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Villa in Brianza
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Gadda, Carlo Emilio

Villa in Brianza

Milano : Adelphi, 2007

Abstract: Un padre animato dalla passione per i campi e la salubrità dell'aria ma inetto e dissipatore, una madre virtuosa e colta ma incline alla bottiglia, tre figli spauriti e malvestiti, la cara famiglia insomma, e soprattutto una casa dissennata nell'avita Brianza, tra nubifragi di mosche, orde di lucertole e le gutturazioni pleistoceniche dei locali. Una casa che diventerà, di lì a non molto, nella Cognizione del dolore, l'epicentro di tutte le nevrosi. Un testo pressoché ignoto di Gadda, composto alla fine degli anni Venti.

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Quella villa brianzola, nido dei rancori gaddiani, eccola qui: casa ridente “anzi occhieggiante”, senza bagno ma orientata secondo i punti cardinali, con la sua enorme cucina, il portico e la terrazza. E un caminetto, che non s’accende mai.
E qui, ecco i conuigi Pelegatta.
Lui, Francesco Pelegatta, uomo sommamente morale, che ha viaggiato tanto senz’imparar alcunché; “negoziant de seda”[/i[ crede “in Dio, negli Apostoli tutti e nella Santa Chiesa Madre di tutti gli uomini, ma è “senza il becco d’un quattrino”, quando solitamente “i ruspi e la Fede, sono notoriamente concili abilissime”. Il Francesco Pelegatta, con la camicia inamidata e quel tal contegno, al paesetto lo chiamano “el scior Pelegatta”.
Lei, madre del piccolo Carlo Emiliuccio e moglie di secondo letto del Pelegatta, è la Marchesana Adelaide, “piena di virtù e di coraggio e di studî”, col caro fiasco nel caro armadio che cigola spesso durante la giornata. Potete immaginare voi perché.
I tre pargoletti dei Pelegatta giocano sotto il portico al suon del cigolante armadio (ché la Marchesana ha il suo gran da fare). E quando la donna di servizio, quella Marietta che “fa la piscia in piedi” funziona da dama di compagnia, lo stridio fa il bis. In quel di Longone, fra aria salubre e “gutturazioni pleistoceniche” di meccanici, idraulici e pompieri.

Questo brevissimo racconto è un atto di vendetta, forse un tentativo di riscatto dal risentimento verso i genitori e la casa che gli rese tanta pena. Nel 1910 fu messa un’ipoteca di 10.500 lire sullo stabile di Longone. Fu cancellata nel 1924 e costò grandi sacrifici a Gadda. In una lettera datata 15 febbraio ’27, scriveva alla sorella: “è come la pietra di una tomba posta sulla nostra vita, sui nostri sacrosanti interessi e diritti ... Non parlarmi quindi mai né di Longone né del sozzo contadiname a cui manteniamo una casa, mentre io devo lavorare come un cane e vivere al 4° piano in una camera fredda”.
Si libererà della “fottuta casa di campagna”, del “feudo barcollante di Longone”, del “verme solitario Longone, con Resegone sullo sfondo e odor di Lucia Mondella nelle vicinanze” solo nel 1937, dopo la morte della madre.

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