Patrizia Bossoni

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Una storia semplice - Leonardo Sciascia

«L'italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica...».
«L'italiano non è l'italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto».

Breve, brevissimo. Scrittura asciutta, essenziale. Mai gridata e mai ampollosa. Si entra direttamente nella storia, quella che conosciamo bene, perché ogni giorno presenta il conto. Storia di una società dove il corrotto va a braccetto col corruttore, dove stato e chiesa sono guasti, dove il silenzio premia e la parola uccide; dove è bene, pur sapendo, non sapere; dove lo sguardo deve volgersi altrove e non vedere. Dove, davvero, con meno “italiano” si può salire molto in alto.
Il malvivente ride, e benedice l’omertoso che gli evita un po’ lavoro in più.

Discorso dell'ombra e dello stemma, o, del lettore e dello scrittore considerati come dementi - Giorgio Manganelli

“… chi scrive e chi legge debbono amare violentemente le parole che giocano, e dove non c’è gioco di parole, equivoco, nonsense, doppio senso, omeoteleuton, semplicemente non c’è la letteratura; state sicuri che il fragore di un gioco di parole copre qualunque illusione di significato...”

Leggerti è capitombolare in una festosa euforia. Esilarante e tragica. Un’ilarità perversa. Una mefistofelica gaiezza. Ti rendi conto, Manga? In preda alla demenza che intendi. Ché seguendo il discorso del fool non potrebbe andare diversamente.
Dementi i lettori, dementi gli scrittori, dementi i critici letterari e i recensori. E la letteratura? Demente anch’essa, giacché la demenza è madre della scrittura e della letteratura.
“ Solitaria, catastrofica e totalmente felice, la letteratura ride.”
Ride. “La letteratura dello stemma ride; la letteratura dell’ombra ride.”.
E anche le parole ridono. E giocano. E parlano, le parole. Affabulano e irretiscono, e “non è possibile sottrarvisi, giacché la scelta non è dello scrivente e del leggente, ma delle parole. Esse sono i demoni che affollano il mondo, e le nostre vite non avrebbero senso altrimenti, né avrebbero luogo. Notate: un lato della parola è rovente, un lato della parola è diaccio; dunque non si possono toccare; eppure, si debbono toccare. L’inferno è inaccessibile, ma è stata costruita una strada d’accesso; il cielo è supremo, ma è stata innalzata una scala vertiginosa.”
Non potremo mai possedere le parole; ma ne saremo posseduti.
L’incantesimo si rinnova. È la letteratura. Inutile e indispensabile. Hai ragione: “Si può vivere senza letteratura, purché si sia già morti”

Ahhh!, che goduria questa mirabolante demenza. Tanto, che son tornata spesso sui miei passi per gustarla ancora. Ancora. E ancora.
Viva te, viva il fool. Viva l’ombra e viva lo stemma. Grazie. Grazie.

Un giorno di festa - Graham Swift

Giorno di festa. Coito e post coito.

Coito.
Ha pensato a tutto, Paul. Persino al contraccettivo (diaframma, tenete a mente). La giovane Jane, cameriera trovatella a servizio della famiglia Niven, da qualche anno ha una relazione col rampollo di casa Sheringham. Prima la pagava, poi promossala “amica” ha evitato la spesa. Lui risparmia, e lei non si sente più una prostituta. In fondo, “Amica, [è] meglio ancora che amante”. E di amanti ne avrà un buon numero in seguito, quando sarà a Oxford: “Tanti: di questo avrebbe fatto un punto d’onore”.

E veniamo al 30 marzo 1924, Mothering Sunday. Eccola arrivare, la nostra Jane, in bicicletta. Varca il cancello e pedala lungo il viale d’accesso, tra limoni e narcisi. Questa volta non passa dal retro, ma dall’ingresso principale. La casa di Upleigh è vuota. La famiglia è fuori a festeggiare l’imminente matrimonio fra Paul e Emma Hobday. Le domestiche sono state accompagnate alla stazione dal giovanotto. Trascorreranno la giornata con le rispettive famiglie.
La conduce, o meglio, la spinge su per le scale. Raggiunta la stanza da letto, Paul spoglia la giovane mentre lei, ferma, osserva quella stanza fino a ora sconosciuta. Sdraiati sul letto, nudi, immobili, l’una accanto all’altro fissano il fumo delle sigarette, col cinguettio che arriva dal giardino e rompe il silenzio della casa deserta. Per lei, convinta di una “perfetta politica della nudità” che cancella le gerarchie, è un momento magico. Un momento di pace e incanto che difficilmente una servetta può conoscere. E qui, per non tediarci con troppa poesia, ecco che mr Swift le fa sbatacchiare “via la cenere dall’uccello ancora umido” di Paul.

