Patrizia Bossoni

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UFO e altri oggetti non identificati - Giorgio Manganelli

“La delusione più cocente e insieme più astratta della mia vita, e di molti altri come me, fu senza dubbio il mancato sbarco dei marziani nel decennio tra il 1950 e il ‘60.”

Manganelli li aspettava, uh, se li aspettava! E loro non si sono mai mostrati. Lui ci aveva un debole per i dischi volanti e i suoi passeggeri. Un debole che andava persino oltre la loro inesistenza.
Nell’attesa, il Manga avrebbe anche buttato lì una favola. Tuttavia, per scrivere fiabe (quelle perenni) ci vuole più malvagità che malizia. Perché le fiabe “non si fanno con gli animali benevoli e i re buoni: si fanno con gli orchi, le streghe, i veleni, le vessazioni, i re che decapitano i poveri, le fanciulle che fanno collezioni di rospi già principi, i maghi che insegnano a far morire di morte mala e innocente, la strega che insegna a volare di notte nella stanza del bambino da "cambiare". Per debellare una strega non c’è da farsi illusioni: occorrono bambine streguzze e maschietti maghi; ricordate, tra le fiabe dei Grimm, la strega uccisa dagli zoccoli di ferro rovente che la costringono a danzare orrendamente? E i bambini molto se ne rallegrano: è il loro pane. E la strega messa a cuocere, viva, nel forno? E tutta la popolazione di matrigne, colme d’odio, ansiose di umiliare, frodare, uccidere? E come sono ambigue, feroci, le così dette vittorie del bene.”

I dischi volanti non esistono? (c’è chi replicherebbe: questo lo dice lei!) Il Manga era disposto a crederci, perché “sono improbabili, infinitamente allusivi” e, soprattutto, perché non li aveva mai visti. E crediamoci!, nonostante ci sgomenti il turbamento dell’America in ascolto del messaggio di Orson Welles, nel 1938. Vi ricordate?
Leggiamo la fantascienza. Ridiamo (con giudizio), spaventiamoci e dormiamo male. Facciamoci prendere dal desiderio di varcare il confine della realtà. Dopo averla identificata.
Un giorno passerà la moda degli UFO, ma non quella dell’assurdo, ci avverte il Manga. E ci invita a fare attenzione che, dopo quella degli UFO, non prenda l’ansia della fine del mondo. “Quel panico, quella frenesia che cominciarono quarant’anni fa, in America.”
E le comete? Le comete dall’umorismo sottile e stravagante avranno incontrato gli UFO? Non lo sapremo mai. Non danno confidenza, le comete. Sono esclusive, si pavoneggiano. Forse perché viaggiano, conoscono e sono conosciute. Hanno una vita avventurosa, ma non rilasciano interviste. E non fanno tante chiacchiere, nemmeno dal coiffeur. Chissà se sapremo mai.
Le comete non parlano; e gli aerei se incontrano un UFO tacciono, temendo che li prendano per ubriaconi.

Sicché, attendendo che un UFO atterri o si mostri nel cielo, godiamoci le inferenze manganelliane su automi, astronomia, astrologia, computer, elfi e fate. E telefoni.
A proposito, non è elettrizzante l’idea di telefonare nello spazio? Chiamare una navicella spaziale, chiedere: l’hai incrociato? L’UFO, un UFO, uno qualsiasi, anche piccino, minimo. Financo invisibile! Eh? L’hai incrociato?
Avventuratevi in questa dimensione plurima, sorprendente e acuta col Manga che «non credeva che gli oggetti non identificati fossero realtà» ma, «credeva che la realtà fosse un oggetto non identificato né identificabile».
Buon divertimento.

R: Auto da fé - Elias Canetti

“I libri valgono più dei pazzi, i libri valgono più degli uomini, […] i libri sono muti, parlano e tuttavia sono muti, ecco la loro straordinaria qualità, parlano e tu li senti più rapidamente che se dovessi ascoltarli con le orecchie.”

