Patrizia Bossoni

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Elisir d'amore - Eric-Emmanuel Schmitt

Lo so, l’ha detto il mio amico Manga, che cominciare con un dunque virgola è villano.

Dunque, nella mia rubrica telefonica c’è il gruppo “defunti”. Ci finiscono i noiosi e gli urticanti, i supponenti e gli imbecilli, gli indigesti tutti. È una nutrita comitiva, quella che popola l’area “defunti”. Quando uno di loro chiama risuona la Marcia funebre per una marionetta di Gounod. Il “Ciao!” seguito dal nome del telefonante è sostituito da un “Prooonto!?” prolungato, antipatico, con l’ultima “O” che sale verso l’acuto e gela l’atmosfera, sicché il clima da inverno jacuziano impedisce qualsivoglia dialogo.
Chi se ne frega, direte voi. E avete ragione. Tuttavia, (altra insolenza grammaticale) serve a introdurre il mio pensiero sull’Elisir d’amore o La fiera delle ovvietà, il cui incipit recita così:

“Louise, se sei in ascolto, buongiorno.
Se non lo sei, addio.
A seconda della reazione che avrai, questo messaggio costituirà l’inizio o la fine del nostro scambio epistolare.”

Al posto di Louise avrei cestinato la mail, e Adam sarebbe finito all’istante tra i “defunti”. Così, con un clic. Com’è semplice, in certi casi, liberarsi dei fastidi.
Invece Louise ha risposto.
Leggo.
Mi deconcentro.
Quanti baci avrà mangiato? Che curiosa coincidenza: Louise è il nome dell’autrice delle missive e Luisa quello dell’ideatrice dei famosi baci, che inizialmente aveva battezzato “cazzotti” (giuro) ed erano privi di messaggi d’amore. Di quelli è responsabile un certo Seneca (il futurista, non il filosofo).
Rientro dalla digressione.

(Louise) se l’amicizia è la tomba dell’amore, odio l’amicizia.
(Adam) solo la pelle separa l’amore dall’amicizia. Ed è sottile...
(Louise) Ti pare sottile? A me sembra una muraglia.

E allora, Adam si spertica a spiegare alla poveretta che mentre il corpo decade la mente si fortifica, e che l’amicizia è conseguenza logica di un amore vero. Tradimenti a parte, bien sûr.
Lei, che si sentirebbe umiliata dell’amicizia post-amore, replica che preferisce la suite della passione al monolocale dell’affetto.
E lui, l’Adamo senza O, la rimbrotta. Louiselouiselouise, vuoi tutto? Precipiterai nel buio dell’infelicità, ingorda e frustrata che sei. Se pretendi la perfezione, è meglio che rinunci a vivere!
Louise non ticchetta più, lui si turba e digita:

“mi tieni il muso?
Mi stai odiando?
Mi hai dimenticato?”

E mi sovviene quella vecchia pubblicità d’una nota compagnia telefonica: “Mi ami? Ma quanto mi ami? Mi pensi? Ma quanto mi pensi?” Di nuovo distratta.
Mi riprendo.
L’Adamo parigino invia altre due righe due pregandola di rispondere anche mezza parola, altrimenti vola da lei. Non serve. Arriva la mail di Louise: 625 parole acidine, astiosette. Ma che nostalgia, che furtive lacrime! Figurarsi!
Lui di parole ne trasmette 400. Poi si torna alla parsimonia.

(Louise) Come te la passi? Raccontami le tue giornate. C’è un’altra donna?
(Adam) Non una donna, alcune donne. Nessuna può sostituirti, Louise.

E penso a Nemorino:

Ah! te sola io vedo, io sento
giorno e notte e in ogni oggetto:
d’obbliarti in vano io tento,
il tuo viso ho sculto in petto.
Col cambiarsi qual tu fai,
può cambiarsi ogn’altro amor.
Ma non può, non può giammai
il primero uscir dal cor.

Louise scrive al suo ex-caro-tuttavia-amico che prima d’apprezzare certe cose ci si deve abituare. Il caffè, le sigarette, i broccoli, la solitudine. Per esempio.
Non sono ancora a metà.
Scambi di confidenze sull’amore, sugli amori. Sulla psicanalisi. Su altro.
Sei geloso? Chiede lei.

(Adam): detesto la gelosia e sarei furioso se mi scoprissi geloso.
(Louise): si può essere padroni di ciò che si pensa, ma mai di ciò che si sente.

S’infastidisce lui. S’infastidisce lei. E nemmeno io scherzo.
Per fortuna è lettura di mezz’ora o poco più.
Forse quei baci avrebbero fatto meno danni se ingoiati con la loro carta argentata, ben sigillati, per impedire l’uscita dei famigerati bigliettini. Ché poi si prende spunto. Ahinoi.

Chiedo: scrivere questa roba, era indispensabile? Per aumentare il numero delle pagine, alcune contengono una sola riga scritta! Non è bello un libro fatto di niente e pagine bianche.

Eric,
(se dell’)“Elisir di sì perfetta,
di sì rara qualità,
ne sapessi la ricetta,
conoscessi chi ti
(la) fa” (perdona, Felice, questa mia sfacciataggine)

basterebbe una goccetta
a rimuover l’ovvietà
e da storia noiosetta
otterresti una beltà.

P.S. Peccato. Di Schmitt avevo letto altri libri, leggeri ma non banali. Questo sa di filosofia da supermercato (con tutto il rispetto per i supermercati).
Oppure sono io incapace di cogliere. Perché no.

Delatori - Mimmo Franzinelli

“Ho avuto montagne di lettere anonime, come si può pretendere di togliere agli italiani le loro caratteristiche nazionali, vigliaccheria e falsità cordiale?” (capitano S.A., ufficiale della Polizia politica della RSI, in servizio a Milano e a Torino)

Questa è la storia della bassezza morale di migliaia d’italiani: persone comuni, avvocati, professori, clericali, rabbini, ebrei, gerarchi, ricchi e poveri che volontariamente si fecero confidenti del regime. Per denaro, per gloria, per cattiveria.

Il fenomeno delle delazioni nell’Italia di Mussolini arrivò a livelli mai visti. A iniziare dal ’26, con l’entrata in vigore di nuove leggi, divenne reato punibile con vari gradi di severità criticare il duce e il regime, detenere o diffondere stampa antifascista, esprimere dissenso o malcontento. Negli anni ’30 si aggiunsero i provvedimenti antisemiti e dall’entrata in guerra fino alla caduta del fascismo, aumentando gli oppositori del regime, crebbe il numero dei soggetti perseguibili. Manna dal cielo per i delatori.
L’informatore riceveva, in cambio della soffiata, denaro o beni alimentari, e se la denuncia era sottoscritta, si garantiva la segretezza.