Post coito.
A questo punto, i termini nudo, nudi, nudità comparsi già una decina di volte, si replicano per altre trenta e più. Il buon Graham teme che ci dimentichiamo, o che non ci sia chiara la loro condizione di nudità. Lo stesso vuole che rammentiamo l’orfanitudine di Jane (e pensate un po’!, nonostante sia cresciuta in brefotrofio, si rivela essere creatura “tutt’altro che priva di intelligenza e spirito d’iniziativa. Era venuto fuori che la ragazza sapeva leggere molto meglio di quanto fosse richiesto a una cameriera, scrivere ben più di una semplice lista della spesa, e anche fare di conto”); si adopera, mr Swift, perché non cadano nell’oblio le numerose “emissioni notturne”, prodotte in solitudine o in compagnia. Ha cura che non scordiamo quelle macchie. Tiene altresì a ricordarci, svariate volte, il diaframma o cappuccio che il magnanimo Paul ha procurato alla giovane domestica.
Mentre il seme di Paul abbandona Jane, con notevole sgocciolio tra le gambe (ci spiega che è per il diaframma), il giovane si veste, lentamente, e non prima che l’egregio autore abbia largheggiato sulla di lui nudità. Nel frattempo lei rimane sdraiata sul letto. Nuda.
Paul se ne va nel primo pomeriggio, Jane approfitta per visitare (nuda) la casa. Entra in biblioteca e stringe al petto (nudo) un libro di Stevenson, raggiunta la cucina, si siede (nuda) e consuma il pasticcio messo da parte. Beve birra. All’improvviso si sente miserabile, senza niente addosso. Rutta rumorosamente (giuro!) e torna di sopra per rivestirsi. Infine esce, inforca la bicicletta e si avvia verso casa Niven. L’incontro amoroso è finito. Jane, consapevole che non ne seguiranno altri, pedala.
E qui… bombshell!: “Aveva ventidue anni. Con il vento che le sollevava la gonna, e le stuzzicava il diaframma.” (riferito al contraccettivo succitato).
Ora, anche ipotizzando una sella col buco intorno (come la famosa menta), un organo genitale somigliante al traforo del Monte Bianco e un vento potente come una tromba d’aria, vi pare verosimile?

Stringendo: gli eventi si susseguono e si giunge al termine, passando per il cambio importante nella vita di Jane. Il trasferimento a Oxford, il suo lavoro come commessa in una libreria, dove di giorno in giorno i libri le diventano sempre più familiari, così come lo divengono i clienti: “Cominciò a frequentarne alcuni, a uscire con loro, perfino ad andarci a letto, e non sarebbe stato errato affermare che era esattamente ciò che aveva sperato, e in qualche modo previsto. Se non era potuta “andare a Oxford” nel senso che comunemente veniva associato all’espressione, tanto valeva che diventasse intima di chi godeva di quel privilegio. Sarebbe stato addirittura possibile sostenere che si muoveva nella cerchia universitaria con molta più libertà, e riscuotendo molto più successo, di tanti poveri sgobboni che dell’accademia facevano parte a tutti gli effetti. Riusciva perfino a spacciarsi per un esemplare di una specie rara quanto spaventosa: le studentesse universitarie.”
Infine la gloria.
Lunga la vita di Jane. Corto (per fortuna) il racconto.

Voleva essere una narrazione sulle convenzioni sociali, sugli strascichi della Grande Guerra, sull’emancipazione, l’indipendenza, i sogni, le aspirazioni, l’amore per le parole? Voleva essere un omaggio alla lettura, alla scrittura? Ai romanzieri citati, primo fra tutti Conrad? Poteva esserlo. Invece no.
Ripetitivo fino al fastidio. Tutto per superare le cento pagine e renderlo vendibile?
E ho percepito uno sgradevole velato “invito” al giudizio nei confronti di Jane. I passaggi sulla giovane domestica/giumenta, che ho riportato, sono alcuni esempi. Su Paul lo stallone, perché “non c’era alcun dubbio che lo fosse”, nulla da dire. O al limite si potrebbe, con un sospiro, borbogliare per “tutte quelle emissioni sprecate”.

P.S. Il 30 marzo 1924, era veramente domenica. È anche l’anno della morte di Conrad, che a Jane piace tanto (lo immagina persino - il vecchio Joseph - disteso al suo fianco. Nudo, naturalmente).
Su su, che a cercare qualcosa si trova. Leggete Conrad. E gli altri scrittori citati.
Tutto quel Modigliani in copertina sprecato…

Fasciste di Salò - Cecilia Nubola

La neutralità favorisce l’oppressore, mai la vittima. Il silenzio aiuta il carnefice, mai il torturato.
Elie Wiesel

