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Un giorno di festa
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Swift, Graham

Un giorno di festa

Vicenza : Pozza, 2016

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Giorno di festa. Coito e post coito.

Coito.
Ha pensato a tutto, Paul. Persino al contraccettivo (diaframma, tenete a mente). La giovane Jane, cameriera trovatella a servizio della famiglia Niven, da qualche anno ha una relazione col rampollo di casa Sheringham. Prima la pagava, poi promossala “amica” ha evitato la spesa. Lui risparmia, e lei non si sente più una prostituta. In fondo, “Amica, [è] meglio ancora che amante”. E di amanti ne avrà un buon numero in seguito, quando sarà a Oxford: “Tanti: di questo avrebbe fatto un punto d’onore”.

E veniamo al 30 marzo 1924, Mothering Sunday. Eccola arrivare, la nostra Jane, in bicicletta. Varca il cancello e pedala lungo il viale d’accesso, tra limoni e narcisi. Questa volta non passa dal retro, ma dall’ingresso principale. La casa di Upleigh è vuota. La famiglia è fuori a festeggiare l’imminente matrimonio fra Paul e Emma Hobday. Le domestiche sono state accompagnate alla stazione dal giovanotto. Trascorreranno la giornata con le rispettive famiglie.
La conduce, o meglio, la spinge su per le scale. Raggiunta la stanza da letto, Paul spoglia la giovane mentre lei, ferma, osserva quella stanza fino a ora sconosciuta. Sdraiati sul letto, nudi, immobili, l’una accanto all’altro fissano il fumo delle sigarette, col cinguettio che arriva dal giardino e rompe il silenzio della casa deserta. Per lei, convinta di una “perfetta politica della nudità” che cancella le gerarchie, è un momento magico. Un momento di pace e incanto che difficilmente una servetta può conoscere. E qui, per non tediarci con troppa poesia, ecco che mr Swift le fa sbatacchiare “via la cenere dall’uccello ancora umido” di Paul.

Post coito.
A questo punto, i termini nudo, nudi, nudità comparsi già una decina di volte, si replicano per altre trenta e più. Il buon Graham teme che ci dimentichiamo, o che non ci sia chiara la loro condizione di nudità. Lo stesso vuole che rammentiamo l’orfanitudine di Jane (e pensate un po’!, nonostante sia cresciuta in brefotrofio, si rivela essere creatura “tutt’altro che priva di intelligenza e spirito d’iniziativa. Era venuto fuori che la ragazza sapeva leggere molto meglio di quanto fosse richiesto a una cameriera, scrivere ben più di una semplice lista della spesa, e anche fare di conto”); si adopera, mr Swift, perché non cadano nell’oblio le numerose “emissioni notturne”, prodotte in solitudine o in compagnia. Ha cura che non scordiamo quelle macchie. Tiene altresì a ricordarci, svariate volte, il diaframma o cappuccio che il magnanimo Paul ha procurato alla giovane domestica.
Mentre il seme di Paul abbandona Jane, con notevole sgocciolio tra le gambe (ci spiega che è per il diaframma), il giovane si veste, lentamente, e non prima che l’egregio autore abbia largheggiato sulla di lui nudità. Nel frattempo lei rimane sdraiata sul letto. Nuda.
Paul se ne va nel primo pomeriggio, Jane approfitta per visitare (nuda) la casa. Entra in biblioteca e stringe al petto (nudo) un libro di Stevenson, raggiunta la cucina, si siede (nuda) e consuma il pasticcio messo da parte. Beve birra. All’improvviso si sente miserabile, senza niente addosso. Rutta rumorosamente (giuro!) e torna di sopra per rivestirsi. Infine esce, inforca la bicicletta e si avvia verso casa Niven. L’incontro amoroso è finito. Jane, consapevole che non ne seguiranno altri, pedala.
E qui… bombshell!: “Aveva ventidue anni. Con il vento che le sollevava la gonna, e le stuzzicava il diaframma.” (riferito al contraccettivo succitato).
Ora, anche ipotizzando una sella col buco intorno (come la famosa menta), un organo genitale somigliante al traforo del Monte Bianco e un vento potente come una tromba d’aria, vi pare verosimile?

Stringendo: gli eventi si susseguono e si giunge al termine, passando per il cambio importante nella vita di Jane. Il trasferimento a Oxford, il suo lavoro come commessa in una libreria, dove di giorno in giorno i libri le diventano sempre più familiari, così come lo divengono i clienti: “Cominciò a frequentarne alcuni, a uscire con loro, perfino ad andarci a letto, e non sarebbe stato errato affermare che era esattamente ciò che aveva sperato, e in qualche modo previsto. Se non era potuta “andare a Oxford” nel senso che comunemente veniva associato all’espressione, tanto valeva che diventasse intima di chi godeva di quel privilegio. Sarebbe stato addirittura possibile sostenere che si muoveva nella cerchia universitaria con molta più libertà, e riscuotendo molto più successo, di tanti poveri sgobboni che dell’accademia facevano parte a tutti gli effetti. Riusciva perfino a spacciarsi per un esemplare di una specie rara quanto spaventosa: le studentesse universitarie.”
Infine la gloria.
Lunga la vita di Jane. Corto (per fortuna) il racconto.

Voleva essere una narrazione sulle convenzioni sociali, sugli strascichi della Grande Guerra, sull’emancipazione, l’indipendenza, i sogni, le aspirazioni, l’amore per le parole? Voleva essere un omaggio alla lettura, alla scrittura? Ai romanzieri citati, primo fra tutti Conrad? Poteva esserlo. Invece no.
Ripetitivo fino al fastidio. Tutto per superare le cento pagine e renderlo vendibile?
E ho percepito uno sgradevole velato “invito” al giudizio nei confronti di Jane. I passaggi sulla giovane domestica/giumenta, che ho riportato, sono alcuni esempi. Su Paul lo stallone, perché “non c’era alcun dubbio che lo fosse”, nulla da dire. O al limite si potrebbe, con un sospiro, borbogliare per “tutte quelle emissioni sprecate”.

P.S. Il 30 marzo 1924, era veramente domenica. È anche l’anno della morte di Conrad, che a Jane piace tanto (lo immagina persino - il vecchio Joseph - disteso al suo fianco. Nudo, naturalmente).
Su su, che a cercare qualcosa si trova. Leggete Conrad. E gli altri scrittori citati.
Tutto quel Modigliani in copertina sprecato…

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