La delazione non fu solo fonte di guadagno, fu anche strumento per salire di un gradino la scala gerarchica, prendere possesso dei beni altrui, ottenere favori. In qualche caso salvarsi la pelle.
Ecco così fascisti mettere in cattiva luce camerati per ottenere un riconoscimento, partigiani passare (per paura o interesse) agli ufficiali della Polizia politica notizie sui propri compagni; ecco commercianti, liberi professionisti e funzionari liberarsi della concorrenza denunciando i colleghi, preti e rabbini offrire collaborazione in cambio di vantaggi materiali; e ancora, ecco ebrei guadagnare 7000 lire per ogni ebreo fatto catturare, e cittadini accusare familiari per vendicarsi di vecchie questioni. Insomma, dichiarare un rivale “nemico della Patria” costava niente e tributava parecchio.

I delatori senza volto agivano per denaro, odio razziale, fanatismo, invidia, vendetta, ambizione. Si firmavano “Un gruppo di fascisti”, “Una camicia nera della prima ora”, “Un fedele suddito del Duce”. Si dichiaravano buoni cittadini. Con le mani pulite e la coscienza lercia, però.
Il regime sfruttò e premiò generosamente migliaia d’italiani che volontariamente contribuirono all’arresto, alla tortura, alla deportazione e alla morte di tante vittime innocenti.
Il pensiero d’essere corrotti e traditori, i delatori, nemmeno li sfiorò. Forse mancavano di quello spessore morale che rende Uomini gli uomini, Donne le donne.

Il lavoro imponente di Mimmo Franzinelli scopre un tassello infimo e vergognoso della nostra Storia.
Com’è stato possibile per il nostro Paese rialzarsi? Si fa breccia un interrogativo che stizzisce chi vorrebbe cancellare la parte scomoda della Storia: la dimenticanza di “faccende” che avrebbero indebolito l’identità civica del popolo italiano “aiutò la risalita?”.
Dovremmo sforzarci di riconoscere che se tanti furono gli italiani che aiutarono, protessero e salvarono ebrei, renitenti, partigiani, se tanti furono quelli che combatterono il regime e sacrificarono la vita per la libertà, tanti (troppi) furono quelli che collaborarono col regime per saziare i propri egoismi. Non possiamo continuare imperterriti a puntare il dito contro gli altri pensando che basti a cancellare le colpe gravissime di cui fummo responsabili. Smettiamola con la favola ipocrita del “cattivo tedesco” e del “buon italiano”. Prendiamo atto di quanto è stato e diciamolo, perdio!: italiani brava gente, ma non tutti.

Questo è un libro da leggere. Aprire gli occhi significa intraprendere un percorso di consapevolezza. È un cammino che dobbiamo affrontare. Non tradiamo la Storia, togliamo di sotto il tappeto le nostre ignominie. Guardiamole, affrontiamole. Rinnegare, tacere o semplicemente chiudere gli occhi non ci rende meno spregevoli di quei delatori.

Termino riportando un episodio (fra i tanti) a memoria di chi dimostrò grande integrità morale. Gesti nobili che devono esortarci a rappresentare la parte migliore degli esseri umani. È la testimonianza di un sacerdote che vegliò per un momento il cadavere del comunista Vito La Fratta, di Sesto San Giovanni, incarcerato a San Vittore il 3 maggio 1944. Fu pestato e torturato dai funzionari dell’Ufficio politico investigativo. Due giorni dopo il suo nome fu depennato dal registro matricolare perché “deceduto”:

“Sono entrato nella cella e sono rimasto solo con l’impiccato ch’era stato disteso già sulla branda: un bel ragazzone robusto, dai capelli d’oro e dagli occhi celesti; sembrava un principe di fiaba vestito da galeotto. Ma gli occhi erano rimasti spalancati ed erano immobili e freddi, così freddi che facevan male a guardarli.
Avrà avuto poco più di trent’anni ed era sposato ed aveva già un amore di bimba. E non s’è impiccato per disperazione, ma per non fare male agli altri, per non tradire nessuno. Aveva già subito tre interrogatori, durante i quali era stato atrocemente torturato perché parlasse, perché dicesse i nomi che interessavano gli aguzzini della Polizia speciale. Ed egli sempre muto. A mezzogiorno l’avevano cacciato a furia di calci fuori della camera dell’interrogatorio. Non si reggeva più in piedi, sicché i compagni hanno dovuto sostenerlo e accompagnarlo fino alla sua cella che è al primo piano rialzato del sesto raggio. Tuttavia appena giunto al suo piano, ha tentato di proseguire e, raccogliendo tutte le sue forze, s’è slanciato per le scale con il proposito evidente di buttarsi giù dal più alto terrazzino interno che gira intorno alle celle dell’ultimo piano. I compagni lo hanno raggiunto e ricondotto nella sua cella. Ed egli smaniava e supplicava: “Fatemi morire! Aiutatemi a morire! Alle 4 devo presentarmi ancora all’interrogatorio e non ho più forza, non potrò più resistere, finirò col parlare, non devo parlare, non voglio parlare, non voglio tradire nessuno! Aiutatemi a morire! Datemi qualche cosa! Almeno una lametta di rasoio...”.
I compagni cercarono di calmarlo, gli fecero iniettare della morfina per alleviargli i dolori, gli dettero un po’ di cognac, lo convinsero a buttarsi sul pagliericcio per riposare: “Prima delle 4 verremo noi a svegliarti e ti daremo del cognac”.
Prima delle 4 andarono a svegliarlo e lo trovarono appeso all’inferriata della finestra. S’era impiccato con un pezzo di fil di ferro, forse trovato tra la spazzatura della cella.
Povero ragazzone biondo dai begli occhi celesti senza vita... Mi sono avvicinato per chiudergli quegli occhi che mi sembravano stanchi di contemplare la barbarie degli uomini, che lo avevano spinto al suicidio. Mi sono avvicinato per accarezzargli la fronte bianca come il marmo sotto l’onda dei capelli d’oro, e ho visto un piccolo dettaglio che mi ha riempito di ribrezzo. La sua fronte e la guancia destra erano stampigliate col timbro delle carceri... Gli aguzzini, a mezzogiorno, non si erano accontentati di torturarlo, ma l’avevano ferocemente dileggiato stampigliandogli (certo con grandi colpi) il timbro sulla faccia. Cosicché, su quel volto sigillato dalla morte, si leggeva: “CARCERI GIUDIZIARIE – MILANO”.
Ed era un tremebondo e incancellabile atto di accusa contro coloro che l’avevano spinto a quell’eccesso.”

Undici treni - Paolo Nori

E Baistrocchi aveva pensato “Ma pensa”.

