Patrizia Bossoni

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Villa in Brianza - Carlo Emilio Gadda

Quella villa brianzola, nido dei rancori gaddiani, eccola qui: casa ridente “anzi occhieggiante”, senza bagno ma orientata secondo i punti cardinali, con la sua enorme cucina, il portico e la terrazza. E un caminetto, che non s’accende mai.
E qui, ecco i conuigi Pelegatta.
Lui, Francesco Pelegatta, uomo sommamente morale, che ha viaggiato tanto senz’imparar alcunché; “negoziant de seda”[/i[ crede “in Dio, negli Apostoli tutti e nella Santa Chiesa Madre di tutti gli uomini, ma è “senza il becco d’un quattrino”, quando solitamente “i ruspi e la Fede, sono notoriamente concili abilissime”. Il Francesco Pelegatta, con la camicia inamidata e quel tal contegno, al paesetto lo chiamano “el scior Pelegatta”.
Lei, madre del piccolo Carlo Emiliuccio e moglie di secondo letto del Pelegatta, è la Marchesana Adelaide, “piena di virtù e di coraggio e di studî”, col caro fiasco nel caro armadio che cigola spesso durante la giornata. Potete immaginare voi perché.
I tre pargoletti dei Pelegatta giocano sotto il portico al suon del cigolante armadio (ché la Marchesana ha il suo gran da fare). E quando la donna di servizio, quella Marietta che “fa la piscia in piedi” funziona da dama di compagnia, lo stridio fa il bis. In quel di Longone, fra aria salubre e “gutturazioni pleistoceniche” di meccanici, idraulici e pompieri.

Questo brevissimo racconto è un atto di vendetta, forse un tentativo di riscatto dal risentimento verso i genitori e la casa che gli rese tanta pena. Nel 1910 fu messa un’ipoteca di 10.500 lire sullo stabile di Longone. Fu cancellata nel 1924 e costò grandi sacrifici a Gadda. In una lettera datata 15 febbraio ’27, scriveva alla sorella: “è come la pietra di una tomba posta sulla nostra vita, sui nostri sacrosanti interessi e diritti ... Non parlarmi quindi mai né di Longone né del sozzo contadiname a cui manteniamo una casa, mentre io devo lavorare come un cane e vivere al 4° piano in una camera fredda”.
Si libererà della “fottuta casa di campagna”, del “feudo barcollante di Longone”, del “verme solitario Longone, con Resegone sullo sfondo e odor di Lucia Mondella nelle vicinanze” solo nel 1937, dopo la morte della madre.

Mastica e sputa - Pino Roveredo

Gocce di vita che si fanno immagine, ancor prima che parola. Una pennellata, un graffio, un tratto d'inchiostro. E la potenza di chi la scrittura ce l'ha dentro, come magma incontenibile.
Scrittura come vita. Scrittura che salva.
Talvolta basta poco per non crollare, come essere presi in braccio, anche solo “per un minuto”, così, “ogni tanto”.

Sette zie

Marcello Marchesi trascorse gli anni dell’infanzia a Roma, nella casa dello zio materno, Guido, e di una frotta di zie, cognate di Guido. Motivo dell’esilio del piccolo Marcello, ultimo di sei fratelli, la colpa d’essere figlio illegittimo nato da una relazione della madre con un noto avvocato milanese.
Ed ecco Sette zie.

Amedeo narrante, Amedeo narrato. Gabriella del tempo narrato, Gabriella del tempo narrante. Le storie s’intrecciano in giocosa alternanza con altri fatti, e altri personaggi là, nei luoghi della sua prima giovinezza, dov’è tornato per ricomporre la sua storia, e dove capita anche l’Amedeo scrittore di testi brillanti ch’è, come l’altro, un po’ smemorato.
Si ride del paradosso, ma si percepisce un sentire celato, fra le pieghe del dubbio e della stravaganza.
Amedeo e le zie. Tutte queste zie, che lo vedono sempre bambino anche quando bambino non è più, tutte innamorate di zio Guido, milanese, dentista creativo, marito di zia Ida. Zio Guido, che sposandone una, si sposa anche le altre sei.
Le sette zie, o forse sei, ché una non si sa se esiste, e se esiste non si sa dov’è. Sono sei o sette? Sette come i colli e i re di Roma, come gli angeli dell’apocalisse, o sei come i figli di Enrica Volpi, madre di Marcello?
O di più, come disse il vecchio conoscente, certo che fossero nove?
Amedeo e i ricordi. Non ricordi, mezzi ricordi, ricordi. Affiorano, sotto le mani sapienti e pazienti di Gabriella. Affiorano i ricordi, che Amedeo non ha mai amato, schegge di uno specchio frantumato che sarebbe meglio non tentare di riunire per “vederci qualcosa che non c’è più”, ma gettare prima che facciano male.
Non manca il fantasma. E nemmeno le sorprese.

In questo gioco di specchi e d’intrecci si trascorre qualche ora “né qui né là” ma soltanto “tra qui e là”. Condizione ideale”, come il tempo del viaggio di Amedeo sul treno Milano-Roma o Roma-Milano.

Rimini - Pier Vittorio Tondelli

“Voglio che Rimini sia come Hollywood, come Nashville cioè un luogo del mio immaginario dove i sogni si buttano a mare, la gente si uccide con le pasticche, ama, trionfa o crepa. Voglio un romanzo spietato sul successo, sulla vigliaccheria, sui compromessi per emergere. Voglio una palude bollente di anime che fanno la vacanza solo per schiattare e si stravolgono al sole, e in questa palude i miei eroi che vogliono emergere, vogliono essere qualcuno, vogliono il successo, la ricchezza, la notorietà, la fama, la gloria, il potere, il sesso. E Rimini è questa Italia del “sei dentro o sei fuori”. La massa si cuoce e rosola, gli eroi sparano a Dio le loro cartucce”.