Collaborazioniste, delatrici, cacciatrici di ebrei, donne in armi. Sono i ruoli che ricoprirono numerose donne italiane, dopo l’8 settembre 1943, decidendo di aderire alla RSI.
Denunciarono ebrei e antifascisti, collaborarono, come spie, con nazisti e fascisti; furono parte attiva nelle azioni di cattura, tortura, morte. Alcune entrarono nelle bande nere a fianco dei loro uomini. Tradirono, saccheggiarono, furono autrici di violenze inaudite.
Finita la guerra, iniziarono i processi. Gli avvocati delle ex fasciste di Salò escogitarono strategie vincenti. Tranne rarissimi casi, le accusate si professarono innocenti, negarono ogni accusa. Quelle che si trovarono di fronte a prove evidenti dichiararono di essere state costrette, o aver agito per amore di un gerarca nazista o fascista, o di Mussolini, o della patria.
A conclusione dei processi, le donne condannate, iniziarono a presentare richiesta di grazia per ottenere la liberazione o, almeno, una riduzione di pena. Nessuna si riconobbe colpevole, nessuna espresse pentimento, nessuna chiese perdono alle vittime. Anzi, affermarono d’essere vittime esse stesse. Vittime di una giustizia che non aveva processato o aveva assolto alti gradi politici e militari del regime, vittime di uno stato economico insufficiente per pagare buoni avvocati e testimoni. Vittime per non aver goduto dell’appoggio di alti prelati o del Vaticano. In sostanza, reclamavano la grazia come atto di giustizia.
Molte imputate furono assolte, le condannate non scontarono la pena imposta. Le amnistie, iniziando da quella del 22 giugno 1946 a firma di Togliatti, diedero il via alla liberazione di chi (donne e uomini) aveva collaborato col regime fascista. Molte di loro non subirono alcun provvedimento giudiziario perché, finita la guerra, erano sparite in attesa che si placassero gli animi.
Seguirono le amnistie del ’48 e ’49.
Con la legge 18 dicembre 1953, n. 921, si rese possibile la liberazione condizionale “ai condannati per reati politici a prescindere dalla quantità della pena espiata e di quella da espiare, per semplice iniziativa del guardasigilli. In seguito a questa nuova disciplina, dal marzo 1954 al dicembre 1956 furono ammessi alla liberazione condizionale 104 collaborazionisti da parte del ministro Michele De Pietro e 17 da parte del ministro Aldo Moro. Le ultime liberazioni avvennero su iniziativa di Aldo Moro, guardasigilli nel primo governo Segni, dal 6 luglio 1955 al 15 maggio 1957.”
E così, nell’arco di dieci anni, le donne e gli uomini colpevoli di crimini fascisti, riacquistarono la libertà.

“La scelta politica dei primi governi del dopoguerra fu quella di dare largo spazio ai provvedimenti di clemenza per giungere in breve tempo alla “pacificazione nazionale”, a “voltare pagina” nei confronti del regime fascista. Le amnistie, così frequenti nell’Italia repubblicana, andarono a incidere in maniera determinante sullo svolgimento dei processi partendo dalla già ricordata amnistia, decisiva e precoce, del 22 giugno 1946, la cosiddetta amnistia Togliatti, guardasigilli nel primo governo De Gasperi”

La pacificazione nazionale si raggiunge dopo aver saldato i propri conti. Ma i conti con la Storia, noi italiani, non li abbiamo mai fatti. Pronti a criticare, a puntare il dito e condannare gli altri, ci siamo affrettati a nascondere le nostre colpe e responsabilità sotto lo zerbino e, nel timore che qualcosa s’intravedesse, ci abbiamo messo entrambi i piedi sopra. Questa, è la parte di noi che mi fa, da sempre, schifo.

Il lavoro culturale - Luciano Bianciardi

Ogni volta che ti leggo, penso che basterebbe cambiare numeri e date e si potrebbe dire che l’hai scritto ieri. Triste. Tragicamente triste. Significa che non è cambiato niente. Cerco riparo nella tua ironia per addolcire i pensieri. Ma poi non ce la fo. Sale la rabbia e lo sconforto. Oddio, forse qualcosa è cambiato. Il lavoro culturale è diventato mercato, la politica ha perso identità. Gli stereotipi, invece, son sempre quelli. Come vedi, qualcosa è rimasto. Il peggio. Compresa la precarietà.

E andiamo avanti, in questo paese sghembo, dove tutti scrivono e pochi leggono. E dicevi bene tu: “Forse il numero degli scrittori è pari a quello degli analfabeti, e fors’anche il problema dell’analfabetismo si potrebbe risolvere imponendo a ciascun autore di insegnare a leggere a un analfabeta, servendosi del suo libro inedito come di un sillabario.” Nessuno l’ha fatto.

P.S. Non preoccuparti, passata la rabbia si torna a sognare e a tentare di costruire un mondo migliore.

Manhattan transfer - John Dos Passos

Manhattan Transfer fu pubblicato nel 1925, quando Dos Passos era ancora dalla parte di Sacco e Vanzetti.