Ho letto, e adesso son qui a scrivere, cioè, non come voi comici che si potrebbe chiamarvi anche romanzer perché scrivete romanzi, ma a scrivere quattro righe su Undici treni. Che forse scrivere undici righe su Undici treni sarebbe anche più corretto, almeno non resterebbero sette treni senza righe. E dimmi che ai treni è meglio che gli manchino le righe invece che i binari, zio campanaro. Absit iniuria verbis.
Ma sai quanto mi piacerebbe fare un salto al Tristobar correndo persino il rischio di dirti siedo anch’io e sentirmi dire no tu no? E senza un perché, così, solo perché no. Va’ che scherzo. Che poi, non potrei neanche incolparti che se c’è uno scherzo è del destino, che poi non sai nemmeno dove sta questo destino per andarlo a cercare per chiedergli perché. Un po’ come l’Augusto Stracciari che quando si chiamava Augusto Stracciari era nato a Medicina e però quando abitava con la regione dell’Asia minore abitava in via Squadroni e si chiamava Arturo Mezzadri, poi quando aveva deciso che non era nato a Medicina ma a Ospitaletto non era più l’Augusto Stracciari che era nato a Medicina ma era uno nuovo che si era fatto persino crescere i capelli. Cosa c’entra mi dirai. Se non lo sai te.
Come mi piacerebbe incontrarvi, compresa la regione dell’Asia minore. Che bello. Figo. Di più.
Chiederei a Speedy Perquindi una spremuta d’arancia giusto perché te avevi chiesto il succo d’arancia e lui aveva preso quello d’ananas, e te l’avevi guardato male che eri appena uscito di prigione e lui non sapeva che eri appena uscito di prigione e alla fine aveva detto ah ho capito. E io apposta chiederei a Perquindi il succo d’arancia per vedere se si sbaglia anche con me, così lo guarderei male anch’io anche se non sono appena uscita di prigione, che a dire il vero io proprio non ci sono mai stata in prigione, ma guardo male anch’io e quando guardo male faccio effetto, e alla fine magari direbbe anche a me ah ho capito.
E mi piacerebbe fare chiacchiering, lì seduti al Tristobar. Due parole. Ma anche due silenzi.
E sai che ridere a giocare alle espressioni parassite? Che noi non ci pensiamo ma alla fine siamo tutti pieni di espressioni parassite. Che se c’è un patto, è di stabilità, se c’è una risata è contagiosa, se c’è un freddo è polare, se ci sono dei sogni, son nel cassetto. Ben chiusi, sempre. Poverini. I sogni, dico. Che poi dico dico e invece sto scrivendo.
E alla fine vi saluterei tutti e direi parto, e Perquindi direbbe anche a me: «Perquindi vai via?» e io gli risponderei: «Perquindi sì».
E adesso siccome ho scritto più di quattro righe e vorrei fare pausing, se ti fa niente farei zapping e magari stopping su To soréla entertainment.
Ecco.
Per farla breve, la vita è fatta di treni, tutti da prendere. Però, a pensarci su un momento, l’ultimo treno, quello lì sarebbe bello perderlo, zio campanaro. Absit iniuria verbis.

E infine grazie che mancano le “d” eufoniche e che in La meravigliosa utilità del filo a piombo hai chiamato clarinetti i clarinetti (lo so che non c’entra niente con Undici treni ma lo metto qui lo stesso, perché quando ho letto clarinetti mi si è allargato un sorriso che non hai idea). Che io ci ho il sobbalzo facile e vederli scambiati per clarini puoi immaginarti.
E niente. Son soddisfazioni.

Stravagante, arruffato, sagacemente sgrammaticato.
Il suo sguardo si posa sul mondo e sulla gente, sulle piccole gioie e i drammi della vita con ironia e umanità.

“Insomma a lui, a Baistrocchi, gli piaceva lamentarsi, per esempio una volta, mentre scendeva le scale che stava venendo al Tristobar, noi ci trovavamo tutte le sere, o quasi tutte le sere, al Tristobar, così lui mi raccontava le cose e io lo ascoltavo e gli davo ragione e una sera, Baistrocchi, gli era suonato il telefono, aveva risposto, era un giornalista del Corriere della sera, edizione di Bologna, che gli aveva detto «Senta, ma lei, cosa ne dice di questo calo delle iscrizioni a lettere, all’università?»
E lui, che non sapeva niente, del calo delle iscrizioni a lettere, all’università, gli aveva risposto: «Niente, ne dico, del calo delle iscrizioni a lettere, all’università. Mi chiedo soltanto come mai lo chiede a me» gli aveva detto.
«Ma scusi» gli aveva detto il giornalista del Corriere della Sera, edizione di Bologna, «ma lei non è un letterato?»
«E lei non è un giornalista?» gli aveva chiesto lui.
«Sì» gli aveva detto il giornalista.
«E io le ho forse chiesto di dirmi qualcosa del calo delle vendite dei giornali?»
«No» gli aveva detto il giornalista «non me l’ha chiesto».
«Ecco» gli aveva detto Baistrocchi, mi aveva raccontato Baistrocchi tutto contento.
Zio campanaro, che testa che aveva.”

Eros e Priapo - Carlo Emilio Gadda

Priapo Ottimo Massimo, o il Fallo in camicia nera.

“Ergo: la Italia ventitré anni quello animalino la mandò. E che il giudice mi tagli mano, se questo che qui non è sillogismo diritto, di misura stretta. Il suggeritore fu lui il Ministro, Primo Ministro delle bravazzate, lui il Primo Maresciallo (Maresciallo del cacchio), lui il primo Racimolatore e Fabulatore ed Ejettatore delle scemenze e delle enfatiche cazziate, quali ne sgrondarono giù di balcone ventitré anni durante”

Gadda, ch’era stato iscritto al partito fascista, affermò che già con la guerra d’Etiopia aveva compreso cos’era veramente il fascismo e quanto lo ripugnava, “Prima non me n’ero mai occupato. Le camicie nere mi davano fastidio e basta”.
Arrivò la sua condanna con Eros e Priapo, un furioso attacco contro il duce, i suoi gerarchi, gli uomini e le donne fasciste. E contro se stesso, che tanto nel fascismo aveva creduto.

Del Batrace tritacco scrive: “Ed ebbe faccia da proferire, notate, da proferire verbalmente, con l’apparato laringo-buccale la sporca e bugiarda equazione: io sono la patria; e l’altra: io sono il pòppolo.”
Così, lo sbraitante mascelluto dux piccavasi d’impersonare egli solo la causa, la patria e il suo poppppolo con quattro p che vociava da sotto il poggiolo: ku-ce ku-ce ku-ce!

È sconcio sconcissimo turpiloquio, violentissimo attacco, invettiva furente. È analisi feroce e lucida della psicologia del fascismo e del popolo italiano. È satira a livelli altissimi. È lingua possente e magnifica contaminazione: Machiavelli, fiorentino odierno, escursioni nel parlato lombardo e romano.
Non è lettura facile, ma affrontare quest’iconoclastica mussolineide vale davvero la pena.