Nell’aprile del 1927 lo studente Elias Canetti affitta, dopo aver abitato varie camere ammobiliate a Vienna, una stanza fuori città, su una collina oltre Hacking, nella Hagenberggasse. Racconta: “Il panorama mi entusiasmò, al di là di un parco giochi si vedevano lungo il pendio gli alberi del grande giardino arcivescovile e, dall’altra parte della valle, sulla cima della collina di fronte, lo sguardo si posava sullo Steinhof, la città dei pazzi cintata da una muraglia”. Vi rimane per sei anni. Scrive inoltre: “… non devo soltanto la figura di Therese. La vista quotidiana dello Steinhof, dove vivevano seimila pazzi, è stata la spina nella mia carne. Sono assolutamente certo che senza quella stanza non avrei mai scritto Auto da fé.
Ancora, c’è un fatto che segnerà profondamente Canetti e inciderà sulla genesi di Auto da fé (oltre a dare il via alla sua ossessione sulla massa): il 15 luglio 1927, a seguito della protesta contro l’assoluzione degli assassini di alcuni operai, i lavoratori viennesi sfilano, partendo da varie parti della città, verso il Palazzo di Giustizia. Canetti si unisce a uno di questi cortei. I rivoltosi incendiano il Palazzo. La polizia spara, novanta persone perdono la vita. In una via laterale Canetti s’imbatte in un uomo che geme disperato: “Bruciano i fascicoli! Tutti i fascicoli!”. Canetti, sconvolto, esplode: “Meglio i fascicoli che gli uomini!”. L’uomo non risponde, prosegue nel suo inconsolabile lamento: “Bruciano i fascicoli! Tutti i fascicoli!”.
Quando lo scrittore traccia la sua “Comédie humaine dei folli”, inizialmente chiama Brand (incendio) il topo di biblioteca B., inconsapevole, in quel momento, che nome e destino del personaggio sono legati all’episodio di quel 15 luglio.
Durante l’estate del 1928 e ‘29, a Berlino, il giovane Elias lavora come aiutante di Herzefelde, fondatore della casa editrice Malik; incontra grandi nomi della letteratura e inizia a guadagnare con le traduzioni. E matura un pensiero che non lo abbandonerà più: “il pensiero degli uomini eccessivi e invasati” conosciuti a Berlino.
Rientra a Vienna. Davanti ai suoi occhi, sulla collina, continua a troneggiare lo Steinhof, la città dei pazzi.
Un mondo in frantumi va raccontato con onestà. Ecco come nasce la “Comédie humaine dei folli”, Auto da fé., coi suoi personaggi eccessivi, al limite della follia; uno presso all’altro, ciascuno disgiunto dall’altro. E su tutti lui, l’uomo dei libri. E i libri.
Nel 1931 il romanzo è concluso. Il nome del protagonista è cambiato, il titolo provvisorio è “Kant prende fuoco”. Canetti invia a Thomas Mann il manoscritto, diviso in tre volumi. Pochi giorni dopo i volumi tornano al mittente. Mann si scusa, afferma che “le sue forze non erano sufficienti all’impresa”. È un rifiuto pesante. Non sarà l’unico. Tuttavia, ogni rigetto rafforza in Elias l’idea che il romanzo sopravviverà al tempo.
Nel ‘35, finalmente, Auto da fé è dato alle stampe. Il protagonista ha cambiato ancora nome, ora si chiama Peter Kien.

Kien ama i libri più degli uomini. Vive isolato, vive per i suoi tomi. Odia l’ignoranza. Odia il mondo. Eppure arriva a sposare la gretta Therese, la sua fantesca, dopo averla vista “coccolare” uno dei suoi volumi. È sorprendente come, talvolta, si possa cadere nella rete. Peter Kien e Therese sono due personaggi titanici, rappresentazioni monumentali dell’eccesso. Non da meno sono gli altri personaggi che riempiono le pagine e l’esistenza del professor Kien. Il lettore non può che rimanere intrappolato nella storia, nelle storie. E non può evitare di ritrovarsi, almeno per un attimo, nei panni di Peter.
Auto da fé è un romanzo estremo, abitato da personaggi estremi che si muovono in una realtà scomposta, in contesti piretici, deformati. Deformanti.
Testa senza mondo. Mondo senza testa. Mondo nella testa.
È il libro delle ossessioni. Tragico, crudelmente comico. Grottesco e doloroso. Ma vivo, disperatamente vivo. Vivo come pochi romanzi sanno essere. Nonostante tutto.
Guardo dove, fin poco fa, era il sesto gradino. Mi metto in ascolto. E non dirò cosa odo.

Una cosa divertente che non farò mai più - David Foster Wallace

Mai vorrei trovarmi prigioniera di un mega hotel galleggiante, dove nessuno si conosce ma tutti si sorridono, dove migliaia d’infradito colorate sbatacchiano sul pavimento bianco fra cappelli d’ogni foggia e sciarpe che svolazzano al collo di signore eleganti. E dove gli esseri umani si dividono in due gruppi: quello che deve far divertire e quello che deve divertirsi. Il primo stimola il secondo a fare, il secondo s’impegna fino allo spasmo per non perdere neppure un’occasione. E scatta foto scatta foto, gira video gira video, passo a destra passo a sinistra giravolta su le mani giù le mani. Spettacolo serale. Il cibo abbonda, le escursioni attendono. Keep calm che poi finisce, verrebbe da dire, come motto consolatorio.
Comprensibile che il povero turista, in attesa che il pullman conduca tutti alla nave, ascolti la voce dell’addetta al Controllo Folle della Celebrity, di megafono munita che “continua a ripetere instancabilmente di non preoccuparci delle valigie, che ci raggiungeranno più tardi”, e la trovi “agghiacciante nel suo involontario richiamo alla scena della partenza per Auschwitz di Schindler’s List.”

