultimo spinello di erba fu fumato nel 2001: in quel periodo, la marijuana era allucinogena, e non ebbi il controllo della situazione per diverse ore. Promisi che non mi sarei più stordito. Ma ho peccato, non fui fedele a quanto pensato, scusando quella seconda violazione morale col banale fatto che l’erba era psichedelica. E, in quella situazione di euforia, non potevo essere affatto il giudice delle mie azioni future.
A quel punto, avevo poche opzioni, in verità non più di due: o iniziare a leggere qualcosa di diverso, che sarebbe bastato anche un altro libro di Simona Sparaco, in maniera di distrarre le attenzioni nei confronti di Luce. Oppure, scrivere alcunché. Ma in quegli istanti chissà cosa avrei voluto esprimere, magari una futile e relativa recensione, giusto per aggregarmi alla cerchia di persone che infastidiscono con complimenti gli autori. Non ci volle molto tempo, ho optato per la seconda opzione.
La scrittrice suggestiona, immagino. Ma, quando iniziai a scrivere capisco che avevo a che fare con una voragine interiore: non da parte mia, poiché se dipendeva da me era per deficienza, ed era una cosa normale. Questa mancanza proveniva da parte di Luce, o a volte dell’autore stesso. Che in ogni modo, si comprende da sé che questo ipotetico vuoto fu colmato dagli studi. E il libro Nessuno sa di noi è qualcosa di coltivato. Tipo un frutto. Però non sapevo da dove cominciare. Della protagonista, inizialmente, trapela che è una cristiana fedele, magari praticante. Mentre io sono un fottuto ateo. Così ho preferito continuare a leggere nuovamente contro ogni intenzione. Ed ho riscontrato che il figlio della protagonista avrebbe potuto avere anomalie fisiche: fra le pagine del libro, l’autrice incarna l’esigenza di maternità di una donna. Eventualmente, Luce non dà importanza alle complicanze dei nove mesi di gravidanza, poiché quello che maggiormente vuole è che la propria creatura stia bene. Al proprio figlio desidera dare la serenità e una famiglia. Quindi non farlo sentire diverso da tutti gli altri bambini. Però i sogni e le aspettative della futura mamma s’infrangeranno, purtroppo: ormai pronta a interrompere la gravidanza, in quella circostanza, Luce avrebbe desiderato veramente avere la mamma al proprio fianco, percepì persino la presenza materna. Ma fu solo il miraggio reso da uno strazio mentale. Ormai era assecondata dalla decisione di abortire, tutto il resto intorno a lei faceva da contorno. […] Da quel momento in poi fu quella la realtà: un desiderio che si mutò in un sogno infranto, lasciando a ogni donna una cicatrice indelebile.

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