Nella primavera del 1981 a Pier Vittorio viene proposto di passare due mesi sulla riviera adriatica per lavorare a un inserto speciale. Non parte. Manda invece Bruno Bauer, giornalista protagonista di Rimini, nell’abbagliante Hollywood romagnola, dove si va perché ci sono altri centomila, dove musica e sesso e droga si levano in coro, dove la notte è variopinta e risplende di strass e paillettes.
Bauer e i suoi collaboratori percorreranno lo sfavillante lunapark italiano per cogliere e raccontare vite che scorrono e s’arrestano, bagliori e ombre di esistenze note e sconosciute. È un succedersi di personaggi, credibili perché rubati alla realtà, fantastici perché rinnovati dalla genialità della scrittura di Tondelli. Ognuno è mosaico umano, con ambizioni alte e sconfitte certe. Girano su una giostra che non prevede vincitori. Le braccia si tendono, le mani si chiudono. Il trofeo è irraggiungibile. Ma attorno, tutto è colore, tutto rifulge.
La bocca stupita non avverte retrogusto amaro. C’è tempo, c’è tempo. Non va perduto.
Poi le luci si spengono. E rimane il vuoto.

Ciao Pier, a ri-vederci con le parole.

P.S. È recente la notizia che, grazie alla donazione della famiglia Tondelli e al consenso del curatore dell’opera tondelliana Fulvio Panzeri, la biblioteca privata dello scrittore diventa patrimonio del comune di Correggio. Si tratta di 2494 volumi che troveranno collocazione a Palazzo dei Principi presso il Centro di Documentazione Pier Vittorio Tondelli. La collezione, comprese le annotazioni e sottolineature autografe di Tondelli, sarà consultabile nei primi mesi del prossimo anno.

Il libro dell'estate - Tove Jansson

“… una pianta la si sposta dove può stare meglio, per una settimana ce la fa a sopravvivere sulla veranda. Se si sta via più a lungo, la si affida a qualcuno che la bagni, e può essere un po’ complicato.
Perfino le piante diventano una responsabilità, come tutto quello di cui si ha cura e che non è in grado di decidere da sé.”

Una vita germoglia, un’altra appassisce. Nel mezzo tutte le tempeste e i bisogni e le assenze tessuti in un’organza di mestizia, ricamata con vaporosa levità e rarefatta ironia.
Non c’è trama nella pagina quotidiana dell’esistenza, ma va a comporre il romanzo della vita il cui disegno è noto: nascere, vivere, morire. Questo sa la vita sfiorita. Questo va scoprendo la novella vita.

Delicato come un acquerello, con qualche guizzo di china fra i colori, Il libro dell’estate è una favola gentile. Contenuta e garbata, sfiora senza toccare, scalda senza accendere. Poeticamente algida.
Algidamente poetica.
“Aha”.
E allora voglio tradurre l’insopportabile petulanza di Sofia come richiesta, prepotente e gridata, di quel mancato slancio istintivo e umano capace di attenuare, per quanto possibile, il dolore della perdita e il senso di smarrimento e rabbia.
Un modo per chiedere qualcosa di più. Alla nonna. E alla penna di Tove.
Fuoco e sale anziché algida poesia.
“Aha”, direbbe Sofia.
“Aha”, ripeterebbe la nonna.
“Aha”, aggiungo io. Perché? C’è una bambina di sei anni alle prese con l'elaborazione del lutto, e mai un abbraccio.

Fratelli d' Italia - Alberto Arbasino

Fratelli d’Italia deve ancora affacciarsi nelle librerie (uscirà a maggio ’63, pubblicato da Feltrinelli), che ha già sollevato qualche (qualche!) malumore. Colpa forse di un paio di copie, sfuggite chissà come, lette ad alta voce qua e là, accompagnate da cori di “Scaaandalo!”
I frequentatori di certi ambienti mondani si sentono chiamati in causa, e d’un tratto gli amici non sono più amici, i saluti vengono a mancare, e qualcuno (un altro Alberto), più arrabbiato di altri, cerca un modo per vendicarsi. Non lo denunciano, ma solo perché il libro non è ancora uscito e mancherebbe il corpo del reato.
Insomma, certa società, che per la prima volta si vede nuda allo specchio, non gradisce, si sorprende, s’indigna.
Anche Bassani, direttore editoriale della casa editrice Feltrinelli, osteggia l’opera di Arbasino; non ne condivide la mescolanza di generi, lo stile e il virtuosismo.
L’editore taglia corto: “Non desidero entrare nelle polemiche sul romanzo. Quello di Alberto Arbasino è a mio avviso anzitutto un libro, che alcuni leggeranno come un romanzo, altri come un saggio, altri forse ancora come un pamphlet o un repertorio giornalistico”.
Il libro esce dopo che l’avvocato cui è stato sottoposto il testo, non riscontrando estremi per eventuali denunce, dà il via.
Così Fratelli d’Italia arriva sugli scaffali.
Alla prima pubblicazione per Feltrinelli del 1963, ne sono seguite altre due: quella per Einaudi nel 1976 e la terza per Adelphi nel 1993, ognuna rivisitata e ampliata dall’autore, modifiche che hanno fatto lievitare le pagine da 532 a 663, fino all’ultima versione a 1371 pagine. E sono 1371 pagine di puro godimento.

Fra una metafora fuori moda e una parabola che fa tendenza c’è lo svelarsi di quella certa società che si presenta al mondo in tutta la sua inconsistenza, e che però non offre carne in scatola agli invitati né veste abiti dozzinali da department store. Nondimeno, when it comes to books, nelle loro “magioni eccelse, su quei tavolini così fini, sotto i Canaletto e i Bellotto, vedi volumi analoghi a pacchetti di patatine, merendine per bambini, detersivi popolari”.
C’è il Paese intero, perennemente inadeguato e in ritardo, pieno di contraddizioni e pochezze. Ci sono letteratura e letterati, scrittura e scrittori, usi e costumi di quel magico momento del boom economico e culturale. E ci son le cose che certa morale non vuol che siano, ma che essendo si esercitano; l’importante è tacerle. Almeno le proprie.

Fratelli d’Italia è un grandioso viaggio letterario-culturale sfrenato e incalzante. E… no ve l’oo ditt? Geniale. Ecco. L’ho detto.
Su e giù a gran velocità per questa Hollywood nostrana.
Non distogliete lo sguardo, ché il paesaggio scorre rapido e magnifico. Non distraetevi. Preparate taccuino e penna: al termine vi troverete con un elenco chilometrico di nuovi possibili itinerari letterari.
Di questo viaggio rimarrà la voglia di ripercorrere, di tanto in tanto, un tragitto a caso e andare in visibilio, ancora.
E allora, Let’s go! Che meraviglia. Che piacere. Che goduria!