Che la Zenith diventi Nadir, a questo punto, non è che un atto liberatorio.

Tutta la vita - Alberto Savinio

“Perché gli uomini cedono alle più grosse impressioni fisiche, ma sono troppo rozzi ancora per fare attenzione a quel che di più sottile e ineffabile circonda la nostra vita; non sanno ascoltare le voci delle cose che nella loro ignoranza essi credono mute”.

Fra il 1942 e il 1945 Alberto Savinio scrive freneticamente.
I motivi che accendono la creatività sono certamente l’entrata nella scuderia Bompiani, la diminuzione delle collaborazioni giornalistiche e la miseria nera causata dalla guerra. A tal proposito, Savinio scrive a Bompiani (al quale è legato da profonda amicizia) il 3 febbraio 1944: “Qui, vita tristissima, tragica, soprattutto umiliante”. Tre settimane più tardi riceve dall’editore un pacco di alimenti. Le sue parole di ringraziamento giungono con una nuova epistola: “Ti ringrazio, anzi ti ringraziamo tutti di cuore. Questo si chiama davvero nutrire i propri autori. Utilissima la crema di riso e il resto e simile alla biblica manna, ma quanto nutriente pure, quanto riconfortante, e non so se non di più, il pensiero di sostentare noi poveri assediati”, e dichiara d’esser pronto a consegnare un volume di racconti.

Tutta la vita esce nel 1946, anche se il colophon porta la data 1945.
Nei racconti di Savinio l’inanimato si anima, vive. Svela l’esistenza e i sentimenti umani. Quelli che non riconosciamo e che, qualora accadesse, non avremmo il coraggio di ammettere.
Gli oggetti accolgono e raccolgono. Tutto: faccende contorte, questioni irrisolte. Fatti inconfessabili e inconfessati.
Sollevano il velo dell’inconscio, aprono un varco sulle sue tortuosità. Con ironia. Per non turbare. Forse.
Scrittura ricca, musicale, raffinata. Alta. Surreale? Anche. Ma nel senso che intende Savinio:

“Per conto mio accetto l'affermazione ma sento il bisogno di commentarla. Il surrealismo per quanto io vedo e per quanto so, è la rappresentazione dell'informe ossia di quello che ancora non ha preso forma, è l'espressione dell'incosciente ossia di quello che la coscienza ancora non ha organizzato. Quanto a un surrealismo mio, se di surrealismo è il caso di parlare, esso è esattamente il contrario di quello che abbiamo detto, perché il surrealismo, come molti miei scritti e molte mie pitture stanno a testimoniare, non si contenta di rappresentare l'informe e di esprimere l'incosciente, ma vuole dare forma all'informe e coscienza all'incosciente. Mi sono spiegato? Nel surrealismo mio si cela una volontà formativa e, perché non dirlo ? una specie di apostolico fine. Quanto alla «poesia» del mio surrealismo, essa non è gratuita né fine a se stessa, ma a suo modo è una poesia « civica », per quanto operante in un civismo più alto e più vasto, ossia in un supercivismo. Queste indicazioni per capire meglio i racconti contenuti in questo libro.

Lezioni di ballo per anziani e progrediti - Bohumil Hrabal

Lezioni di ballo per anziani e progrediti uscì, dopo le sforbiciate da parte della redazione, tagliato di oltre la metà. Il dattiloscritto originale non sopravvisse, ma il redattore affermò che Hrabal aveva utilizzato i passaggi falciati come base di un’altra opera, e che nella versione definitiva non c’era più nulla «delle lezioni di ballo che erano state per parecchie pagine la cornice tematica». Tra i dettagli perduti ricordava il più affascinante: «come, dopo la fine della lezione di ballo, il narratore accompagna il proprio partner al manicomio e lì, alla luce della luna, in un’altana e sui vialetti bianchi dell’istituto ripetono le figure che avevano imparato quella sera».

Il vecchio calzolaio che ama le “sventolone” e la vita si racconta.
Ed è novella dell’inverosimile, resa credibile dall’assenza di punti fermi. Impossibile interrompere o modificare il ritmo. È un flusso inarrestabile, senza meta, con uditorio singolare: un’impalpabile signorina che ascolta senza mai replicare; è sovversione, scompiglio, è esplosione di frammenti narrativi. È folgorante e mutevole follia. E ancora è caleidoscopico turbinio di figure scentrate, di sentimenti amplificati. È colata di passioni incontenibili, poetiche o prepotenti.
Sedetevi comodamente, aprite il libro, e lasciate parlare Hrabal.

