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Qui pro quo
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Bufalino, Gesualdo

Qui pro quo

Milano : Bompiani, 1991

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Ho scoperto un nuovo (e s-folgorante) colore: il giallo Bufalino.

Affermava lo scrittore: “Dev’essere una sindrome di colpevolezza. Appena finisco di scrivere un libro, penso subito a giustificarmene. Stavolta no. Troppo evidente è che è scritto per gioco; ghiribizzo, capriccio, passatempo, scommessa. Non nasconde nulla. È un ghiribizzo mentale”.

Il castigo del marmoreo Eschilo s’abbatte sull’editore (di gialli) Medardo Aquila. Ironia della sorte!, pensare che un’aquila, all’epoca, scambiando l’antico drammaturgo per un masso, l’aveva freddato fracassandogli sul cranio una testuggine.
Il trapassato Medardo, anticipando il truce fattaccio, aveva redatto delle epistole per guidare le indagini future. Guidare. Si fa per dire. Aquila di nome e di fatto.
Tutti gli invitati/attori, ospiti prigionieri delle Malcontente, sfilano sul palcoscenico della residenza balneare dell’estinto. Ognuno ha la sua parte. Soprattutto lei, Esther Scamporrino, alias Agatha Sotheby, voce narrante, aspirante scrittrice, nonché segretaria dello scomparso al quale aveva da poco sottoposto il suo inedito, intitolato Qui pro quo. Lei, delusa e rancorosa, non resiste tuttavia a promuoverlo, da “pagliaccio” a “caro pagliaccio”, grazie a un “codesto” anziché “questo” in chiusura di missiva. Ché lo stile fa la differenza.
Si srotolano parole e dubbi. S’indaga, sul luogo del fattaccio disseminato d’innumerevoli rimandi e citazioni da scoprire.

Narrazione dell’in-concludenza, divertissement che non manca di riflessioni.
Un romanzo-medicina. Ha fatto bene a lui, così come lo fa a noi.
Ah!, che bel leggere!

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