Caro Arba (posso chiamarti così?), per fortuna hai scritto Fratelli d’Italia allora. Ché oggi è rimasta da raccontare un’italietta dalla mondanità smorta, da schiscèta di minestrina sciapa. What a luck, what a luck! ch’era il 1963.
Levo un calice di italian i ([vino] “spaventosa erosione della matrice “vinum”, operata dall’abominevole dialetto bergamasco”), anche se sono astemia.
Let’s drink, my dear Arba’! Leggerti è sempre una festa. Lo dico inscì: un gran piaser! E grazie (grazie!).

“Nei nostri vecchi tinelli... Da una parte, romanzetti piccolo-borghesi d’occasione, evasione, rievocazione, commozione, signora mia. E dall’altra, fuga da ogni realtà contemporanea nell’esercizio di stile al piccolissimo punto. Appena si vede crescere l’ombra del dittatore, guardare la realtà senza affetto può diventare pericoloso. E i più svelti fanno in fretta a capire: l’America l’è amara finché vige il Fascio, la diventa buonissima solo quand’è arrivato il generale Clark e si sono perse anche le mutande grazie al Duce. Poi però Togliatti fa paura, e allora si ricomincia: l’è amara, non l’è amara, e se non la sarà amara, chissà mai cosa sarà”.

Nella perfida terra di Dio

Linguaggio ibrido, potente, ruvido. Mescolanza di dialettismi, lemmi arcaici e neologismi che rendono alta la scrittura.

“Prima” e “dopo”. Così è scandita la vita a Rocca Bardata, chimerico paese del Salento.
“Prima” e “dopo” si distinguono dai segni del tempo lasciati sui protagonisti, dalle ferite fresche o cicatrizzate ma mai guarite.
“Prima” e “dopo” confinato in un universo limaccioso, dove i sogni muoiono appena alzano il capo, e i fiori appassiscono ancor prima di sbocciare.
Rocca Bardata, dove “prima” e “dopo” hanno concepito un seme malato e corrotto, dove “prima” era ieri e “dopo” è oggi, dove domani è troppo lontano anche solo a pensarlo, è buona solo per la mala erba.
La genesi di tutto è racchiusa fra le zolle di una terra mefitica che nulla concede, che non offre salvezza, che costringe a ingoiare sangue e fango.
È la perfida terra di Dio, dove la redenzione è impensabile e la risurrezione impossibile.
Nella perfida terra di Dio, nonostante tutto, si leva un fiato di speranza. Refolo di vento che sorride impertinente e alimenta il fuoco, medicamento catartico per la terra e per gli uomini. Ha la voce di Michele, il più piccolo dei reietti.

“… se iddu non teneva a noi col cazzo che tornava qua a pigliarsi due pallottole”

P.S. Però… la sonata non prevede ouverture. Sofistica, lo so.

I fiori blu - Raymond Queneau

Buttate bussole e orologi, ché in questo viaggio non servono. Prendete invece una medaglia e osservatene le facce.

Il duca d’Auge sogna d’essere Cidrolin che sonnecchia nel barcone ormeggiato sulla Senna.
Cidrolin sogna d’essere il duca d’Auge.
Le vicende del duca si compiono con salti temporali di 175 anni, partendo dal 1264. Quelle di Cidrolin si svolgono nell’anno 1964.
Il duca e Cidrolin non potrebbero essere più diversi. L’uno feroce, senza scrupoli, sanguinario, l’altro sempre un po’ annebbiato, imbevuto di ”pernod” (essenza di finocchio); ridipinge lo steccato che qualcuno di notte riempie di scritte infamanti e poi si occupa della sua attività preferita: dormire. Sognare. Sulla sua chiatta, il suo barcone, la sua Arca.
Per conoscere le vicende del duca si deve attendere che Cidrolin s’addormenti, per seguire il sonnacchioso Cidrolin s’aspetterà che dorma il duca.
S’incontreranno. Nel 1964. Sull’Arca.
Il diluvio non è solo d’acqua.

I fiori blu è gioco fra sogno e realtà, fra vite che scorrono e cavalli che parlano. È viaggio in tondo al tempo e allo spazio, è succedersi di citazioni e metafore. È sfida, divertimento, baraonda entusiasmante. È fantasmagoria linguistica.
È faccenda contorta fin là, dove dal fango sbocciano piccoli fiori blu.

Anche le marce più oscure hanno una fine. Il Duca disse:
- Eccoci qua.
Si fermò. L’abate Riphinte l’imitò:
- Dove credete che siamo arriva-ti? - chiese il Duca.
- Nelle tenebre.
- E cosa vedremo?
- Poco o niente.

Salite sulla torre e poi lasciatevi andare. O cadere. Nel sogno, s’intende!

La diva Julia - W. Somerset Maugham

“Dicono che recitare è soltanto finzione. Questa finzione è la sola realtà”

Suo padre è il più bell’uomo d’Inghilterra, sua madre la più brava attrice. L’unico desiderio di Roger si chiama “realtà”.
Non li rimprovera, tuttavia il loro modo di vivere gli ha tolto la possibilità di credere in qualsiasi cosa.
Il ragazzo ricorda un episodio alla madre:

«Una sera, da ragazzino, avrò avuto quattordici anni, stavo tra le quinte a vederti recitare. Doveva essere una bella scena, tu dicevi le tue battute con tanta sincerità e quello che dicevi era così commovente che mi venne da piangere. Ero tutto sovreccitato, mi sentivo, non so come dire, elevato. Partecipavo alla tua sofferenza, mi sentivo un piccolo eroe; mi pareva che mai più avrei fatto un’azione bassa, meschina. E poi tu sei venuta in fondo alla scena, vicino a dov’ero io, con le lacrime che ti colavano sul viso; e dando la schiena al pubblico hai detto al direttore di scena, con la tua voce normale: cosa diavolo combina l’elettricista? gli avevo detto di togliere la luce blu. E un istante dopo ti sei girata verso il pubblico con un grido di angoscia e hai continuato la scena».
Julia replica:
«Tesoro, ma era una recita. Se un’attrice sentisse davvero le emozioni che rappresenta andrebbe in pezzi. Ricordo bene quella scena. Faceva crollare il teatro. Non ho mai avuto tanti applausi in vita mia».
Roger invece s’è sentito deriso, imbrogliato da questa madre inesistente, da questa donna ch’è solo le innumerevoli parti che ha interpretato.