“i liberi pensatori rinfacciavano alla chiesa che Cristo, se era Dio, perché allora poi teneva commercio con una donna caduta? e io gli dico, c’è poco da fare, davanti a una bella sventolona non riesco a resistere nemmeno io, immaginatevi quindi Gesú Cristo che all’epoca era anche un gran bel pezzo d’uomo, tipo Conar Tolnes, in fondo aveva trent’anni e, insomma, quella Maria Maddalena, anche se di professione faceva la sgualdrina nei locali, ugualmente era riuscita a guadagnarsi la santità e aveva ottenuto il favore dei cieli e non aveva tradito Cristo e coi capelli gli aveva asciugato il sangue, e quel poverino se ne stava appeso alla croce perché aveva annunciato il progresso sociale e che tutte le persone sono uguali tra loro, e sua mamma era crollata in lacrime e Maria Maddalena l’aveva consolata, e io mi chiedo, dove sono tutte le belle sventolone del tempo andato? sono morte e di loro nulla è rimasto, però la cara Mariuccia Maddalena continuerà per sempre a intenerire i cuoricini poetici, e questo era stato anche il destino di quel gran bel pezzo d’uomo che aveva studiato da falegname, lui sapeva segare travi e assi, e di punto in bianco aveva abbandonato ogni cosa e era andato a insegnare alla gente che l’amore effettivo per il prossimo non vuol dire far capriole con una signorina su un canapè, ma invece dare subito una mano a chi in quel momento ne ha bisogno”

Villa in Brianza - Carlo Emilio Gadda

Quella villa brianzola, nido dei rancori gaddiani, eccola qui: casa ridente “anzi occhieggiante”, senza bagno ma orientata secondo i punti cardinali, con la sua enorme cucina, il portico e la terrazza. E un caminetto, che non s’accende mai.
E qui, ecco i conuigi Pelegatta.
Lui, Francesco Pelegatta, uomo sommamente morale, che ha viaggiato tanto senz’imparar alcunché; “negoziant de seda”[/i[ crede “in Dio, negli Apostoli tutti e nella Santa Chiesa Madre di tutti gli uomini, ma è “senza il becco d’un quattrino”, quando solitamente “i ruspi e la Fede, sono notoriamente concili abilissime”. Il Francesco Pelegatta, con la camicia inamidata e quel tal contegno, al paesetto lo chiamano “el scior Pelegatta”.
Lei, madre del piccolo Carlo Emiliuccio e moglie di secondo letto del Pelegatta, è la Marchesana Adelaide, “piena di virtù e di coraggio e di studî”, col caro fiasco nel caro armadio che cigola spesso durante la giornata. Potete immaginare voi perché.
I tre pargoletti dei Pelegatta giocano sotto il portico al suon del cigolante armadio (ché la Marchesana ha il suo gran da fare). E quando la donna di servizio, quella Marietta che “fa la piscia in piedi” funziona da dama di compagnia, lo stridio fa il bis. In quel di Longone, fra aria salubre e “gutturazioni pleistoceniche” di meccanici, idraulici e pompieri.

Questo brevissimo racconto è un atto di vendetta, forse un tentativo di riscatto dal risentimento verso i genitori e la casa che gli rese tanta pena. Nel 1910 fu messa un’ipoteca di 10.500 lire sullo stabile di Longone. Fu cancellata nel 1924 e costò grandi sacrifici a Gadda. In una lettera datata 15 febbraio ’27, scriveva alla sorella: “è come la pietra di una tomba posta sulla nostra vita, sui nostri sacrosanti interessi e diritti ... Non parlarmi quindi mai né di Longone né del sozzo contadiname a cui manteniamo una casa, mentre io devo lavorare come un cane e vivere al 4° piano in una camera fredda”.
Si libererà della “fottuta casa di campagna”, del “feudo barcollante di Longone”, del “verme solitario Longone, con Resegone sullo sfondo e odor di Lucia Mondella nelle vicinanze” solo nel 1937, dopo la morte della madre.

Mastica e sputa - Pino Roveredo

Gocce di vita che si fanno immagine, ancor prima che parola. Una pennellata, un graffio, un tratto d'inchiostro. E la potenza di chi la scrittura ce l'ha dentro, come magma incontenibile.
Scrittura come vita. Scrittura che salva.
Talvolta basta poco per non crollare, come essere presi in braccio, anche solo “per un minuto”, così, “ogni tanto”.

Sette zie

Marcello Marchesi trascorse gli anni dell’infanzia a Roma, nella casa dello zio materno, Guido, e di una frotta di zie, cognate di Guido. Motivo dell’esilio del piccolo Marcello, ultimo di sei fratelli, la colpa d’essere figlio illegittimo nato da una relazione della madre con un noto avvocato milanese.
Ed ecco Sette zie.