“Eretto ne lo spasmo su zoccoli tripli, il somaro dalle gambe a ìcchese aveva gittato a Pennino ed ad Alpe il suo raglio. Ed Alpe e Pennino echeggiarlo, hì-hà, hì-hà, riecheggiarlo infinitamente hè-jà, hè-jà, per infinito cammino de le valli (e foscoliane convalli): a ciò che tutti, tutti!, i quarantaquattro millioni della malòrsega, lo s’infilassero ognuno nella camera timpanica dell’orecchio suo, satisfatto e pagato in ogni sua prurigo, edulcorato, inlinito, imburrato, imbesciamellato, e beato. Certi preti ne rendevano grazie all’Onnipotente, certi cappellani di cappellania macellara; certe signore, quella sera, “si sentivano l’animo pieno di speranza”. A chiamarlo animo, il sedano, e a chiamarla speranza, chel sugo.”

“Che sarebbe mai la nostra povera Italia senza quell’omo!”
Poteva essere la storia di un granello smargiasso. Invece fu sciagura infame e rivoltante.
Hè-jà hè-jà trallallà.

E fu subito regime - Emilio Gentile

Contrariamente alla storiografia sulla rivoluzione bolscevica, che contesta l’immagine mitica della rivoluzione d’ottobre, ma non la riduce a un’opera grottesca, in Italia gli storici dibattono ancora, senza trovare accordo, sul significato storico della “marcia su Roma”. Salvemini la definì “opera buffa”, Repaci pur affermando che la conquista fascista del potere racchiudeva in sé il fenomeno fascista e tutto ciò che vi gravitava attorno, riteneva la “marcia su Roma” una “goffa kermesse”; Sassoon, in Come nasce un dittatore, le cause del trionfo di Mussolini, la considera “poco più che una trascurabile adunata di utili idioti”. Anche gli antifascisti dell’epoca sottovalutarono la “marcia su Roma” e quando il regime li schiacciò e li mise al bando “si consolarono ridicolizzando la «marcia su Roma» come una messa in scena, e proiettarono questa immagine su tutta la successiva esperienza del regime totalitario”.
Minimizzarono il fenomeno (e ancora oggi qualcuno lo riduce a fatto di poco conto) che, in realtà, fece precipitare il Paese in uno dei periodi più bui della storia italiana, il tragico ventennio di regime, sconfitto soltanto “dopo essere stati sopraffatti e disfatti dagli eserciti stranieri in una seconda guerra mondiale”.
Harry Kessler, diplomatico tedesco e acuto osservatore, confrontando le due rivoluzioni da cui nacquero i primi regimi a partito unico, il 29 ottobre 1922 riportava nel suo diario: “In Italia i fascisti hanno conquistato il potere con un colpo di Stato. Se riusciranno a conservarlo, allora questo è un evento storico che potrà avere conseguenze imprevedibili non solo per l’Italia ma per l’intera Europa. Può essere il primo passo verso la vittoria avanzata della controrivoluzione. Fino ad oggi i governi controrivoluzionari hanno agito, in Francia per esempio, come se fossero democratici e amanti della pace. In Italia, invece, si afferma un tipo di governo francamente antidemocratico e imperialista. Il colpo di Stato di Mussolini può essere paragonato a quello di Lenin nell’ottobre 1917, ma diretto in senso opposto, naturalmente. E può darsi che sfocerà in un periodo di nuovi disordini e di guerre in Europa”
La mattina del 30 ottobre, Mussolini scese dal treno alla stazione di Roma. Alla folla rivolse le seguenti parole: “Sono venuto a Roma per dare un governo alla Nazione. Tra poche ore la Nazione non avrà solo un ministro: avrà un governo”. In realtà l’Italia si preparava a subire un regime. Un partito di milizia conquistò il governo di uno Stato parlamentare, dopo tre anni di esistenza come movimento e uno soltanto come partito. La violenza sostituì esperienza e conoscenza di amministrazione e governo, l’astuzia raggirò politici e governanti navigati, tolse “il monopolio della forza, l’autorità e il prestigio a uno Stato che era uscito vincitore dalla prova di una guerra mondiale; e alla fine riuscì a conquistare il potere proclamando apertamente che l’avrebbe usato per distruggere lo Stato liberale e la democrazia”.
Violento e ambizioso, capace oratore, prima esponente socialista e direttore dell’Avanti, poi fondatore de Il Popolo d’Italia e nemico degli ex compagni, presentò il fascismo come movimento “antipartito”, repubblicano e anticlericale, difensore della vittoria, ostile al socialismo. In seguito, per aumentare il consenso, diede un nuovo volto, un nuovo taglio ideologico, una nuova immagine. Evidenziò l’orientamento a destra, dichiarò che il fascismo era la forza più attiva in difesa della “borghesia produttiva”; divenne rispettoso del cattolicesimo perché esso faceva di Roma, per lui “ capitale di un immenso Impero spirituale”, che parlava “a 400 milioni di uomini”, quindi utile all’azione espansionista del fascismo.
Partì l’offensiva degli squadristi. Incendiarono e devastarono edifici e documenti, spararono contro chi professava idee socialiste e contro semplici cittadini, forti del favore che godevano da parte di prefetti, questori, funzionari di polizia, ufficiali militari, magistrati, quasi tutti favorevoli al fascismo.
Il governo non reagì. Quando il Popolo d’Italia pubblicò il regolamento della milizia fascista, il capo di gabinetto porse il giornale al ministro dell’Interno e chiese: “Cosa ne pensi? Se il Governo dopo questa sfida se ne sta alla finestra, come ha fatto finora, si coprirà di ridicolo”. Il ministro gli consegnò un foglio che conteneva le sue dimissioni, dichiarando: “Se al Consiglio dei ministri non si approvano le misure che io esporrò per tentare di uscire da questa situazione umiliante, me ne vado”. Ma il Consiglio dei Ministri non prese posizione, e il ministro degli Interni, invitato a non creare una nuova crisi, ritirò le dimissioni.
Mussolini sapeva che la monarchia non si sarebbe opposta, affermò il disprezzo per il parlamentarismo, ripudiò la democrazia che era stata “utile ed efficace per la nazione nel secolo XIX, può darsi che nel secolo XX sia qualche altra forma politica che potenzii di più la comunione della società nazionale”. Esaltò esercito e nazione, principale mito del fascismo: “Il nostro mito è la nazione, il nostro mito è la grandezza della nazione. E a questo mito, a questa grandezza, che noi vogliamo tradurre in una realtà completa, noi subordiniamo tutto il resto”.

Il fascismo non salì al potere in seguito a un compromesso ma grazie alla resa dello Stato liberale ricattato da un partito armato.
Si poteva annientare il fascismo? Sì. Si poteva salvare la democrazia? Sì. Si poteva evitare al popolo italiano di vivere la tragedia che la Storia ci ha trasmesso? Sì. Se solo la “marcia su Roma” non fosse stata sottovalutata. E se anziché chinare il capo di fronte alle minacce di chi adottava la violenza come strumento di potere, si fosse mantenuto alto per dire “no” al dispotismo.

