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La violetta del Prater
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Isherwood, Christopher

La violetta del Prater

Milano : Adelphi, 2011

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Abstract: Il cinema ha un suo modo di affrontare i tempi più difficili, che da sempre consiste nel proporre agli spettatori i più facili fra i soggetti possibili. Così nella Londra degli ultimi anni Trenta, mentre tutti si preparano all'inevitabile, un volitivo produttore, Chatsworth, ritiene sia il momento giusto per mettere in cantiere un'operetta vagamente mitteleuropea, di quelle che vanno parecchio anche a Hollywood nello stesso periodo. Chatsworth è altresì sicuro che La violetta del Prater sbancherà il botteghino, ma a due condizioni: che a dirigerlo sia il più talentuoso e paranoide fra i registi immigrati disponibili, Friedrich Bergmann, e che a scriverlo sia il giovane sceneggiatore più brillante su piazza - Christopher Isherwood. Quanto segue è semplicemente la storia veridica (come il suo doppio narrativo, Isherwood prima della guerra aveva effettivamente lavorato alla Gaumont) e non resistibile (a volte, si sa, i making of sono cinema allo stato puro) di come un film nasce e si trasforma, e soprattutto di come a ogni giorno di lavorazione rischia, nei modi spesso più folli e sgangherati, la catastrofe. Per John Boorman, questo piccolo gioiello semidocumentario era il più bel libro in circolazione sul rapporto fra il cinema immaginario e quello reale; per qualsiasi lettore, sarà quantomeno un'appassionante parafrasi della lapidaria definizione che Bergmann, in un momento di franchezza, largisce a Christopher: Sa che cos'è un film? Semplice è una macchina infernale.

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Scrive Manganelli nella nota finale: “Se Isherwood scrivesse musica, la sua predilezione ha qualcosa di infantile andrebbe ai fiati: romanzi per oboe, clarinetto, per corno di bassetto. Il corno di bassetto è aereo di quella ariosità serale e boschiva che s’accompagna ad una solitudine insieme pittoresca e irreparabile; un precario sorriso custodisce una delicata risonanza, l’allucinazione dell’eco, una sonorità pensosa, e insieme elegante; la sonorità delicata di una angoscia ostinata ma inafferrabile; l’imprecisa, cattivante angoscia dell’esistenza.”

Londra, anni Trenta.
Chatsworth sogna di realizzare una Tosca scritta da Maugham, con Greta Garbo come protagonista, invece è alle prese con La violetta del Prater. A dirigerlo è il regista ebreo-tedesco Friedrich Bergmann, sceneggiatore il giovane e promettente scrittore Christopher Isherwood.
Si lavora in un clima di esaltazione, di entusiasmo, ma in Europa incombe la catastrofe. A Berlino è in corso il processo per l’incendio del Reichstag; in Austria gli scontri con le masse operaie sono aspri, seguono arresti, condanne, uccisioni. Gli inglesi non vogliono credere. Non ancora. Meglio illudersi che non accadrà. Meglio non pensare allo scoppio di una guerra europea. Meglio vivere nell’inconsistenza della finzione.
“Questo rispettabile ombrello è la bacchetta magica con la quale l’inglese cercherà di fare scomparire Hitler. Quando poi Hitler rifiuterà di scomparire, allora l’inglese aprirà il suo ombrello e dirà: “Dopo tutto, che può farmi un po’ di pioggia?”. Ma la pioggia sarà una pioggia di bombe e di sangue. L’ombrello non è a prova di bomba”.
Solo Bergmann pare inquieto. Sente la guerra avvicinarsi. L’Austria, dove ha lasciato moglie e figlia, non è più sicura.
E mentre fra le macchine dell’illusione volteggia la leggerezza, si scivola, dolcemente, verso il baratro della follia nazista.

La favola bella è pretesto per riflettere. Perché certa “leggerezza” tanto leggera non è.
“Che cosa ti spinge a vivere? Perché non ti ammazzi? Perché si riesce a sopportare tutto? Che cosa te lo fa sopportare?
Potevo rispondere a una domanda del genere? No. Sì. Forse… Supponevo, vagamente, che fosse per una sorta di equilibrio, un complesso di tensioni. Si fa la cosa che viene dopo nell’elenco. Un pasto da consumare. Il capitolo undici da scrivere. Il telefono che suona. Si esce in taxi, diretti in un posto qualunque. Il proprio lavoro. I divertimenti. La gente. I libri. Le cose che si possono comperare nei negozi. C’è sempre qualche cosa di nuovo. Deve esserci. Diversamente, l’equilibrio verrebbe interrotto, la tensione spezzata.”

“La morte, bramata, temuta. Il sonno, tanto desiderato. Il terrore del sopraggiungere del sonno. La morte. La guerra. La vasta città addormentata, destinata alle bombe. Il rombo degli aeroplani incursori. Le batterie contraeree. Le urla. Le case sbriciolate. La morte universale. La mia morte. La morte del mondo visto, conosciuto, assaporato, tangibile. La morte col suo esercito di paure. Non le paure che tutti conoscono, le paure cui si fa pubblicità, ma quelle più terribili: le paure segrete dell’infanzia. Paura del tuffo dal trampolino, del cane del fattore e del cavallino del parroco, paura degli armadi, dei corridoi scuri, paura di spaccarsi un’unghia con un taglierino. E, al culmine, la più indicibilmente temibile, la paura prima: quella di aver paura.
[…]
Forse avrei potuto volgermi a Bergmann e chiedergli: «Chi sei? E io, chi sono? Che cosa facciamo qui?». Ma gli attori non possono rivolgersi domande simili durante lo spettacolo.”

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