Amedeo narrante, Amedeo narrato. Gabriella del tempo narrato, Gabriella del tempo narrante. Le storie s’intrecciano in giocosa alternanza con altri fatti, e altri personaggi là, nei luoghi della sua prima giovinezza, dov’è tornato per ricomporre la sua storia, e dove capita anche l’Amedeo scrittore di testi brillanti ch’è, come l’altro, un po’ smemorato.
Si ride del paradosso, ma si percepisce un sentire celato, fra le pieghe del dubbio e della stravaganza.
Amedeo e le zie. Tutte queste zie, che lo vedono sempre bambino anche quando bambino non è più, tutte innamorate di zio Guido, milanese, dentista creativo, marito di zia Ida. Zio Guido, che sposandone una, si sposa anche le altre sei.
Le sette zie, o forse sei, ché una non si sa se esiste, e se esiste non si sa dov’è. Sono sei o sette? Sette come i colli e i re di Roma, come gli angeli dell’apocalisse, o sei come i figli di Enrica Volpi, madre di Marcello?
O di più, come disse il vecchio conoscente, certo che fossero nove?
Amedeo e i ricordi. Non ricordi, mezzi ricordi, ricordi. Affiorano, sotto le mani sapienti e pazienti di Gabriella. Affiorano i ricordi, che Amedeo non ha mai amato, schegge di uno specchio frantumato che sarebbe meglio non tentare di riunire per “vederci qualcosa che non c’è più”, ma gettare prima che facciano male.
Non manca il fantasma. E nemmeno le sorprese.

In questo gioco di specchi e d’intrecci si trascorre qualche ora “né qui né là” ma soltanto “tra qui e là”. Condizione ideale”, come il tempo del viaggio di Amedeo sul treno Milano-Roma o Roma-Milano.

Rimini - Pier Vittorio Tondelli

“Voglio che Rimini sia come Hollywood, come Nashville cioè un luogo del mio immaginario dove i sogni si buttano a mare, la gente si uccide con le pasticche, ama, trionfa o crepa. Voglio un romanzo spietato sul successo, sulla vigliaccheria, sui compromessi per emergere. Voglio una palude bollente di anime che fanno la vacanza solo per schiattare e si stravolgono al sole, e in questa palude i miei eroi che vogliono emergere, vogliono essere qualcuno, vogliono il successo, la ricchezza, la notorietà, la fama, la gloria, il potere, il sesso. E Rimini è questa Italia del “sei dentro o sei fuori”. La massa si cuoce e rosola, gli eroi sparano a Dio le loro cartucce”.

Nella primavera del 1981 a Pier Vittorio viene proposto di passare due mesi sulla riviera adriatica per lavorare a un inserto speciale. Non parte. Manda invece Bruno Bauer, giornalista protagonista di Rimini, nell’abbagliante Hollywood romagnola, dove si va perché ci sono altri centomila, dove musica e sesso e droga si levano in coro, dove la notte è variopinta e risplende di strass e paillettes.
Bauer e i suoi collaboratori percorreranno lo sfavillante lunapark italiano per cogliere e raccontare vite che scorrono e s’arrestano, bagliori e ombre di esistenze note e sconosciute. È un succedersi di personaggi, credibili perché rubati alla realtà, fantastici perché rinnovati dalla genialità della scrittura di Tondelli. Ognuno è mosaico umano, con ambizioni alte e sconfitte certe. Girano su una giostra che non prevede vincitori. Le braccia si tendono, le mani si chiudono. Il trofeo è irraggiungibile. Ma attorno, tutto è colore, tutto rifulge.
La bocca stupita non avverte retrogusto amaro. C’è tempo, c’è tempo. Non va perduto.
Poi le luci si spengono. E rimane il vuoto.

Ciao Pier, a ri-vederci con le parole.

P.S. È recente la notizia che, grazie alla donazione della famiglia Tondelli e al consenso del curatore dell’opera tondelliana Fulvio Panzeri, la biblioteca privata dello scrittore diventa patrimonio del comune di Correggio. Si tratta di 2494 volumi che troveranno collocazione a Palazzo dei Principi presso il Centro di Documentazione Pier Vittorio Tondelli. La collezione, comprese le annotazioni e sottolineature autografe di Tondelli, sarà consultabile nei primi mesi del prossimo anno.

Il libro dell'estate - Tove Jansson

“… una pianta la si sposta dove può stare meglio, per una settimana ce la fa a sopravvivere sulla veranda. Se si sta via più a lungo, la si affida a qualcuno che la bagni, e può essere un po’ complicato.
Perfino le piante diventano una responsabilità, come tutto quello di cui si ha cura e che non è in grado di decidere da sé.”