Recitare è arte, e l’arte si crea. Nasce dalle vite di uomini e donne, dalle loro più piccole emozioni che prendono forma e sostanza in una dimensione nuova, dove illusione è il pubblico, realtà gli attori. L’attore è emblema del “trambusto vano e confuso che chiamano vita”.
La realtà inizia là, dove termina la quinta e comincia la scena. Fino a quando cala il sipario, e un altro si leva. Ben più grande, con un cast immenso, in una commedia senza fine.
Ecco l’ultimo trillo: “Pronti per andare in scena!”

Kitchen confidential - Anthony Bourdain

Ho consumato un barattolo di bicarbonato per arrivare alla fine (era una lettura condivisa, altrimenti avrei lasciato). E confesso, quando mi saliva lo schifo, qualche pagina l’ho saltata. Non ho uno stomaco così forte per reggere certi particolari.
Non ho colto l’utilità e nemmeno il senso di alcune descrizioni di Bourdain, cito come esempi lo sperma sulle scarpe del suo aiutante Steven, e le scopate di Steven-versione-porno con Chuletita loca, mentre, fra un grugnito e un asmatico quasi-orgasmo, telefona all’amico e collega Manuel, per chiedere: “indovina che cosa sto facendo?”. Mi son parse fanfaronate.
Non penso che molteplici e sovrabbondanti porzioni di sesso, alcol, droga, imprecazioni e violenze varie, consumate in cucina per mano di un’orda di disadattati, arricchiscano il menu e facciano effetto WOW!, anzi, già al secondo giro si rischia lo “sbadiglio da ripetizione”. Insomma, più che trasgressione m’è parsa mera e fastidiosetta operazione di marketing.
Serpeggia odio puro per i vegetariani. Io sono vegana (addirittura!). Ma non mi sono sentita offesa né incompresa, quindi non replico. Sorvolo. E penso che difficilmente m’imbatterò in un lupanare gastronomico come quelli descritti.
Farò attenzione ai coltelli, coi quali ho un pessimo rapporto.
Non mi preoccuperò dei ristoranti narrati, che non frequento, ma spargerò la voce tra le mie conoscenze. Anche se forse sono più informate di me.
Dirò ai miei amici onnivori di quanto sia pericoloso mangiare pesce, e non solo, al ristorante il lunedì, e li informerò anche di tutto il resto. Grazie.

Il ritmo narrativo m’è piaciuto. Qualche perplessità sulla traduzione, ma non cercherò la versione in lingua. Ho già dato. E il bicarbonato è finito.

P.S. Sono una voce stonata. Il libro in realtà ha ottenuto enorme successo a livello mondiale, è stato tradotto in svariate lingue e ha ispirato una serie TV.

Ho trovato questa dichiarazione di Bourdain del 2017 a proposito della sua opera:
“To the extent which my work in Kitchen Confidential celebrated or prolonged a culture that allowed the kind of grotesque behaviors we’re hearing about all too frequently is something I think about daily, with real remorse.”
Un atto di pentimento, pare.

Elisir d'amore - Eric-Emmanuel Schmitt

Lo so, l’ha detto il mio amico Manga, che cominciare con un dunque virgola è villano.

Dunque, nella mia rubrica telefonica c’è il gruppo “defunti”. Ci finiscono i noiosi e gli urticanti, i supponenti e gli imbecilli, gli indigesti tutti. È una nutrita comitiva, quella che popola l’area “defunti”. Quando uno di loro chiama risuona la Marcia funebre per una marionetta di Gounod. Il “Ciao!” seguito dal nome del telefonante è sostituito da un “Prooonto!?” prolungato, antipatico, con l’ultima “O” che sale verso l’acuto e gela l’atmosfera, sicché il clima da inverno jacuziano impedisce qualsivoglia dialogo.
Chi se ne frega, direte voi. E avete ragione. Tuttavia, (altra insolenza grammaticale) serve a introdurre il mio pensiero sull’Elisir d’amore o La fiera delle ovvietà, il cui incipit recita così:

“Louise, se sei in ascolto, buongiorno.
Se non lo sei, addio.
A seconda della reazione che avrai, questo messaggio costituirà l’inizio o la fine del nostro scambio epistolare.”

Al posto di Louise avrei cestinato la mail, e Adam sarebbe finito all’istante tra i “defunti”. Così, con un clic. Com’è semplice, in certi casi, liberarsi dei fastidi.
Invece Louise ha risposto.
Leggo.
Mi deconcentro.
Quanti baci avrà mangiato? Che curiosa coincidenza: Louise è il nome dell’autrice delle missive e Luisa quello dell’ideatrice dei famosi baci, che inizialmente aveva battezzato “cazzotti” (giuro) ed erano privi di messaggi d’amore. Di quelli è responsabile un certo Seneca (il futurista, non il filosofo).
Rientro dalla digressione.

(Louise) se l’amicizia è la tomba dell’amore, odio l’amicizia.
(Adam) solo la pelle separa l’amore dall’amicizia. Ed è sottile...
(Louise) Ti pare sottile? A me sembra una muraglia.

E allora, Adam si spertica a spiegare alla poveretta che mentre il corpo decade la mente si fortifica, e che l’amicizia è conseguenza logica di un amore vero. Tradimenti a parte, bien sûr.
Lei, che si sentirebbe umiliata dell’amicizia post-amore, replica che preferisce la suite della passione al monolocale dell’affetto.
E lui, l’Adamo senza O, la rimbrotta. Louiselouiselouise, vuoi tutto? Precipiterai nel buio dell’infelicità, ingorda e frustrata che sei. Se pretendi la perfezione, è meglio che rinunci a vivere!
Louise non ticchetta più, lui si turba e digita:

“mi tieni il muso?
Mi stai odiando?
Mi hai dimenticato?”

E mi sovviene quella vecchia pubblicità d’una nota compagnia telefonica: “Mi ami? Ma quanto mi ami? Mi pensi? Ma quanto mi pensi?” Di nuovo distratta.
Mi riprendo.
L’Adamo parigino invia altre due righe due pregandola di rispondere anche mezza parola, altrimenti vola da lei. Non serve. Arriva la mail di Louise: 625 parole acidine, astiosette. Ma che nostalgia, che furtive lacrime! Figurarsi!
Lui di parole ne trasmette 400. Poi si torna alla parsimonia.

(Louise) Come te la passi? Raccontami le tue giornate. C’è un’altra donna?
(Adam) Non una donna, alcune donne. Nessuna può sostituirti, Louise.