“Ciò che c’è di più tremendo a New York è che quando ne avete fin sopra i capelli, non sapete più in quale altro posto andare. È il tetto del mondo. La sola cosa che ci rimane è girare e girare come lo scoiattolo in gabbia”

In questa New York, madre abietta, spietata eppure splendida e seducente, nel cui ventre pullulano figlie e figli, schegge di vite e storie s’intersecano, si sfiorano e mai si toccano; creature in cerca della loro occasione. E un sogno: farcela.
E NY “It’s the land of opportoonity”.
Con improvvisi cambi d’inquadratura donne e uomini s’affacciano e svaniscono, disegnando sul fondale una storia unica, sociale.
Dos Passos procede senza continuità narrativa, con uno stile cinematografico. Ne risultano immagini più che descrizioni, voci più che parole. Il ritmo è serrato, non concede soste e rende difficile ricordare i singoli personaggi. Rimane il rimpianto di non essere riusciti a trattenerli nella mente. Ma col tempo si affacceranno, nitidi o sfumati, per dire: -Passammo, meteore senza scampo, per dar luce e colore alla città-.
È un canto per New York, impetuoso, irrefrenabile, elettrizzante e tragico.

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Qualcosa m’ha infastidito, ma Dos Passos non ha alcuna responsabilità. Sono io ad aver letto la traduzione sbagliata. Qualche esempio:

“I would invite her up here but I’ve been afraid you would be rude to her.”
“L’avrei invitata da noi, se non avessi paura che tu fossi scortese con lei.”
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“If I thought it’d be any good to me”
“Se sapessi che mi servisse a qualcosa”
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“Of course what you want to do is make every reader feel Johnny on the spot in the center of things.”
“Naturalmente, voi vorreste dare a ogni lettrice l’impressione che siano di per sé al corrente della gran vita”
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“Shuffle, droning saxophone tease, shuffle in time to the drum, trombone, clarinet”
“Strascicare di piedi al ritmo della batteria, del trombone, del clarino”.

Ma perché il clarinetto deve diventare un clarino! Non sono la stessa cosa. No! Clarino non è sinonimo di clarinetto! Il clarinetto discende dallo chalumeau, il clarino era una tromba!

La panne - Friedrich Dürrenmatt

“… chi se la sente di conoscersi proprio a fondo, non c'è nessuno che abbia la coscienza perfettamente pulita…”

Alfredo Traps, rappresentante di articoli tessili, rimasto in panne con la sua Studebaker accetta l’ospitalità di un vecchio giudice in pensione. Fa conoscenza con tre amici dell’uomo: un pubblico ministero, un avvocato e un oste (che in occasione delle riunioni ricopre il ruolo di boia), tutti in pensione. Trascorrono le serate mettendo in scena i grandi processi del passato. È il loro divertimento, e quando si presenta l’occasione di avere un imputato in carne e ossa il piacere raggiunge l’apice. Invitato a giocare, Alfredo accetta. Non ha da temere, è persona integerrima. Si dispiace, persino, di non poter essere utile, perché mai ha commesso misfatti. Il suo avvocato difensore lo avverte: “La via dalla colpa all'innocenza è sì difficile, ma non impossibile, mentre è un'impresa addirittura disperata voler conservare la propria innocenza e il risultato non può essere che disastroso”.
Inizia la cena e, con essa, il processo. Fra risate, cibo e alcol in abbondanza Alfredo spiega com’è arrivato alla posizione attuale, racconta della moglie, dei figli, delle relazioni extraconiugali. Cala la maschera. Emergono la pochezza e l’avidità, la mancanza di scrupoli e la passione per lo sfarzo. Il livello alcolico aumenta, e accresce l’eccitazione. Quand’è accusato di un crimine gravissimo, Alfredo s’inorgoglisce, si sente importante, eccezionale. Si entusiasma. Non è più un insulso piccolo borghese, ma un uomo straordinario, unico.
Alla torta sono tutti completamente sbronzi. Accusa e difesa farfugliano le loro requisitorie, il giudice si chiede se Traps abbia veramente “commesso uno dei più straordinari delitti del secolo”.
Le risate sono sempre più fragorose.
“La sentenza! La sentenza!.
Champagne.
Poi si sale la scala che porta ai piani superiori.
Povero Alfredo, rovinare una così bella serata!

Facciamo attenzione: nessuno è fuori pericolo. Ché a ben cercare, qualche colpa la si trova.

Racconto cupo dietro l’ironia. Si riflette sulla natura umana, sul senso di colpa e di giustizia, sul destino.
Curiosa la scelta del cognome di Alfredo, Traps. Già nel nome v’è la trappola.
Una tragedia abbigliata da commedia.

Qui pro quo - Gesualdo Bufalino

Ho scoperto un nuovo (e s-folgorante) colore: il giallo Bufalino.

