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Mokusei
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Nooteboom, Cees

Mokusei

Milano : Iperborea, [1994!

Abstract: Il tema della ricerca dell'altro e dell'altrove viene approfondito dall'autore in questo breve romanzo. Un fotografo olandese va in Giappone per fare un servizio fotografico. Da sempre attratto dalla civiltà orientale, l'approdo al nuovo mondo costituisce per lui una doppia scoperta: quella di un luogo che non conosce e che non corrisponde a quello che si era immaginato e quella della grande passione. Ai suoi occhi Mokusei-Maschera di neve-Satoko è una donna tanto enigmatica e dalle tante maschere e sfaccettature quanto il suo paese. Tra i due nasce un amore travolgente destinato a una fine inevitabile: non si può raggiungere e afferrare quello che non si può conoscere, che rimane distante perché lontano e diverso.

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“Entrando in contatto con lei si entrava in contatto con epoche perdute, con qualcosa che non esisteva più e mai più sarebbe tornato.” E’ questa estraneità alla dimensione del tempo e dello spazio la misteriosa essenza di Mokusei, la donna di cui si innamora perdutamente Arnold Pessers, fotografo olandese partito per il Giappone con l’incarico di realizzare un dépliant turistico, ma in verità alla ricerca di quell’altrove dove “si trovasse qualcosa che era scomparso da ogni altro luogo”, dove un’astratta idea di bellezza, di purezza, di spiritualità fosse sopravvissuta incontaminata alle leggi della trasformazione, al degrado della barbarie e della volgarità di cui è ovunque incrostata la concretezza del reale. Enigmatica e impenetrabile, incarnazione di quell’enigma che resta il Giappone stesso per l’europeo, distante e irraggiungibile, Mokusei porta Arnold in quell’altrove, in quel luogo dove presente e futuro sono cancellati, dove l’intensità della vita si fa così densa che il tempo cessa di scorrere. “Una storia d’amore” è il sottotitolo di Mokusei, ma in realtà poco è detto di quella storia: di un grande amore, “questa parola impronunciabile, avvelenata di banalità”, non c’è niente da raccontare: restano solo immagini, attimi che l’occhio del fotografo fissa nel ricordo o sulla lastra fotografica. L’immobile durata della passione, che si oppone al doloroso consumarsi dell’esistenza nel suo disordinato e frammentario fluire, è racchiusa fra due fotografie identiche, scattate a cinque anni di distanza: lo stesso fotografo, la stessa donna, lo stesso monte Fuji sospeso rarefatto e immateriale in lontananza, la stessa grigia giornata d’autunno: “Nemmeno sui provini fu poi possibile rendersi conto che la donna lì ritratta era invecchiata di cinque anni”.
http://iperborea.com/titolo/42/

Più che un libro lo definirei una fotografia. Da leggere, con calma, assaporandone ogni aspetto. Come steste gustando un tè bancha.

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