E penso a Nemorino:

Ah! te sola io vedo, io sento
giorno e notte e in ogni oggetto:
d’obbliarti in vano io tento,
il tuo viso ho sculto in petto.
Col cambiarsi qual tu fai,
può cambiarsi ogn’altro amor.
Ma non può, non può giammai
il primero uscir dal cor.

Louise scrive al suo ex-caro-tuttavia-amico che prima d’apprezzare certe cose ci si deve abituare. Il caffè, le sigarette, i broccoli, la solitudine. Per esempio.
Non sono ancora a metà.
Scambi di confidenze sull’amore, sugli amori. Sulla psicanalisi. Su altro.
Sei geloso? Chiede lei.

(Adam): detesto la gelosia e sarei furioso se mi scoprissi geloso.
(Louise): si può essere padroni di ciò che si pensa, ma mai di ciò che si sente.

S’infastidisce lui. S’infastidisce lei. E nemmeno io scherzo.
Per fortuna è lettura di mezz’ora o poco più.
Forse quei baci avrebbero fatto meno danni se ingoiati con la loro carta argentata, ben sigillati, per impedire l’uscita dei famigerati bigliettini. Ché poi si prende spunto. Ahinoi.

Chiedo: scrivere questa roba, era indispensabile? Per aumentare il numero delle pagine, alcune contengono una sola riga scritta! Non è bello un libro fatto di niente e pagine bianche.

Eric,
(se dell’)“Elisir di sì perfetta,
di sì rara qualità,
ne sapessi la ricetta,
conoscessi chi ti
(la) fa” (perdona, Felice, questa mia sfacciataggine)

basterebbe una goccetta
a rimuover l’ovvietà
e da storia noiosetta
otterresti una beltà.

P.S. Peccato. Di Schmitt avevo letto altri libri, leggeri ma non banali. Questo sa di filosofia da supermercato (con tutto il rispetto per i supermercati).
Oppure sono io incapace di cogliere. Perché no.

Delatori - Mimmo Franzinelli

“Ho avuto montagne di lettere anonime, come si può pretendere di togliere agli italiani le loro caratteristiche nazionali, vigliaccheria e falsità cordiale?” (capitano S.A., ufficiale della Polizia politica della RSI, in servizio a Milano e a Torino)

Questa è la storia della bassezza morale di migliaia d’italiani: persone comuni, avvocati, professori, clericali, rabbini, ebrei, gerarchi, ricchi e poveri che volontariamente si fecero confidenti del regime. Per denaro, per gloria, per cattiveria.

Il fenomeno delle delazioni nell’Italia di Mussolini arrivò a livelli mai visti. A iniziare dal ’26, con l’entrata in vigore di nuove leggi, divenne reato punibile con vari gradi di severità criticare il duce e il regime, detenere o diffondere stampa antifascista, esprimere dissenso o malcontento. Negli anni ’30 si aggiunsero i provvedimenti antisemiti e dall’entrata in guerra fino alla caduta del fascismo, aumentando gli oppositori del regime, crebbe il numero dei soggetti perseguibili. Manna dal cielo per i delatori.
L’informatore riceveva, in cambio della soffiata, denaro o beni alimentari, e se la denuncia era sottoscritta, si garantiva la segretezza.

La delazione non fu solo fonte di guadagno, fu anche strumento per salire di un gradino la scala gerarchica, prendere possesso dei beni altrui, ottenere favori. In qualche caso salvarsi la pelle.
Ecco così fascisti mettere in cattiva luce camerati per ottenere un riconoscimento, partigiani passare (per paura o interesse) agli ufficiali della Polizia politica notizie sui propri compagni; ecco commercianti, liberi professionisti e funzionari liberarsi della concorrenza denunciando i colleghi, preti e rabbini offrire collaborazione in cambio di vantaggi materiali; e ancora, ecco ebrei guadagnare 7000 lire per ogni ebreo fatto catturare, e cittadini accusare familiari per vendicarsi di vecchie questioni. Insomma, dichiarare un rivale “nemico della Patria” costava niente e tributava parecchio.

I delatori senza volto agivano per denaro, odio razziale, fanatismo, invidia, vendetta, ambizione. Si firmavano “Un gruppo di fascisti”, “Una camicia nera della prima ora”, “Un fedele suddito del Duce”. Si dichiaravano buoni cittadini. Con le mani pulite e la coscienza lercia, però.
Il regime sfruttò e premiò generosamente migliaia d’italiani che volontariamente contribuirono all’arresto, alla tortura, alla deportazione e alla morte di tante vittime innocenti.
Il pensiero d’essere corrotti e traditori, i delatori, nemmeno li sfiorò. Forse mancavano di quello spessore morale che rende Uomini gli uomini, Donne le donne.

Il lavoro imponente di Mimmo Franzinelli scopre un tassello infimo e vergognoso della nostra Storia.
Com’è stato possibile per il nostro Paese rialzarsi? Si fa breccia un interrogativo che stizzisce chi vorrebbe cancellare la parte scomoda della Storia: la dimenticanza di “faccende” che avrebbero indebolito l’identità civica del popolo italiano “aiutò la risalita?”.
Dovremmo sforzarci di riconoscere che se tanti furono gli italiani che aiutarono, protessero e salvarono ebrei, renitenti, partigiani, se tanti furono quelli che combatterono il regime e sacrificarono la vita per la libertà, tanti (troppi) furono quelli che collaborarono col regime per saziare i propri egoismi. Non possiamo continuare imperterriti a puntare il dito contro gli altri pensando che basti a cancellare le colpe gravissime di cui fummo responsabili. Smettiamola con la favola ipocrita del “cattivo tedesco” e del “buon italiano”. Prendiamo atto di quanto è stato e diciamolo, perdio!: italiani brava gente, ma non tutti.

Questo è un libro da leggere. Aprire gli occhi significa intraprendere un percorso di consapevolezza. È un cammino che dobbiamo affrontare. Non tradiamo la Storia, togliamo di sotto il tappeto le nostre ignominie. Guardiamole, affrontiamole. Rinnegare, tacere o semplicemente chiudere gli occhi non ci rende meno spregevoli di quei delatori.