Penso alle parole di Levi. Quel che è successo può ripetersi. La Storia dovrebbe insegnare, e invece vedo sottovalutare parole, dichiarazioni, atti violenti. Chi dovrebbe prendere posizioni forti contro tali manifestazioni tace, minimizza, riduce tutto a “folclore”, a “espressioni colorite”, a “imprese di quattro balordi”. Erano “quattro balordi” anche quelli. Sappiamo com’è finita.
Errare è umano. Perseverare…

La promessa - Friedrich Durrenmatt

In terra elvetica, precisa, pulita e razionale, certezza non v’è, e la ragione barcolla. Una beffa tremenda per la perfettissima Svizzera.

Sembra il classico giallo: scoperto un cadavere, inizia l’indagine e si trova il colpevole.
Dürrenmatt introduce però elementi che scompongono il disegno: caos e caso (e già i due lemmi accostati creano un bel gioco).
Matthäi, genio investigativo, ha promesso alla madre dell’ultima piccola vittima di scoprire la verità. Intuendo l’innocenza del presunto assassino, inascoltato dai colleghi, si mette a indagare da solo. Ha studiato e dato forma a ciò che forma non aveva.
Un uomo uccide ferocemente delle bambine. L’ultima ha lasciato un indizio importante: un disegno che raffigura il gigante dei porcospini. Per Matthäi diventa un’ossessione, e nel folle tentativo di intrappolare l’ignoto killer, usa un’esca, inconsapevole d’esser tale.
Gli ex colleghi, convintisi delle intuizioni di Matthäi, lo appoggiano. Ma “La nostra ragione rischiara il mondo non più dello stretto necessario. Nel bagliore incerto che regna ai suoi confini si insedia tutto ciò che è paradossale.”
Dunque l’ordine non è di questa terra e l’etica capitola di fronte al fine da raggiungere?

Un accadimento banalissimo sovvertirà la logica, a dimostrazione che casualità e caos possono spezzare l’esile filo che lega la realtà all’intelletto.
È la sconfitta del raziocinio.
Requiem.
Chissà, se solo avessero aperto un giornale. Ma sarebbe stata un’altra storia.

P.S. Noto (con consueto sobbalzo):
“L’individuo era pregiudicato. Reato sessuale ai danni di una quattordicenne.”
---------------
“Non era stato condannato una volta per un reato sessuale?”
“C’era stato qualcosa con una quindicenne.”

La violetta del Prater - Christopher Isherwood

Scrive Manganelli nella nota finale: “Se Isherwood scrivesse musica, la sua predilezione ha qualcosa di infantile andrebbe ai fiati: romanzi per oboe, clarinetto, per corno di bassetto. Il corno di bassetto è aereo di quella ariosità serale e boschiva che s’accompagna ad una solitudine insieme pittoresca e irreparabile; un precario sorriso custodisce una delicata risonanza, l’allucinazione dell’eco, una sonorità pensosa, e insieme elegante; la sonorità delicata di una angoscia ostinata ma inafferrabile; l’imprecisa, cattivante angoscia dell’esistenza.”

Londra, anni Trenta.
Chatsworth sogna di realizzare una Tosca scritta da Maugham, con Greta Garbo come protagonista, invece è alle prese con La violetta del Prater. A dirigerlo è il regista ebreo-tedesco Friedrich Bergmann, sceneggiatore il giovane e promettente scrittore Christopher Isherwood.
Si lavora in un clima di esaltazione, di entusiasmo, ma in Europa incombe la catastrofe. A Berlino è in corso il processo per l’incendio del Reichstag; in Austria gli scontri con le masse operaie sono aspri, seguono arresti, condanne, uccisioni. Gli inglesi non vogliono credere. Non ancora. Meglio illudersi che non accadrà. Meglio non pensare allo scoppio di una guerra europea. Meglio vivere nell’inconsistenza della finzione.
“Questo rispettabile ombrello è la bacchetta magica con la quale l’inglese cercherà di fare scomparire Hitler. Quando poi Hitler rifiuterà di scomparire, allora l’inglese aprirà il suo ombrello e dirà: “Dopo tutto, che può farmi un po’ di pioggia?”. Ma la pioggia sarà una pioggia di bombe e di sangue. L’ombrello non è a prova di bomba”.
Solo Bergmann pare inquieto. Sente la guerra avvicinarsi. L’Austria, dove ha lasciato moglie e figlia, non è più sicura.
E mentre fra le macchine dell’illusione volteggia la leggerezza, si scivola, dolcemente, verso il baratro della follia nazista.

La favola bella è pretesto per riflettere. Perché certa “leggerezza” tanto leggera non è.
“Che cosa ti spinge a vivere? Perché non ti ammazzi? Perché si riesce a sopportare tutto? Che cosa te lo fa sopportare?
Potevo rispondere a una domanda del genere? No. Sì. Forse… Supponevo, vagamente, che fosse per una sorta di equilibrio, un complesso di tensioni. Si fa la cosa che viene dopo nell’elenco. Un pasto da consumare. Il capitolo undici da scrivere. Il telefono che suona. Si esce in taxi, diretti in un posto qualunque. Il proprio lavoro. I divertimenti. La gente. I libri. Le cose che si possono comperare nei negozi. C’è sempre qualche cosa di nuovo. Deve esserci. Diversamente, l’equilibrio verrebbe interrotto, la tensione spezzata.”

“La morte, bramata, temuta. Il sonno, tanto desiderato. Il terrore del sopraggiungere del sonno. La morte. La guerra. La vasta città addormentata, destinata alle bombe. Il rombo degli aeroplani incursori. Le batterie contraeree. Le urla. Le case sbriciolate. La morte universale. La mia morte. La morte del mondo visto, conosciuto, assaporato, tangibile. La morte col suo esercito di paure. Non le paure che tutti conoscono, le paure cui si fa pubblicità, ma quelle più terribili: le paure segrete dell’infanzia. Paura del tuffo dal trampolino, del cane del fattore e del cavallino del parroco, paura degli armadi, dei corridoi scuri, paura di spaccarsi un’unghia con un taglierino. E, al culmine, la più indicibilmente temibile, la paura prima: quella di aver paura.
[…]
Forse avrei potuto volgermi a Bergmann e chiedergli: «Chi sei? E io, chi sono? Che cosa facciamo qui?». Ma gli attori non possono rivolgersi domande simili durante lo spettacolo.”

L'Adalgisa - Carlo Emilio Gadda

Doveva essere un romanzo, dal titolo Un fulmine sul 220. ma il Carlo Emilio, un po’ annoiato, ha spezzato il fulmine e è nata L’Adalgisa.

Dieci quadri, anzi, dieci disegni per descrivere la Milano del tempo che fu; con la sua borghesia salottiera, fastidiosetta, un poco urticante e che non manca di mostrarsi a teatro, dove “s’aduna a purgare le sue indigestioncelle farisaiche, i suoi peccatuzzi stitici, col porger orecchio a quegli altri peccati, un po’ più cipperimerli per fortuna, di Luigi Dallapiccola o di Igor Strawinski.” Quella borghesia fatta di chiacchiere scambiate “pèna denter de l’üss”
Son salita anche sul 24, attenta a non finire come “donna” Elsa, vittima della società musogònica vociante “Vegnì ki! Occupàaato! S-ciào. A momenti le ciapàvom no, e poi però l’émm ciapàa!”. Il 24.

