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Palmiro
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Di_Ruscio, Luigi

Palmiro

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Una lingua ibrida ed elevata, imperfetta e affascinante. Ha il sapore della terra, gli accenti del suo vicolo di Fermo, l’essenza degli ideali e della poetica più alta. Lui, scrittore “spatriato”, l’aveva portata con sé come un tesoro inestimabile. “Dove è il sottoscritto è anche tutta la nostra italianitudine. L’anima mia riempita dall’universo linguistico m’insegue caparbia.”

Il romanzo germinò sui manifestini delle elezioni non distribuiti e ammucchiati nella sezione del PCI. Iniziò a scrivere nel ’54. Nel ’57 emigrò. Nei primi anni ’60, tornato a Fermo per le vacanze, ritrovò quei fogli, li portò con sé a Oslo e riscrisse tutto. Così, nacque “Palmiro”. Fu pubblicato nel 1986.
In “Palmiro” c’è la sua vita e c’è un pezzo di Storia del Paese Italia, un’abbondanza di fatti e personaggi rocamboleschi (ispirati a persone reali, come ebbe a dichiarare lo scrittore), un susseguirsi di rabbiose quanto sarcastiche osservazioni e conseguenti riflessioni.
Luigi di Ruscio, “poeta operaio”, scrittore marchigiano figlio del sottoproletariato, emigrato a Oslo negli anni cinquanta. Lavorava in una fabbrica di chiodi; finito il turno, tornava a casa in bicicletta e si metteva a scrivere con la sua Olivetti.
La sorte non fu generosa con lui. Collezionò grandi rifiuti. Noto quello da parte di Calvino che rigettò un suo testo (“Verbale”) perché sconvolgeva il suo senso dell’ordine e della geometria.
Scrittore “irregolare”, ai margini del mondo e della Storia, lontano dalle etichette, scrittore che merita un posto d’onore accanto a tante altre grandi penne che in vita patirono la sufficienza di certi editori.
La sua è una scrittura ruvida, carnale, sanguigna, dissacrante, aggressiva, causticamente ironica, feroce ma con picchi di alta felicità e tenerezza.
Una di quelle scritture che non si scordano, che lasciano solchi profondi e grandi insegnamenti.

“Sino a che posso scrivere io vivrò. Scriverei anche se fossi capitato in un pianeta completamente abbandonato senza nessuna possibilità di far giungere a qualcuno la scrittura, e bisognerebbe scrivere come se uno si trovasse in una solitudine assoluta. Bisognerebbe scrivere di tutto quello che vedo come se lo vedessi per l’ultima volta.”

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