Termino riportando un episodio (fra i tanti) a memoria di chi dimostrò grande integrità morale. Gesti nobili che devono esortarci a rappresentare la parte migliore degli esseri umani. È la testimonianza di un sacerdote che vegliò per un momento il cadavere del comunista Vito La Fratta, di Sesto San Giovanni, incarcerato a San Vittore il 3 maggio 1944. Fu pestato e torturato dai funzionari dell’Ufficio politico investigativo. Due giorni dopo il suo nome fu depennato dal registro matricolare perché “deceduto”:

“Sono entrato nella cella e sono rimasto solo con l’impiccato ch’era stato disteso già sulla branda: un bel ragazzone robusto, dai capelli d’oro e dagli occhi celesti; sembrava un principe di fiaba vestito da galeotto. Ma gli occhi erano rimasti spalancati ed erano immobili e freddi, così freddi che facevan male a guardarli.
Avrà avuto poco più di trent’anni ed era sposato ed aveva già un amore di bimba. E non s’è impiccato per disperazione, ma per non fare male agli altri, per non tradire nessuno. Aveva già subito tre interrogatori, durante i quali era stato atrocemente torturato perché parlasse, perché dicesse i nomi che interessavano gli aguzzini della Polizia speciale. Ed egli sempre muto. A mezzogiorno l’avevano cacciato a furia di calci fuori della camera dell’interrogatorio. Non si reggeva più in piedi, sicché i compagni hanno dovuto sostenerlo e accompagnarlo fino alla sua cella che è al primo piano rialzato del sesto raggio. Tuttavia appena giunto al suo piano, ha tentato di proseguire e, raccogliendo tutte le sue forze, s’è slanciato per le scale con il proposito evidente di buttarsi giù dal più alto terrazzino interno che gira intorno alle celle dell’ultimo piano. I compagni lo hanno raggiunto e ricondotto nella sua cella. Ed egli smaniava e supplicava: “Fatemi morire! Aiutatemi a morire! Alle 4 devo presentarmi ancora all’interrogatorio e non ho più forza, non potrò più resistere, finirò col parlare, non devo parlare, non voglio parlare, non voglio tradire nessuno! Aiutatemi a morire! Datemi qualche cosa! Almeno una lametta di rasoio...”.
I compagni cercarono di calmarlo, gli fecero iniettare della morfina per alleviargli i dolori, gli dettero un po’ di cognac, lo convinsero a buttarsi sul pagliericcio per riposare: “Prima delle 4 verremo noi a svegliarti e ti daremo del cognac”.
Prima delle 4 andarono a svegliarlo e lo trovarono appeso all’inferriata della finestra. S’era impiccato con un pezzo di fil di ferro, forse trovato tra la spazzatura della cella.
Povero ragazzone biondo dai begli occhi celesti senza vita... Mi sono avvicinato per chiudergli quegli occhi che mi sembravano stanchi di contemplare la barbarie degli uomini, che lo avevano spinto al suicidio. Mi sono avvicinato per accarezzargli la fronte bianca come il marmo sotto l’onda dei capelli d’oro, e ho visto un piccolo dettaglio che mi ha riempito di ribrezzo. La sua fronte e la guancia destra erano stampigliate col timbro delle carceri... Gli aguzzini, a mezzogiorno, non si erano accontentati di torturarlo, ma l’avevano ferocemente dileggiato stampigliandogli (certo con grandi colpi) il timbro sulla faccia. Cosicché, su quel volto sigillato dalla morte, si leggeva: “CARCERI GIUDIZIARIE – MILANO”.
Ed era un tremebondo e incancellabile atto di accusa contro coloro che l’avevano spinto a quell’eccesso.”

Undici treni - Paolo Nori

E Baistrocchi aveva pensato “Ma pensa”.

Ho letto, e adesso son qui a scrivere, cioè, non come voi comici che si potrebbe chiamarvi anche romanzer perché scrivete romanzi, ma a scrivere quattro righe su Undici treni. Che forse scrivere undici righe su Undici treni sarebbe anche più corretto, almeno non resterebbero sette treni senza righe. E dimmi che ai treni è meglio che gli manchino le righe invece che i binari, zio campanaro. Absit iniuria verbis.
Ma sai quanto mi piacerebbe fare un salto al Tristobar correndo persino il rischio di dirti siedo anch’io e sentirmi dire no tu no? E senza un perché, così, solo perché no. Va’ che scherzo. Che poi, non potrei neanche incolparti che se c’è uno scherzo è del destino, che poi non sai nemmeno dove sta questo destino per andarlo a cercare per chiedergli perché. Un po’ come l’Augusto Stracciari che quando si chiamava Augusto Stracciari era nato a Medicina e però quando abitava con la regione dell’Asia minore abitava in via Squadroni e si chiamava Arturo Mezzadri, poi quando aveva deciso che non era nato a Medicina ma a Ospitaletto non era più l’Augusto Stracciari che era nato a Medicina ma era uno nuovo che si era fatto persino crescere i capelli. Cosa c’entra mi dirai. Se non lo sai te.
Come mi piacerebbe incontrarvi, compresa la regione dell’Asia minore. Che bello. Figo. Di più.
Chiederei a Speedy Perquindi una spremuta d’arancia giusto perché te avevi chiesto il succo d’arancia e lui aveva preso quello d’ananas, e te l’avevi guardato male che eri appena uscito di prigione e lui non sapeva che eri appena uscito di prigione e alla fine aveva detto ah ho capito. E io apposta chiederei a Perquindi il succo d’arancia per vedere se si sbaglia anche con me, così lo guarderei male anch’io anche se non sono appena uscita di prigione, che a dire il vero io proprio non ci sono mai stata in prigione, ma guardo male anch’io e quando guardo male faccio effetto, e alla fine magari direbbe anche a me ah ho capito.
E mi piacerebbe fare chiacchiering, lì seduti al Tristobar. Due parole. Ma anche due silenzi.
E sai che ridere a giocare alle espressioni parassite? Che noi non ci pensiamo ma alla fine siamo tutti pieni di espressioni parassite. Che se c’è un patto, è di stabilità, se c’è una risata è contagiosa, se c’è un freddo è polare, se ci sono dei sogni, son nel cassetto. Ben chiusi, sempre. Poverini. I sogni, dico. Che poi dico dico e invece sto scrivendo.
E alla fine vi saluterei tutti e direi parto, e Perquindi direbbe anche a me: «Perquindi vai via?» e io gli risponderei: «Perquindi sì».
E adesso siccome ho scritto più di quattro righe e vorrei fare pausing, se ti fa niente farei zapping e magari stopping su To soréla entertainment.
Ecco.
Per farla breve, la vita è fatta di treni, tutti da prendere. Però, a pensarci su un momento, l’ultimo treno, quello lì sarebbe bello perderlo, zio campanaro. Absit iniuria verbis.