Affermava lo scrittore: “Dev’essere una sindrome di colpevolezza. Appena finisco di scrivere un libro, penso subito a giustificarmene. Stavolta no. Troppo evidente è che è scritto per gioco; ghiribizzo, capriccio, passatempo, scommessa. Non nasconde nulla. È un ghiribizzo mentale”.

Il castigo del marmoreo Eschilo s’abbatte sull’editore (di gialli) Medardo Aquila. Ironia della sorte!, pensare che un’aquila, all’epoca, scambiando l’antico drammaturgo per un masso, l’aveva freddato fracassandogli sul cranio una testuggine.
Il trapassato Medardo, anticipando il truce fattaccio, aveva redatto delle epistole per guidare le indagini future. Guidare. Si fa per dire. Aquila di nome e di fatto.
Tutti gli invitati/attori, ospiti prigionieri delle Malcontente, sfilano sul palcoscenico della residenza balneare dell’estinto. Ognuno ha la sua parte. Soprattutto lei, Esther Scamporrino, alias Agatha Sotheby, voce narrante, aspirante scrittrice, nonché segretaria dello scomparso al quale aveva da poco sottoposto il suo inedito, intitolato Qui pro quo. Lei, delusa e rancorosa, non resiste tuttavia a promuoverlo, da “pagliaccio” a “caro pagliaccio”, grazie a un “codesto” anziché “questo” in chiusura di missiva. Ché lo stile fa la differenza.
Si srotolano parole e dubbi. S’indaga, sul luogo del fattaccio disseminato d’innumerevoli rimandi e citazioni da scoprire.

Narrazione dell’in-concludenza, divertissement che non manca di riflessioni.
Un romanzo-medicina. Ha fatto bene a lui, così come lo fa a noi.
Ah!, che bel leggere!

Hitler

Nel 1876 Alois Schicklgruber cambiò il proprio nome in Alois Hitler. Nel 1884, da Roma, giunse la dispensa ecclesiastica che autorizzava Alois a sposare Klara, sua cugina di secondo grado. Il 20 aprile 1889 nasceva il quarto figlio, il primo che sarebbe sopravvissuto all’infanzia: Adolf Hitler. Voleva fare l’artista. Invece divenne il “führer”.

Fino al 1918 era considerato un tipo eccentrico, tanto da suscitare scherno; nessuno avrebbe mai pensato di vederlo nel ruolo di leader nazionale. Nel ’19 iniziò il cambiamento. Osannato dalle masse e odiato dagli oppositori politici, Hitler, favorito dal frangente storico, politico ed economico intraprese la sua scalata al potere. E così quell’uomo senza vita privata, egocentrico, anaffettivo fece del potere il suo “afrodisiaco”, e pareggiò i conti con le sconfitte subite negli anni della sua giovinezza, dalla bocciatura all’accademia d’arte al “crollo di tutto il suo mondo nella sconfitta e nella rivoluzione del 1918”. Tuttavia, quel che avvenne non è solo frutto di una responsabilità individuale: egli non s’impose con la forza al popolo tedesco, fu nominato cancelliere con procedure legali, in una società moderna e burocratizzata, colta, tecnologicamente evoluta. In apparenza civilizzata. Le sue idee erano note ben prima che salisse al potere. La Germania lo sostenne. O non si oppose, se si preferisce. In fondo, i tedeschi lo aspettavano, un fürher. Aspettavano un granello smargiasso con le sembianze di un gigante, un millantatore dalle grandi doti oratorie che dicesse quello che volevano sentir dire e che non avevano, loro, il coraggio di proferire, aspettavano un omuncolo repellente e tracotante capace di istigare all’odio, che desse il via a una violenza inaudita di portata mondiale come fosse ordinario svolgimento burocratico. La banalità del male.
Le conseguenze sono note.

L’autore del Mein Kampf non era un maniaco degenerato; fanatico, ossessionato dal potere, ma non folle, altrimenti bisognerebbe spiegare com’abbia potuto una nazione così evoluta com’era la Germania, lasciarsi trascinare nel baratro da un mentecatto. Quella Germania “che aveva creato Adolf Hitler, che nella sua visione aveva scorto il proprio futuro ponendosi sollecitamente al suo servizio, e che fu partecipe della sua tracotanza…”. E che con lui fu sconfitta.