Una vita germoglia, un’altra appassisce. Nel mezzo tutte le tempeste e i bisogni e le assenze tessuti in un’organza di mestizia, ricamata con vaporosa levità e rarefatta ironia.
Non c’è trama nella pagina quotidiana dell’esistenza, ma va a comporre il romanzo della vita il cui disegno è noto: nascere, vivere, morire. Questo sa la vita sfiorita. Questo va scoprendo la novella vita.

Delicato come un acquerello, con qualche guizzo di china fra i colori, Il libro dell’estate è una favola gentile. Contenuta e garbata, sfiora senza toccare, scalda senza accendere. Poeticamente algida.
Algidamente poetica.
“Aha”.
E allora voglio tradurre l’insopportabile petulanza di Sofia come richiesta, prepotente e gridata, di quel mancato slancio istintivo e umano capace di attenuare, per quanto possibile, il dolore della perdita e il senso di smarrimento e rabbia.
Un modo per chiedere qualcosa di più. Alla nonna. E alla penna di Tove.
Fuoco e sale anziché algida poesia.
“Aha”, direbbe Sofia.
“Aha”, ripeterebbe la nonna.
“Aha”, aggiungo io. Perché? C’è una bambina di sei anni alle prese con l'elaborazione del lutto, e mai un abbraccio.

Fratelli d' Italia - Alberto Arbasino

Fratelli d’Italia deve ancora affacciarsi nelle librerie (uscirà a maggio ’63, pubblicato da Feltrinelli), che ha già sollevato qualche (qualche!) malumore. Colpa forse di un paio di copie, sfuggite chissà come, lette ad alta voce qua e là, accompagnate da cori di “Scaaandalo!”
I frequentatori di certi ambienti mondani si sentono chiamati in causa, e d’un tratto gli amici non sono più amici, i saluti vengono a mancare, e qualcuno (un altro Alberto), più arrabbiato di altri, cerca un modo per vendicarsi. Non lo denunciano, ma solo perché il libro non è ancora uscito e mancherebbe il corpo del reato.
Insomma, certa società, che per la prima volta si vede nuda allo specchio, non gradisce, si sorprende, s’indigna.
Anche Bassani, direttore editoriale della casa editrice Feltrinelli, osteggia l’opera di Arbasino; non ne condivide la mescolanza di generi, lo stile e il virtuosismo.
L’editore taglia corto: “Non desidero entrare nelle polemiche sul romanzo. Quello di Alberto Arbasino è a mio avviso anzitutto un libro, che alcuni leggeranno come un romanzo, altri come un saggio, altri forse ancora come un pamphlet o un repertorio giornalistico”.
Il libro esce dopo che l’avvocato cui è stato sottoposto il testo, non riscontrando estremi per eventuali denunce, dà il via.
Così Fratelli d’Italia arriva sugli scaffali.
Alla prima pubblicazione per Feltrinelli del 1963, ne sono seguite altre due: quella per Einaudi nel 1976 e la terza per Adelphi nel 1993, ognuna rivisitata e ampliata dall’autore, modifiche che hanno fatto lievitare le pagine da 532 a 663, fino all’ultima versione a 1371 pagine. E sono 1371 pagine di puro godimento.

Fra una metafora fuori moda e una parabola che fa tendenza c’è lo svelarsi di quella certa società che si presenta al mondo in tutta la sua inconsistenza, e che però non offre carne in scatola agli invitati né veste abiti dozzinali da department store. Nondimeno, when it comes to books, nelle loro “magioni eccelse, su quei tavolini così fini, sotto i Canaletto e i Bellotto, vedi volumi analoghi a pacchetti di patatine, merendine per bambini, detersivi popolari”.
C’è il Paese intero, perennemente inadeguato e in ritardo, pieno di contraddizioni e pochezze. Ci sono letteratura e letterati, scrittura e scrittori, usi e costumi di quel magico momento del boom economico e culturale. E ci son le cose che certa morale non vuol che siano, ma che essendo si esercitano; l’importante è tacerle. Almeno le proprie.

Fratelli d’Italia è un grandioso viaggio letterario-culturale sfrenato e incalzante. E… no ve l’oo ditt? Geniale. Ecco. L’ho detto.
Su e giù a gran velocità per questa Hollywood nostrana.
Non distogliete lo sguardo, ché il paesaggio scorre rapido e magnifico. Non distraetevi. Preparate taccuino e penna: al termine vi troverete con un elenco chilometrico di nuovi possibili itinerari letterari.
Di questo viaggio rimarrà la voglia di ripercorrere, di tanto in tanto, un tragitto a caso e andare in visibilio, ancora.
E allora, Let’s go! Che meraviglia. Che piacere. Che goduria!