E infine grazie che mancano le “d” eufoniche e che in La meravigliosa utilità del filo a piombo hai chiamato clarinetti i clarinetti (lo so che non c’entra niente con Undici treni ma lo metto qui lo stesso, perché quando ho letto clarinetti mi si è allargato un sorriso che non hai idea). Che io ci ho il sobbalzo facile e vederli scambiati per clarini puoi immaginarti.
E niente. Son soddisfazioni.

Stravagante, arruffato, sagacemente sgrammaticato.
Il suo sguardo si posa sul mondo e sulla gente, sulle piccole gioie e i drammi della vita con ironia e umanità.

“Insomma a lui, a Baistrocchi, gli piaceva lamentarsi, per esempio una volta, mentre scendeva le scale che stava venendo al Tristobar, noi ci trovavamo tutte le sere, o quasi tutte le sere, al Tristobar, così lui mi raccontava le cose e io lo ascoltavo e gli davo ragione e una sera, Baistrocchi, gli era suonato il telefono, aveva risposto, era un giornalista del Corriere della sera, edizione di Bologna, che gli aveva detto «Senta, ma lei, cosa ne dice di questo calo delle iscrizioni a lettere, all’università?»
E lui, che non sapeva niente, del calo delle iscrizioni a lettere, all’università, gli aveva risposto: «Niente, ne dico, del calo delle iscrizioni a lettere, all’università. Mi chiedo soltanto come mai lo chiede a me» gli aveva detto.
«Ma scusi» gli aveva detto il giornalista del Corriere della Sera, edizione di Bologna, «ma lei non è un letterato?»
«E lei non è un giornalista?» gli aveva chiesto lui.
«Sì» gli aveva detto il giornalista.
«E io le ho forse chiesto di dirmi qualcosa del calo delle vendite dei giornali?»
«No» gli aveva detto il giornalista «non me l’ha chiesto».
«Ecco» gli aveva detto Baistrocchi, mi aveva raccontato Baistrocchi tutto contento.
Zio campanaro, che testa che aveva.”

Eros e Priapo - Carlo Emilio Gadda

Priapo Ottimo Massimo, o il Fallo in camicia nera.

“Ergo: la Italia ventitré anni quello animalino la mandò. E che il giudice mi tagli mano, se questo che qui non è sillogismo diritto, di misura stretta. Il suggeritore fu lui il Ministro, Primo Ministro delle bravazzate, lui il Primo Maresciallo (Maresciallo del cacchio), lui il primo Racimolatore e Fabulatore ed Ejettatore delle scemenze e delle enfatiche cazziate, quali ne sgrondarono giù di balcone ventitré anni durante”

Gadda, ch’era stato iscritto al partito fascista, affermò che già con la guerra d’Etiopia aveva compreso cos’era veramente il fascismo e quanto lo ripugnava, “Prima non me n’ero mai occupato. Le camicie nere mi davano fastidio e basta”.
Arrivò la sua condanna con Eros e Priapo, un furioso attacco contro il duce, i suoi gerarchi, gli uomini e le donne fasciste. E contro se stesso, che tanto nel fascismo aveva creduto.

Del Batrace tritacco scrive: “Ed ebbe faccia da proferire, notate, da proferire verbalmente, con l’apparato laringo-buccale la sporca e bugiarda equazione: io sono la patria; e l’altra: io sono il pòppolo.”
Così, lo sbraitante mascelluto dux piccavasi d’impersonare egli solo la causa, la patria e il suo poppppolo con quattro p che vociava da sotto il poggiolo: ku-ce ku-ce ku-ce!

È sconcio sconcissimo turpiloquio, violentissimo attacco, invettiva furente. È analisi feroce e lucida della psicologia del fascismo e del popolo italiano. È satira a livelli altissimi. È lingua possente e magnifica contaminazione: Machiavelli, fiorentino odierno, escursioni nel parlato lombardo e romano.
Non è lettura facile, ma affrontare quest’iconoclastica mussolineide vale davvero la pena.

“Eretto ne lo spasmo su zoccoli tripli, il somaro dalle gambe a ìcchese aveva gittato a Pennino ed ad Alpe il suo raglio. Ed Alpe e Pennino echeggiarlo, hì-hà, hì-hà, riecheggiarlo infinitamente hè-jà, hè-jà, per infinito cammino de le valli (e foscoliane convalli): a ciò che tutti, tutti!, i quarantaquattro millioni della malòrsega, lo s’infilassero ognuno nella camera timpanica dell’orecchio suo, satisfatto e pagato in ogni sua prurigo, edulcorato, inlinito, imburrato, imbesciamellato, e beato. Certi preti ne rendevano grazie all’Onnipotente, certi cappellani di cappellania macellara; certe signore, quella sera, “si sentivano l’animo pieno di speranza”. A chiamarlo animo, il sedano, e a chiamarla speranza, chel sugo.”

“Che sarebbe mai la nostra povera Italia senza quell’omo!”
Poteva essere la storia di un granello smargiasso. Invece fu sciagura infame e rivoltante.
Hè-jà hè-jà trallallà.