Opera imponente. Grande e rigoroso lavoro di Kershaw; uno studio attento e documentato su Hitler e il suo potere, un’analisi sulla società tedesca che, stravolta dalla sconfitta della prima guerra mondiale, politicamente ed economicamente instabile, contribuì al successo del führer.
Chissà, se Roma non avesse concesso a Alois di sposare la cugina, o se Adolf avesse seguito le sorti dei suoi fratelli; chissà se l’accademia d’arte l’avesse accettato, o chissà se la Germania si fosse comportata diversamente, se le potenze occidentali avessero reagito senza tentennamenti, chissà…
Continuerò a chiedermi come sia potuto accadere, e come mai la Germania, e gli altri paesi europei non abbiano avuto la lucidità, la forza e il coraggio di rispondere fermamente una volta compresa la portata della tragedia che si andava profilando. Mi sono data delle risposte che vanno oltre le ragioni storiche e politiche, e non mi sono piaciute affatto. Tutto si concentra su ciò che siamo. E la puzza è tremenda.

R: Duri a Marsiglia - Gian Carlo Fusco

Charles Fiori, giovanotto poco raccomandabile, ma serio, con Les Fleurs du Mal dentro la tasca fuggito dall’Italia fascista, trova “famiglia” nella mala calabrese che si spartisce Marsiglia con còrsi e catalani.
Carles Fiori con Baudelaire in tasca. Oltre alla Walter.
Dopo tre anni di fanfaronate e romanticherie, ferocia e illegalità Charles l’abusif lascia questa Marsiglia che odora di sesso, soldi, droga e polvere da sparo, prima che si scopra la sua vera identità e i suoi trascorsi di libertario. E comincia un’altra storia.
Lo dice lui, Charles Fiori, che un venerdì, di buon mattino, con la sua valigetta contenente il minimo degli indumenti, e Il pane di Krotpokin, Il tallone di Ferro di London e I Fiori del Male di Baudelaire uscì di casa in punta di piedi “con un po’ di struggimento nel petto” in cerca di libertà. Con in tasca il suo Les Fleurs du Mal.

Ah, Fusco Fusco!, pensare che sei stato ignorato e poi dimenticato, così, come si beve un caffè. Merdasse, mes enfants!

La vita è uno schifo - Léo Malet

“Jean, questo Tristano al carboncino, questo Tristano senza Isotta, che, sopra un abisso di crudeltà e di tenerezza e sopra il frastuono delle mitragliette in azione, inalbera la bandiera color sangue e notte dell’inquietudine sessuale.” (da La vie est dégueulasse, 1948).

Jean Fraiger è un anarco-comunista. Ha due grandi sogni: distruggere il potere e conquistare Gloria, favolosa, sfuggente, sposata. Con alcuni compagni organizza una serie di rapine per finanziare la causa rivoluzionaria. E inizia il suo cammino verso il baratro. Male che genera altro male, che si nutre di se stesso, ingordo e feroce. Fino a quando per Jean sarà impossibile “ricominciare a essere un altro uomo”.
Gloria è il pensiero che batte “alle tempie, al cuore, allo stomaco”, Gloria è il sogno d’amore, è il miraggio di una vita possibile, è l’illusione di un mondo non ancora perduto. Non vede che quel mondo ancora saldo e integro è là, dove sono i minatori che rifiutano il suo denaro insanguinato, gesto che per Jean ha il sapore amaro del ripudio. La vita è uno schifo, si ripete. Rabbia e umiliazione lo spingono a nuova violenza. Arriva persino a liberarsi dei compagni diventati zavorre. Porta avanti la sua opera da solo. La vita è uno schifo, e lui è l’eterno beffato. “In questa merda di vita ne avevo viste troppe per non desiderare di far comprendere agli altri, tramite la violenza, che un giorno avrebbero dovuto pagare salata la loro felicità a tutti quelli che non l’avevano conosciuta.”
Porta il peso di un lutto universale. È egli stesso un cimitero, afferma Jean.
“La vita è uno schifo, ma si dovrebbe poterla cambiare. È possibile?”
Sembra aprirsi uno squarcio di luce, ma è un barlume di speranza senza ombra di salvezza.

Nera, nerissima scrittura, potente e visiva, dal ritmo asciutto e serrato. Uno scontro fra emozioni discordanti.
Non avevo mai assaggiato un Malet.
Tumultuoso.
Spettacolare stordimento.

Il carteggio Aspern - Henry James

“Furfante di uno scrittorucolo!”

La gondola scivola pigramente lungo il Canal Grande, nell’abbraccio molle e indefinibile di un’estiva notte veneziana. Non lontano c’è il palazzo grigio e rosa, un tempo certamente splendido, residenza delle signorine Bordereau: l’ultracentenaria Juliana, che fu amante e musa ispiratrice del poeta Jeffrey Aspern, e la non più giovane nipote Tina. Pare che in casa sia conservato il carteggio amoroso fra Juliana e il poeta. Quivi giunge il protagonista, critico letterario, studioso e grande estimatore di Aspern, nonché voce narrante, disposto a tutto pur di prendere possesso dell’epistolario. Riuscirà a guadagnarsi la simpatia di Tina, a farsi ammettere in casa Bordereau. Si presenterà sotto falso nome, si offrirà di pagare qualsiasi cifra pur di avere qualche stanza del palazzo in affitto. Poi inizierà il suo lavoro diabolico e sottile.