Caro Arba (posso chiamarti così?), per fortuna hai scritto Fratelli d’Italia allora. Ché oggi è rimasta da raccontare un’italietta dalla mondanità smorta, da schiscèta di minestrina sciapa. What a luck, what a luck! ch’era il 1963.
Levo un calice di italian i ([vino] “spaventosa erosione della matrice “vinum”, operata dall’abominevole dialetto bergamasco”), anche se sono astemia.
Let’s drink, my dear Arba’! Leggerti è sempre una festa. Lo dico inscì: un gran piaser! E grazie (grazie!).

“Nei nostri vecchi tinelli... Da una parte, romanzetti piccolo-borghesi d’occasione, evasione, rievocazione, commozione, signora mia. E dall’altra, fuga da ogni realtà contemporanea nell’esercizio di stile al piccolissimo punto. Appena si vede crescere l’ombra del dittatore, guardare la realtà senza affetto può diventare pericoloso. E i più svelti fanno in fretta a capire: l’America l’è amara finché vige il Fascio, la diventa buonissima solo quand’è arrivato il generale Clark e si sono perse anche le mutande grazie al Duce. Poi però Togliatti fa paura, e allora si ricomincia: l’è amara, non l’è amara, e se non la sarà amara, chissà mai cosa sarà”.

Nella perfida terra di Dio

Linguaggio ibrido, potente, ruvido. Mescolanza di dialettismi, lemmi arcaici e neologismi che rendono alta la scrittura.

“Prima” e “dopo”. Così è scandita la vita a Rocca Bardata, chimerico paese del Salento.
“Prima” e “dopo” si distinguono dai segni del tempo lasciati sui protagonisti, dalle ferite fresche o cicatrizzate ma mai guarite.
“Prima” e “dopo” confinato in un universo limaccioso, dove i sogni muoiono appena alzano il capo, e i fiori appassiscono ancor prima di sbocciare.
Rocca Bardata, dove “prima” e “dopo” hanno concepito un seme malato e corrotto, dove “prima” era ieri e “dopo” è oggi, dove domani è troppo lontano anche solo a pensarlo, è buona solo per la mala erba.
La genesi di tutto è racchiusa fra le zolle di una terra mefitica che nulla concede, che non offre salvezza, che costringe a ingoiare sangue e fango.
È la perfida terra di Dio, dove la redenzione è impensabile e la risurrezione impossibile.
Nella perfida terra di Dio, nonostante tutto, si leva un fiato di speranza. Refolo di vento che sorride impertinente e alimenta il fuoco, medicamento catartico per la terra e per gli uomini. Ha la voce di Michele, il più piccolo dei reietti.

“… se iddu non teneva a noi col cazzo che tornava qua a pigliarsi due pallottole”

P.S. Però… la sonata non prevede ouverture. Sofistica, lo so.

I fiori blu - Raymond Queneau

Buttate bussole e orologi, ché in questo viaggio non servono. Prendete invece una medaglia e osservatene le facce.

Il duca d’Auge sogna d’essere Cidrolin che sonnecchia nel barcone ormeggiato sulla Senna.
Cidrolin sogna d’essere il duca d’Auge.
Le vicende del duca si compiono con salti temporali di 175 anni, partendo dal 1264. Quelle di Cidrolin si svolgono nell’anno 1964.
Il duca e Cidrolin non potrebbero essere più diversi. L’uno feroce, senza scrupoli, sanguinario, l’altro sempre un po’ annebbiato, imbevuto di ”pernod” (essenza di finocchio); ridipinge lo steccato che qualcuno di notte riempie di scritte infamanti e poi si occupa della sua attività preferita: dormire. Sognare. Sulla sua chiatta, il suo barcone, la sua Arca.
Per conoscere le vicende del duca si deve attendere che Cidrolin s’addormenti, per seguire il sonnacchioso Cidrolin s’aspetterà che dorma il duca.
S’incontreranno. Nel 1964. Sull’Arca.
Il diluvio non è solo d’acqua.

I fiori blu è gioco fra sogno e realtà, fra vite che scorrono e cavalli che parlano. È viaggio in tondo al tempo e allo spazio, è succedersi di citazioni e metafore. È sfida, divertimento, baraonda entusiasmante. È fantasmagoria linguistica.
È faccenda contorta fin là, dove dal fango sbocciano piccoli fiori blu.

Anche le marce più oscure hanno una fine. Il Duca disse:
- Eccoci qua.
Si fermò. L’abate Riphinte l’imitò:
- Dove credete che siamo arriva-ti? - chiese il Duca.
- Nelle tenebre.
- E cosa vedremo?
- Poco o niente.

Salite sulla torre e poi lasciatevi andare. O cadere. Nel sogno, s’intende!