Mirabilis mirabilia il gioco di parole, il mescolarsi d’idiomi.
E le note, le note, caro Carlo Emilio! L’è vegnuu foeura on alter liber, un godimento. On piaser!

Una storia semplice - Leonardo Sciascia

«L'italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica...».
«L'italiano non è l'italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto».

Breve, brevissimo. Scrittura asciutta, essenziale. Mai gridata e mai ampollosa. Si entra direttamente nella storia, quella che conosciamo bene, perché ogni giorno presenta il conto. Storia di una società dove il corrotto va a braccetto col corruttore, dove stato e chiesa sono guasti, dove il silenzio premia e la parola uccide; dove è bene, pur sapendo, non sapere; dove lo sguardo deve volgersi altrove e non vedere. Dove, davvero, con meno “italiano” si può salire molto in alto.
Il malvivente ride, e benedice l’omertoso che gli evita un po’ lavoro in più.

Discorso dell'ombra e dello stemma, o, del lettore e dello scrittore considerati come dementi - Giorgio Manganelli

“… chi scrive e chi legge debbono amare violentemente le parole che giocano, e dove non c’è gioco di parole, equivoco, nonsense, doppio senso, omeoteleuton, semplicemente non c’è la letteratura; state sicuri che il fragore di un gioco di parole copre qualunque illusione di significato...”

Leggerti è capitombolare in una festosa euforia. Esilarante e tragica. Un’ilarità perversa. Una mefistofelica gaiezza. Ti rendi conto, Manga? In preda alla demenza che intendi. Ché seguendo il discorso del fool non potrebbe andare diversamente.
Dementi i lettori, dementi gli scrittori, dementi i critici letterari e i recensori. E la letteratura? Demente anch’essa, giacché la demenza è madre della scrittura e della letteratura.
“ Solitaria, catastrofica e totalmente felice, la letteratura ride.”
Ride. “La letteratura dello stemma ride; la letteratura dell’ombra ride.”.
E anche le parole ridono. E giocano. E parlano, le parole. Affabulano e irretiscono, e “non è possibile sottrarvisi, giacché la scelta non è dello scrivente e del leggente, ma delle parole. Esse sono i demoni che affollano il mondo, e le nostre vite non avrebbero senso altrimenti, né avrebbero luogo. Notate: un lato della parola è rovente, un lato della parola è diaccio; dunque non si possono toccare; eppure, si debbono toccare. L’inferno è inaccessibile, ma è stata costruita una strada d’accesso; il cielo è supremo, ma è stata innalzata una scala vertiginosa.”
Non potremo mai possedere le parole; ma ne saremo posseduti.
L’incantesimo si rinnova. È la letteratura. Inutile e indispensabile. Hai ragione: “Si può vivere senza letteratura, purché si sia già morti”

Ahhh!, che goduria questa mirabolante demenza. Tanto, che son tornata spesso sui miei passi per gustarla ancora. Ancora. E ancora.
Viva te, viva il fool. Viva l’ombra e viva lo stemma. Grazie. Grazie.

Un giorno di festa - Graham Swift

Giorno di festa. Coito e post coito.

Coito.
Ha pensato a tutto, Paul. Persino al contraccettivo (diaframma, tenete a mente). La giovane Jane, cameriera trovatella a servizio della famiglia Niven, da qualche anno ha una relazione col rampollo di casa Sheringham. Prima la pagava, poi promossala “amica” ha evitato la spesa. Lui risparmia, e lei non si sente più una prostituta. In fondo, “Amica, [è] meglio ancora che amante”. E di amanti ne avrà un buon numero in seguito, quando sarà a Oxford: “Tanti: di questo avrebbe fatto un punto d’onore”.

E veniamo al 30 marzo 1924, Mothering Sunday. Eccola arrivare, la nostra Jane, in bicicletta. Varca il cancello e pedala lungo il viale d’accesso, tra limoni e narcisi. Questa volta non passa dal retro, ma dall’ingresso principale. La casa di Upleigh è vuota. La famiglia è fuori a festeggiare l’imminente matrimonio fra Paul e Emma Hobday. Le domestiche sono state accompagnate alla stazione dal giovanotto. Trascorreranno la giornata con le rispettive famiglie.
La conduce, o meglio, la spinge su per le scale. Raggiunta la stanza da letto, Paul spoglia la giovane mentre lei, ferma, osserva quella stanza fino a ora sconosciuta. Sdraiati sul letto, nudi, immobili, l’una accanto all’altro fissano il fumo delle sigarette, col cinguettio che arriva dal giardino e rompe il silenzio della casa deserta. Per lei, convinta di una “perfetta politica della nudità” che cancella le gerarchie, è un momento magico. Un momento di pace e incanto che difficilmente una servetta può conoscere. E qui, per non tediarci con troppa poesia, ecco che mr Swift le fa sbatacchiare “via la cenere dall’uccello ancora umido” di Paul.

Post coito.
A questo punto, i termini nudo, nudi, nudità comparsi già una decina di volte, si replicano per altre trenta e più. Il buon Graham teme che ci dimentichiamo, o che non ci sia chiara la loro condizione di nudità. Lo stesso vuole che rammentiamo l’orfanitudine di Jane (e pensate un po’!, nonostante sia cresciuta in brefotrofio, si rivela essere creatura “tutt’altro che priva di intelligenza e spirito d’iniziativa. Era venuto fuori che la ragazza sapeva leggere molto meglio di quanto fosse richiesto a una cameriera, scrivere ben più di una semplice lista della spesa, e anche fare di conto”); si adopera, mr Swift, perché non cadano nell’oblio le numerose “emissioni notturne”, prodotte in solitudine o in compagnia. Ha cura che non scordiamo quelle macchie. Tiene altresì a ricordarci, svariate volte, il diaframma o cappuccio che il magnanimo Paul ha procurato alla giovane domestica.
Mentre il seme di Paul abbandona Jane, con notevole sgocciolio tra le gambe (ci spiega che è per il diaframma), il giovane si veste, lentamente, e non prima che l’egregio autore abbia largheggiato sulla di lui nudità. Nel frattempo lei rimane sdraiata sul letto. Nuda.
Paul se ne va nel primo pomeriggio, Jane approfitta per visitare (nuda) la casa. Entra in biblioteca e stringe al petto (nudo) un libro di Stevenson, raggiunta la cucina, si siede (nuda) e consuma il pasticcio messo da parte. Beve birra. All’improvviso si sente miserabile, senza niente addosso. Rutta rumorosamente (giuro!) e torna di sopra per rivestirsi. Infine esce, inforca la bicicletta e si avvia verso casa Niven. L’incontro amoroso è finito. Jane, consapevole che non ne seguiranno altri, pedala.
E qui… bombshell!: “Aveva ventidue anni. Con il vento che le sollevava la gonna, e le stuzzicava il diaframma.” (riferito al contraccettivo succitato).
Ora, anche ipotizzando una sella col buco intorno (come la famosa menta), un organo genitale somigliante al traforo del Monte Bianco e un vento potente come una tromba d’aria, vi pare verosimile?