E fu subito regime - Emilio Gentile

Contrariamente alla storiografia sulla rivoluzione bolscevica, che contesta l’immagine mitica della rivoluzione d’ottobre, ma non la riduce a un’opera grottesca, in Italia gli storici dibattono ancora, senza trovare accordo, sul significato storico della “marcia su Roma”. Salvemini la definì “opera buffa”, Repaci pur affermando che la conquista fascista del potere racchiudeva in sé il fenomeno fascista e tutto ciò che vi gravitava attorno, riteneva la “marcia su Roma” una “goffa kermesse”; Sassoon, in Come nasce un dittatore, le cause del trionfo di Mussolini, la considera “poco più che una trascurabile adunata di utili idioti”. Anche gli antifascisti dell’epoca sottovalutarono la “marcia su Roma” e quando il regime li schiacciò e li mise al bando “si consolarono ridicolizzando la «marcia su Roma» come una messa in scena, e proiettarono questa immagine su tutta la successiva esperienza del regime totalitario”.
Minimizzarono il fenomeno (e ancora oggi qualcuno lo riduce a fatto di poco conto) che, in realtà, fece precipitare il Paese in uno dei periodi più bui della storia italiana, il tragico ventennio di regime, sconfitto soltanto “dopo essere stati sopraffatti e disfatti dagli eserciti stranieri in una seconda guerra mondiale”.
Harry Kessler, diplomatico tedesco e acuto osservatore, confrontando le due rivoluzioni da cui nacquero i primi regimi a partito unico, il 29 ottobre 1922 riportava nel suo diario: “In Italia i fascisti hanno conquistato il potere con un colpo di Stato. Se riusciranno a conservarlo, allora questo è un evento storico che potrà avere conseguenze imprevedibili non solo per l’Italia ma per l’intera Europa. Può essere il primo passo verso la vittoria avanzata della controrivoluzione. Fino ad oggi i governi controrivoluzionari hanno agito, in Francia per esempio, come se fossero democratici e amanti della pace. In Italia, invece, si afferma un tipo di governo francamente antidemocratico e imperialista. Il colpo di Stato di Mussolini può essere paragonato a quello di Lenin nell’ottobre 1917, ma diretto in senso opposto, naturalmente. E può darsi che sfocerà in un periodo di nuovi disordini e di guerre in Europa”
La mattina del 30 ottobre, Mussolini scese dal treno alla stazione di Roma. Alla folla rivolse le seguenti parole: “Sono venuto a Roma per dare un governo alla Nazione. Tra poche ore la Nazione non avrà solo un ministro: avrà un governo”. In realtà l’Italia si preparava a subire un regime. Un partito di milizia conquistò il governo di uno Stato parlamentare, dopo tre anni di esistenza come movimento e uno soltanto come partito. La violenza sostituì esperienza e conoscenza di amministrazione e governo, l’astuzia raggirò politici e governanti navigati, tolse “il monopolio della forza, l’autorità e il prestigio a uno Stato che era uscito vincitore dalla prova di una guerra mondiale; e alla fine riuscì a conquistare il potere proclamando apertamente che l’avrebbe usato per distruggere lo Stato liberale e la democrazia”.
Violento e ambizioso, capace oratore, prima esponente socialista e direttore dell’Avanti, poi fondatore de Il Popolo d’Italia e nemico degli ex compagni, presentò il fascismo come movimento “antipartito”, repubblicano e anticlericale, difensore della vittoria, ostile al socialismo. In seguito, per aumentare il consenso, diede un nuovo volto, un nuovo taglio ideologico, una nuova immagine. Evidenziò l’orientamento a destra, dichiarò che il fascismo era la forza più attiva in difesa della “borghesia produttiva”; divenne rispettoso del cattolicesimo perché esso faceva di Roma, per lui “ capitale di un immenso Impero spirituale”, che parlava “a 400 milioni di uomini”, quindi utile all’azione espansionista del fascismo.
Partì l’offensiva degli squadristi. Incendiarono e devastarono edifici e documenti, spararono contro chi professava idee socialiste e contro semplici cittadini, forti del favore che godevano da parte di prefetti, questori, funzionari di polizia, ufficiali militari, magistrati, quasi tutti favorevoli al fascismo.
Il governo non reagì. Quando il Popolo d’Italia pubblicò il regolamento della milizia fascista, il capo di gabinetto porse il giornale al ministro dell’Interno e chiese: “Cosa ne pensi? Se il Governo dopo questa sfida se ne sta alla finestra, come ha fatto finora, si coprirà di ridicolo”. Il ministro gli consegnò un foglio che conteneva le sue dimissioni, dichiarando: “Se al Consiglio dei ministri non si approvano le misure che io esporrò per tentare di uscire da questa situazione umiliante, me ne vado”. Ma il Consiglio dei Ministri non prese posizione, e il ministro degli Interni, invitato a non creare una nuova crisi, ritirò le dimissioni.
Mussolini sapeva che la monarchia non si sarebbe opposta, affermò il disprezzo per il parlamentarismo, ripudiò la democrazia che era stata “utile ed efficace per la nazione nel secolo XIX, può darsi che nel secolo XX sia qualche altra forma politica che potenzii di più la comunione della società nazionale”. Esaltò esercito e nazione, principale mito del fascismo: “Il nostro mito è la nazione, il nostro mito è la grandezza della nazione. E a questo mito, a questa grandezza, che noi vogliamo tradurre in una realtà completa, noi subordiniamo tutto il resto”.

Il fascismo non salì al potere in seguito a un compromesso ma grazie alla resa dello Stato liberale ricattato da un partito armato.
Si poteva annientare il fascismo? Sì. Si poteva salvare la democrazia? Sì. Si poteva evitare al popolo italiano di vivere la tragedia che la Storia ci ha trasmesso? Sì. Se solo la “marcia su Roma” non fosse stata sottovalutata. E se anziché chinare il capo di fronte alle minacce di chi adottava la violenza come strumento di potere, si fosse mantenuto alto per dire “no” al dispotismo.

Penso alle parole di Levi. Quel che è successo può ripetersi. La Storia dovrebbe insegnare, e invece vedo sottovalutare parole, dichiarazioni, atti violenti. Chi dovrebbe prendere posizioni forti contro tali manifestazioni tace, minimizza, riduce tutto a “folclore”, a “espressioni colorite”, a “imprese di quattro balordi”. Erano “quattro balordi” anche quelli. Sappiamo com’è finita.
Errare è umano. Perseverare…

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Doris Lessing

Biblioteca Centrale.
Ieri, mentre attendevo che mi venissero consegnati i titoli richiesti, ho scorso con lo sguardo i vari libri di Doris Lessing riposti sullo scaffale difronte al banco prestiti. È stato, il vostro, un gesto delicato e affettuoso in ricordo della grande donna e scrittrice che ci ha lasciati. Significativo. Grazie.
Volevo dirlo.

Riguardo le recensioni

Buongiorno,
piccola riflessione. A seguito della ricerca compaiono tutti i libri che risultano nelle varie versioni e sedi. Se ci sono recensioni, queste non sono legate al titolo bensì al libro che il lettore ha preso in prestito. Quindi per leggere le varie opinioni devo farlo scorrendo tanti libri quanti sono in catalogo (salvo che vi sia un solo libro oppure lo stesso libro con più commenti). Mi chiedevo se non fosse possibile legare i commenti al titolo e non al singolo libro in modo che siano disponibili per ogni versione del catalogo.
Spero di essermi spiegata chiaramente, che "casino" ne fo tanto
Grazie

P.S. Quello che fate è meraviglioso. Grazie grazie grazie!

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