Da una parte pare si cerchi un accordo in nome dell’arte, dall’altro in quello dell’amore. Ma a ben guardare, è solo questione di profitto personale.
E il prezzo, come sempre in questi casi, è davvero alto.

Un gioiellino.

La solita zuppa e altre storie - Luciano Bianciardi

   Negli anni Sessanta “La solita zuppa”, novella che dà il titolo al libro, fu motivo di processo.
Protagonista del racconto è una Milano dove tabù non è il sesso bensì il cibo. Scelto un piatto, gli si deve fedeltà. Quindi non c’è da stupire se dopo aver scelto il semolino, come fa il nostro eroe diciottenne, ci si trova poi un giorno in quel tal “bordello” in attesa che la “signora” s’affacci e annunci ammiccante “Eccole la sua fiorentina”.
Insomma, tanto scandalo destò “La solita zuppa” che Bianciardi e l’editore Massimo Pini furono chiamati al banco degli imputati per rispondere dell’accusa di oltraggio al pudore e vilipendio della religione di Stato.
A difesa dello scrittore si levarono voci eminenti, tra cui del Buono, Porzio, Eco*. Alla fine i due incriminati furono assolti.

“La solita zuppa e altri racconti” è un insieme di novelle con temi che vanno dal sesso al lavoro traduttivo.
Come sempre sarcastico e malinconico, sognante e disincantato. Irriverente e corrosivo. E carico di umana tenerezza. E non difettano l’onestà e la purezza che fanno la differenza, perché le parole hanno un peso specifico e le cose un nome preciso.
Ché il Luciano era così e così è il patrimonio letterario che ci ha lasciato.

P.S. Ti si legge, si sorride, talvolta si ride. Poi si smette, e ci si rende conto di quanta profondità ci sia fra le increspature narrative. Ed è chiaro perché non avrebbero dovuto applaudirti, ma incazzarsi.
Sai, leggendo “Adorno” ho pensato che sarebbe bello anziché far leggere “Cuore” di quel tal Edmondo, proporre il tuo racconto ai bambini. Perché l’Adorno che sottrae il pesce dalla cesta del padre sapendo che le buscherà, le porta alla povera madre del Chiavetta traditore della banda, e poi rivolgendosi al piccolo Diaccino spiega: “Hai capito Diaccino? Fare la spia è brutto, è roba da galera, ma la fame è anche più brutta. A scuola questo non te lo insegnano, ma se te lo dico ci puoi credere…” è una gran bella lezione di vita. Di quelle che non si scordano.
Manchi sempre. Ciao.

La bella di Lodi - Alberto Arbasino

Roberta e Franco, “figurine in un paesaggio d’estate padana”.

La Roberta appartiene a quella grassa borghesia lombarda degli anni Sessanta, quelli del boom economico, della liberazione sessuale, quando saliva il benessere e cadevano i tabù.

La Roberta è “biondissima, stupenda di figura”, ha terra e vacche, gambe lunghe e buon appetito. Cura l’azienda agro-casearia di famiglia che rende un mucchio di dané.
La bella di Lodi a Milano non si sogna nemmeno di passarci l’inverno, ci va a fare shopping. E va di qua e va di là, fa un saltino sulle montagne svizzere e uno a Parigi, una puntatina a Roma e un voletto a Londra o a Montecarlo. Frequenta gente del suo ambiente in feste che s’afflosciano fra un “Ui ti!” e un “Se ghè!”.
Rompe la noia al mare, la Roberta. Ci va con la sua MG rossa. Cammina col foulard in mano, adocchia un “ragazzaccio italiano brutto/bello dritto/stronzo coi capelli lunghi e le braccia grosse, vestito come viene viene, ma coi suoi jeans chiari e ben stretti da pifferaio, sdraiato al sole che dormicchia o finge di dormicchiare”. E si sdraia poco distante, sulla sabbia, e quasi s’addormenta anche lei.
Chi sarebbe questo strafico col gran pacco? È il Franco che s’è cambiato nome a quindici anni neanche, perché non gli piaceva Italo. È mica un borghese lui. Macché, il Franco è proletario. Una bestia, quasi. Fa il meccanico d’auto. S’avvicina alla Roberta e con la scusa di cercare l’accendino mette le mani nella borsetta. Ma è modo?
La Roberta guarda il ragazzaccio e le brucia la voglia. Dai, roba di una notte, roba da calda estate. Poi passa. Forse.
Sicché, il Franco-Italo che quando è felice fa dei versi che nell’ambiente della Robi non si son mai sentiti, che è rozzo e ignorante e anche un po’ sozzo, a lei piace tanto. E un uomo in famiglia farebbe comodo. L’ha detto anche la nonna. Quella che “comanda lei”.
Tuttavia il meccanico le dà tanti pensieri. Lui non spegne la tv o la radio o la luce, non chiude i rubinetti, mangia a quattro palmenti e presta i vestiti nuovi agli amici, mette via la roba sporca con quella pulita: calze, camicie, persino le mutande (ne ha un cassetto pieno di tutti i colori, compreso il modello leopardato); non vuole andare al cinema e non gli piacciono i dischi dei vecchi musical che lei adora, mentre a lui piace Massimo Morandi, esagerando Tom Jones. Soprattutto non ha il senso della proprietà, difetto massimo che si possa avere in certi ambienti. Come fa, la Roberta, a fidarsi di questo Franco dalle mani leste (non solo in quel senso), a dargli in mano gli affari? Però è bello e ha un pistolone da paura, che a farselo scappare è neanche da pensarci. Certo il Franco non c’ha riguardi in niente, ma la Robi, in fondo, gli vuol bene. Anche se gli manca il senso della proprietà. Eh, beh…