Stringendo: gli eventi si susseguono e si giunge al termine, passando per il cambio importante nella vita di Jane. Il trasferimento a Oxford, il suo lavoro come commessa in una libreria, dove di giorno in giorno i libri le diventano sempre più familiari, così come lo divengono i clienti: “Cominciò a frequentarne alcuni, a uscire con loro, perfino ad andarci a letto, e non sarebbe stato errato affermare che era esattamente ciò che aveva sperato, e in qualche modo previsto. Se non era potuta “andare a Oxford” nel senso che comunemente veniva associato all’espressione, tanto valeva che diventasse intima di chi godeva di quel privilegio. Sarebbe stato addirittura possibile sostenere che si muoveva nella cerchia universitaria con molta più libertà, e riscuotendo molto più successo, di tanti poveri sgobboni che dell’accademia facevano parte a tutti gli effetti. Riusciva perfino a spacciarsi per un esemplare di una specie rara quanto spaventosa: le studentesse universitarie.”
Infine la gloria.
Lunga la vita di Jane. Corto (per fortuna) il racconto.

Voleva essere una narrazione sulle convenzioni sociali, sugli strascichi della Grande Guerra, sull’emancipazione, l’indipendenza, i sogni, le aspirazioni, l’amore per le parole? Voleva essere un omaggio alla lettura, alla scrittura? Ai romanzieri citati, primo fra tutti Conrad? Poteva esserlo. Invece no.
Ripetitivo fino al fastidio. Tutto per superare le cento pagine e renderlo vendibile?
E ho percepito uno sgradevole velato “invito” al giudizio nei confronti di Jane. I passaggi sulla giovane domestica/giumenta, che ho riportato, sono alcuni esempi. Su Paul lo stallone, perché “non c’era alcun dubbio che lo fosse”, nulla da dire. O al limite si potrebbe, con un sospiro, borbogliare per “tutte quelle emissioni sprecate”.

P.S. Il 30 marzo 1924, era veramente domenica. È anche l’anno della morte di Conrad, che a Jane piace tanto (lo immagina persino - il vecchio Joseph - disteso al suo fianco. Nudo, naturalmente).
Su su, che a cercare qualcosa si trova. Leggete Conrad. E gli altri scrittori citati.
Tutto quel Modigliani in copertina sprecato…

Fasciste di Salò - Cecilia Nubola

La neutralità favorisce l’oppressore, mai la vittima. Il silenzio aiuta il carnefice, mai il torturato.
Elie Wiesel

Collaborazioniste, delatrici, cacciatrici di ebrei, donne in armi. Sono i ruoli che ricoprirono numerose donne italiane, dopo l’8 settembre 1943, decidendo di aderire alla RSI.
Denunciarono ebrei e antifascisti, collaborarono, come spie, con nazisti e fascisti; furono parte attiva nelle azioni di cattura, tortura, morte. Alcune entrarono nelle bande nere a fianco dei loro uomini. Tradirono, saccheggiarono, furono autrici di violenze inaudite.
Finita la guerra, iniziarono i processi. Gli avvocati delle ex fasciste di Salò escogitarono strategie vincenti. Tranne rarissimi casi, le accusate si professarono innocenti, negarono ogni accusa. Quelle che si trovarono di fronte a prove evidenti dichiararono di essere state costrette, o aver agito per amore di un gerarca nazista o fascista, o di Mussolini, o della patria.
A conclusione dei processi, le donne condannate, iniziarono a presentare richiesta di grazia per ottenere la liberazione o, almeno, una riduzione di pena. Nessuna si riconobbe colpevole, nessuna espresse pentimento, nessuna chiese perdono alle vittime. Anzi, affermarono d’essere vittime esse stesse. Vittime di una giustizia che non aveva processato o aveva assolto alti gradi politici e militari del regime, vittime di uno stato economico insufficiente per pagare buoni avvocati e testimoni. Vittime per non aver goduto dell’appoggio di alti prelati o del Vaticano. In sostanza, reclamavano la grazia come atto di giustizia.
Molte imputate furono assolte, le condannate non scontarono la pena imposta. Le amnistie, iniziando da quella del 22 giugno 1946 a firma di Togliatti, diedero il via alla liberazione di chi (donne e uomini) aveva collaborato col regime fascista. Molte di loro non subirono alcun provvedimento giudiziario perché, finita la guerra, erano sparite in attesa che si placassero gli animi.
Seguirono le amnistie del ’48 e ’49.
Con la legge 18 dicembre 1953, n. 921, si rese possibile la liberazione condizionale “ai condannati per reati politici a prescindere dalla quantità della pena espiata e di quella da espiare, per semplice iniziativa del guardasigilli. In seguito a questa nuova disciplina, dal marzo 1954 al dicembre 1956 furono ammessi alla liberazione condizionale 104 collaborazionisti da parte del ministro Michele De Pietro e 17 da parte del ministro Aldo Moro. Le ultime liberazioni avvennero su iniziativa di Aldo Moro, guardasigilli nel primo governo Segni, dal 6 luglio 1955 al 15 maggio 1957.”
E così, nell’arco di dieci anni, le donne e gli uomini colpevoli di crimini fascisti, riacquistarono la libertà.

“La scelta politica dei primi governi del dopoguerra fu quella di dare largo spazio ai provvedimenti di clemenza per giungere in breve tempo alla “pacificazione nazionale”, a “voltare pagina” nei confronti del regime fascista. Le amnistie, così frequenti nell’Italia repubblicana, andarono a incidere in maniera determinante sullo svolgimento dei processi partendo dalla già ricordata amnistia, decisiva e precoce, del 22 giugno 1946, la cosiddetta amnistia Togliatti, guardasigilli nel primo governo De Gasperi”

La pacificazione nazionale si raggiunge dopo aver saldato i propri conti. Ma i conti con la Storia, noi italiani, non li abbiamo mai fatti. Pronti a criticare, a puntare il dito e condannare gli altri, ci siamo affrettati a nascondere le nostre colpe e responsabilità sotto lo zerbino e, nel timore che qualcosa s’intravedesse, ci abbiamo messo entrambi i piedi sopra. Questa, è la parte di noi che mi fa, da sempre, schifo.

