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Marilyn Monroe
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Wolfe, Donald H.

Marilyn Monroe

Milano : Sperling & Kupfer, 1999!

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Giuseppe Sirugo
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Il libro è interessante. Tal volta è l’abilità dello scrittore che riesce a catturare l’attenzione di chi legge, mentre altre volte sono io stesso che come lettore occasionale riesco a innamorarmi dei libri delle star. Il certo è che su questo volume Donald H. Wolfe come suo drammaturgo prestò molta attenzione. Sotto molti aspetti è riuscito a render completa l’ex vita travagliata di Marilyn Monroe: probabilmente riuscendo a fare anche uno dei libri del XX secolo dei più famosi.

Durante l’infanzia pare che la nonna dell’attrice abbia tentato di soffocare la giovane Norma Jeane Mortenson con un cuscino. Diversamente, da una versione della scrittrice Jackie Collins non si sarebbe trattato di un cuscino ma di una trapunta: in ogni modo, eventuali versioni sono parte aggregate o cambiate e si hanno avuto prima del cinquantesimo anniversario della morte dell’attrice. Cosa che allo scrittore non sfuggì. Il libro a sé sembra una denuncia dove la stesura potrebbe scoraggiare quello che poi è un racconto di vita, di sesso, di tradimento, di fama mondiale e di morte: almeno stando a un pensiero concorde a quello che la mente del lettore vorrebbe concepire con la lettura di un genere specifico.
Le prime 100 pagine nella loro relativa ambiguità tendono a tradire l’attenzione del lettore. Da lì in avanti, pagina dopo pagina l’inchiostro impresso in maniera dettagliata andrà a riempie la vita di un’icona mondiale, come per esempio: il pianoforte bianco, il matrimonio, il nudo sul calendario, etc. Sino poi ad arrivare agli ultimi giorni di vita, fondamentalmente il fulcro medesimo del libro: successivamente la teoria della morte in altri libri venne rivista e diversificata. Dove l’attrice è stata uccisa sotto richiesta e del proprio psicanalista. Nondimeno, sul libro attuale, l’enigma di Donald H. Wolfe rimane uno: Marilyn Monroe morì a causa di un sovradosaggio di pillole in modalità accidentale, o di per sé come atto di suicidio.

La realtà della sua morte nel libro è qualcosa di più complesso tuttavia, anche analitico volendo. Stando al dottore Sidney S. Weinberg, ex Chief Medical Examiner della contea di New York, il decesso di Marilyn è incoerente con la ode di una morte per ingestione di una grande quantità di barbiturici: un test microscopico effettuato ed esaminato dal contenuto gastrico non mostrò cristalli refrattari. In quanto ogni farmaco ha la propria forma cristallina che è individuale. Quindi il dottore non ha potuto trovare assolutamente prove evidenti di pillole nello stomaco o nell'intestino tenue. Diversamente, per quanto si potette vedere in casa, le prove delle bottiglie delle pillole evidenziarono il fatto che aveva potuto inghiottire quarantadue, cinquanta nembutal. Un gran numero di pillole di idrato di cloralio: una quantità di barbiturici che avrebbe potuto uccidere pure una quindicina di persone. […] Da questo passaggio sulle possibili cause di morte lo scrittore esplora nuovamente le teorie alternative che hanno circondato il decesso dell‘attrice. Al caso approfondendo le possibilità medesime.
Infine, nell’ultimo capitolo, con l'abilità di un giornalista Donald H. Wolfe ricostruisce una linea temporale dell’evento accaduto la sera del 4 agosto 1962. Lo fa con la maestria di un romanziere di gialli. Tipo stesse costruendo un thriller. Lasciando un profondo messaggio sulla morte di un’icona mondiale: il decesso come mai sino alle prime ore del giorno 5 agosto 1962 non fu segnalato. E solo all’alba del giorno dopo la notizia precipitò in maniera prepotente a Los Angeles.

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