Arda lì, Arba, che bel quadretto che ci hai fatto!

P.S. La bella di Lodi, pubblicato nel 1972 è la riscrittura di un racconto apparso su “Il Mondo” nel 1960, da cui Missiroli, nel ’63, ne trasse un film che porta lo stesso titolo.

Storia di Tönle - Mario Rigoni Stern

La vacca, immobile sulle rive del Moor, guarda verso mattina. Forse, aspetta il sorgere del sole.

Tönle fa parte dell’Altipiano. Abita una povera casa di montagna, vive il suo tempo e la natura che lo circonda; vive la sua terra, che non è patria ma microcosmo schietto, semplice, concreto. Tönle è uomo di grande integrità morale, silenzioso, selvatico. Pastore e contadino. Contrabbandiere per necessità. Ogni inverno attraversa il confine, porta di là scarpe chiodate per gli uomini e vestiti per le donne, e di qua torna con acquavite, zucchero e tabacco. Scoperto e braccato, ferisce una guardia. Non gli resta che fuggire. Condannato a quattro anni vagola per le città austroungariche portando sulle spalle tanti mestieri e un solo pensiero. Così, a ogni inizio d’inverno, lascia tutto e torna alla sua casa, dalla donna che ama, madre dei suoi figli. L’amnistia gli consente di riprendere la vita abituale. Fino all’inizio della guerra e all’ignominia che porta con sé.
“… i signori, sia Italia sia Austria, sono sempre signori e per la povera gente, sia l’uno o sia un altro a comandare, non cambia niente. A lavorare toccava sempre a loro, a fare i soldati anche e a morire in guerra anche”.
I signori comandano, la povera gente ubbidisce. I signori li destinano al macello, li mandano a uccidere altri poveri cristi. E si muore. Per niente.
E poi la prigionia. E poi il ritorno. E poi la ricerca del suo piccolo mondo. E poi la sua pipa che porta alla bocca una volta ancora.
E mentre la vacca guarda verso mattina, io cerco quel ciliegio sul tetto, che c’era e non c’è più.

Scrittura pura, essenziale, onesta. Di quelle che non è facile trovare.
La “Storia” attraversata dalla “storia”, o viceversa. Dipende da quale punto d’osservazione si guarda. Mezzo secolo di vita è racchiuso in poco più d’un centinaio di pagine, evocative e pregne di significati. C’è molto Mario in Tönle, tanto che durante la lettura nel mio immaginario ne ha assunte le sembianze. Chissà, forse potrebbe essere la ragione per cui lo scrittore affermava che se Il sergente nella neve era il suo libro più importante, Storia di Tönle era il più bello.

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Doris Lessing

Biblioteca Centrale.
Ieri, mentre attendevo che mi venissero consegnati i titoli richiesti, ho scorso con lo sguardo i vari libri di Doris Lessing riposti sullo scaffale difronte al banco prestiti. È stato, il vostro, un gesto delicato e affettuoso in ricordo della grande donna e scrittrice che ci ha lasciati. Significativo. Grazie.
Volevo dirlo.

Riguardo le recensioni

Buongiorno,
piccola riflessione. A seguito della ricerca compaiono tutti i libri che risultano nelle varie versioni e sedi. Se ci sono recensioni, queste non sono legate al titolo bensì al libro che il lettore ha preso in prestito. Quindi per leggere le varie opinioni devo farlo scorrendo tanti libri quanti sono in catalogo (salvo che vi sia un solo libro oppure lo stesso libro con più commenti). Mi chiedevo se non fosse possibile legare i commenti al titolo e non al singolo libro in modo che siano disponibili per ogni versione del catalogo.
Spero di essermi spiegata chiaramente, che "casino" ne fo tanto
Grazie

P.S. Quello che fate è meraviglioso. Grazie grazie grazie!

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