Il lavoro culturale - Luciano Bianciardi

Ogni volta che ti leggo, penso che basterebbe cambiare numeri e date e si potrebbe dire che l’hai scritto ieri. Triste. Tragicamente triste. Significa che non è cambiato niente. Cerco riparo nella tua ironia per addolcire i pensieri. Ma poi non ce la fo. Sale la rabbia e lo sconforto. Oddio, forse qualcosa è cambiato. Il lavoro culturale è diventato mercato, la politica ha perso identità. Gli stereotipi, invece, son sempre quelli. Come vedi, qualcosa è rimasto. Il peggio. Compresa la precarietà.

E andiamo avanti, in questo paese sghembo, dove tutti scrivono e pochi leggono. E dicevi bene tu: “Forse il numero degli scrittori è pari a quello degli analfabeti, e fors’anche il problema dell’analfabetismo si potrebbe risolvere imponendo a ciascun autore di insegnare a leggere a un analfabeta, servendosi del suo libro inedito come di un sillabario.” Nessuno l’ha fatto.

P.S. Non preoccuparti, passata la rabbia si torna a sognare e a tentare di costruire un mondo migliore.

Manhattan transfer - John Dos Passos

Manhattan Transfer fu pubblicato nel 1925, quando Dos Passos era ancora dalla parte di Sacco e Vanzetti.

“Ciò che c’è di più tremendo a New York è che quando ne avete fin sopra i capelli, non sapete più in quale altro posto andare. È il tetto del mondo. La sola cosa che ci rimane è girare e girare come lo scoiattolo in gabbia”

In questa New York, madre abietta, spietata eppure splendida e seducente, nel cui ventre pullulano figlie e figli, schegge di vite e storie s’intersecano, si sfiorano e mai si toccano; creature in cerca della loro occasione. E un sogno: farcela.
E NY “It’s the land of opportoonity”.
Con improvvisi cambi d’inquadratura donne e uomini s’affacciano e svaniscono, disegnando sul fondale una storia unica, sociale.
Dos Passos procede senza continuità narrativa, con uno stile cinematografico. Ne risultano immagini più che descrizioni, voci più che parole. Il ritmo è serrato, non concede soste e rende difficile ricordare i singoli personaggi. Rimane il rimpianto di non essere riusciti a trattenerli nella mente. Ma col tempo si affacceranno, nitidi o sfumati, per dire: -Passammo, meteore senza scampo, per dar luce e colore alla città-.
È un canto per New York, impetuoso, irrefrenabile, elettrizzante e tragico.

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Qualcosa m’ha infastidito, ma Dos Passos non ha alcuna responsabilità. Sono io ad aver letto la traduzione sbagliata. Qualche esempio:

“I would invite her up here but I’ve been afraid you would be rude to her.”
“L’avrei invitata da noi, se non avessi paura che tu fossi scortese con lei.”
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“If I thought it’d be any good to me”
“Se sapessi che mi servisse a qualcosa”
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“Of course what you want to do is make every reader feel Johnny on the spot in the center of things.”
“Naturalmente, voi vorreste dare a ogni lettrice l’impressione che siano di per sé al corrente della gran vita”
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“Shuffle, droning saxophone tease, shuffle in time to the drum, trombone, clarinet”
“Strascicare di piedi al ritmo della batteria, del trombone, del clarino”.

Ma perché il clarinetto deve diventare un clarino! Non sono la stessa cosa. No! Clarino non è sinonimo di clarinetto! Il clarinetto discende dallo chalumeau, il clarino era una tromba!

La panne - Friedrich Dürrenmatt

“… chi se la sente di conoscersi proprio a fondo, non c'è nessuno che abbia la coscienza perfettamente pulita…”

Alfredo Traps, rappresentante di articoli tessili, rimasto in panne con la sua Studebaker accetta l’ospitalità di un vecchio giudice in pensione. Fa conoscenza con tre amici dell’uomo: un pubblico ministero, un avvocato e un oste (che in occasione delle riunioni ricopre il ruolo di boia), tutti in pensione. Trascorrono le serate mettendo in scena i grandi processi del passato. È il loro divertimento, e quando si presenta l’occasione di avere un imputato in carne e ossa il piacere raggiunge l’apice. Invitato a giocare, Alfredo accetta. Non ha da temere, è persona integerrima. Si dispiace, persino, di non poter essere utile, perché mai ha commesso misfatti. Il suo avvocato difensore lo avverte: “La via dalla colpa all'innocenza è sì difficile, ma non impossibile, mentre è un'impresa addirittura disperata voler conservare la propria innocenza e il risultato non può essere che disastroso”.
Inizia la cena e, con essa, il processo. Fra risate, cibo e alcol in abbondanza Alfredo spiega com’è arrivato alla posizione attuale, racconta della moglie, dei figli, delle relazioni extraconiugali. Cala la maschera. Emergono la pochezza e l’avidità, la mancanza di scrupoli e la passione per lo sfarzo. Il livello alcolico aumenta, e accresce l’eccitazione. Quand’è accusato di un crimine gravissimo, Alfredo s’inorgoglisce, si sente importante, eccezionale. Si entusiasma. Non è più un insulso piccolo borghese, ma un uomo straordinario, unico.
Alla torta sono tutti completamente sbronzi. Accusa e difesa farfugliano le loro requisitorie, il giudice si chiede se Traps abbia veramente “commesso uno dei più straordinari delitti del secolo”.
Le risate sono sempre più fragorose.
“La sentenza! La sentenza!.
Champagne.
Poi si sale la scala che porta ai piani superiori.
Povero Alfredo, rovinare una così bella serata!

Facciamo attenzione: nessuno è fuori pericolo. Ché a ben cercare, qualche colpa la si trova.

Racconto cupo dietro l’ironia. Si riflette sulla natura umana, sul senso di colpa e di giustizia, sul destino.
Curiosa la scelta del cognome di Alfredo, Traps. Già nel nome v’è la trappola.
Una tragedia abbigliata da commedia.

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Doris Lessing

Biblioteca Centrale.
Ieri, mentre attendevo che mi venissero consegnati i titoli richiesti, ho scorso con lo sguardo i vari libri di Doris Lessing riposti sullo scaffale difronte al banco prestiti. È stato, il vostro, un gesto delicato e affettuoso in ricordo della grande donna e scrittrice che ci ha lasciati. Significativo. Grazie.
Volevo dirlo.

Riguardo le recensioni

Buongiorno,
piccola riflessione. A seguito della ricerca compaiono tutti i libri che risultano nelle varie versioni e sedi. Se ci sono recensioni, queste non sono legate al titolo bensì al libro che il lettore ha preso in prestito. Quindi per leggere le varie opinioni devo farlo scorrendo tanti libri quanti sono in catalogo (salvo che vi sia un solo libro oppure lo stesso libro con più commenti). Mi chiedevo se non fosse possibile legare i commenti al titolo e non al singolo libro in modo che siano disponibili per ogni versione del catalogo.
Spero di essermi spiegata chiaramente, che "casino" ne fo tanto
Grazie

P.S. Quello che fate è meraviglioso. Grazie grazie grazie!

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