La diva Julia - W. Somerset Maugham

“Dicono che recitare è soltanto finzione. Questa finzione è la sola realtà”

Suo padre è il più bell’uomo d’Inghilterra, sua madre la più brava attrice. L’unico desiderio di Roger si chiama “realtà”.
Non li rimprovera, tuttavia il loro modo di vivere gli ha tolto la possibilità di credere in qualsiasi cosa.
Il ragazzo ricorda un episodio alla madre:

«Una sera, da ragazzino, avrò avuto quattordici anni, stavo tra le quinte a vederti recitare. Doveva essere una bella scena, tu dicevi le tue battute con tanta sincerità e quello che dicevi era così commovente che mi venne da piangere. Ero tutto sovreccitato, mi sentivo, non so come dire, elevato. Partecipavo alla tua sofferenza, mi sentivo un piccolo eroe; mi pareva che mai più avrei fatto un’azione bassa, meschina. E poi tu sei venuta in fondo alla scena, vicino a dov’ero io, con le lacrime che ti colavano sul viso; e dando la schiena al pubblico hai detto al direttore di scena, con la tua voce normale: cosa diavolo combina l’elettricista? gli avevo detto di togliere la luce blu. E un istante dopo ti sei girata verso il pubblico con un grido di angoscia e hai continuato la scena».
Julia replica:
«Tesoro, ma era una recita. Se un’attrice sentisse davvero le emozioni che rappresenta andrebbe in pezzi. Ricordo bene quella scena. Faceva crollare il teatro. Non ho mai avuto tanti applausi in vita mia».
Roger invece s’è sentito deriso, imbrogliato da questa madre inesistente, da questa donna ch’è solo le innumerevoli parti che ha interpretato.

Recitare è arte, e l’arte si crea. Nasce dalle vite di uomini e donne, dalle loro più piccole emozioni che prendono forma e sostanza in una dimensione nuova, dove illusione è il pubblico, realtà gli attori. L’attore è emblema del “trambusto vano e confuso che chiamano vita”.
La realtà inizia là, dove termina la quinta e comincia la scena. Fino a quando cala il sipario, e un altro si leva. Ben più grande, con un cast immenso, in una commedia senza fine.
Ecco l’ultimo trillo: “Pronti per andare in scena!”

Kitchen confidential - Anthony Bourdain

Ho consumato un barattolo di bicarbonato per arrivare alla fine (era una lettura condivisa, altrimenti avrei lasciato). E confesso, quando mi saliva lo schifo, qualche pagina l’ho saltata. Non ho uno stomaco così forte per reggere certi particolari.
Non ho colto l’utilità e nemmeno il senso di alcune descrizioni di Bourdain, cito come esempi lo sperma sulle scarpe del suo aiutante Steven, e le scopate di Steven-versione-porno con Chuletita loca, mentre, fra un grugnito e un asmatico quasi-orgasmo, telefona all’amico e collega Manuel, per chiedere: “indovina che cosa sto facendo?”. Mi son parse fanfaronate.
Non penso che molteplici e sovrabbondanti porzioni di sesso, alcol, droga, imprecazioni e violenze varie, consumate in cucina per mano di un’orda di disadattati, arricchiscano il menu e facciano effetto WOW!, anzi, già al secondo giro si rischia lo “sbadiglio da ripetizione”. Insomma, più che trasgressione m’è parsa mera e fastidiosetta operazione di marketing.
Serpeggia odio puro per i vegetariani. Io sono vegana (addirittura!). Ma non mi sono sentita offesa né incompresa, quindi non replico. Sorvolo. E penso che difficilmente m’imbatterò in un lupanare gastronomico come quelli descritti.
Farò attenzione ai coltelli, coi quali ho un pessimo rapporto.
Non mi preoccuperò dei ristoranti narrati, che non frequento, ma spargerò la voce tra le mie conoscenze. Anche se forse sono più informate di me.
Dirò ai miei amici onnivori di quanto sia pericoloso mangiare pesce, e non solo, al ristorante il lunedì, e li informerò anche di tutto il resto. Grazie.

Il ritmo narrativo m’è piaciuto. Qualche perplessità sulla traduzione, ma non cercherò la versione in lingua. Ho già dato. E il bicarbonato è finito.

P.S. Sono una voce stonata. Il libro in realtà ha ottenuto enorme successo a livello mondiale, è stato tradotto in svariate lingue e ha ispirato una serie TV.

Ho trovato questa dichiarazione di Bourdain del 2017 a proposito della sua opera:
“To the extent which my work in Kitchen Confidential celebrated or prolonged a culture that allowed the kind of grotesque behaviors we’re hearing about all too frequently is something I think about daily, with real remorse.”
Un atto di pentimento, pare.

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Doris Lessing

Biblioteca Centrale.
Ieri, mentre attendevo che mi venissero consegnati i titoli richiesti, ho scorso con lo sguardo i vari libri di Doris Lessing riposti sullo scaffale difronte al banco prestiti. È stato, il vostro, un gesto delicato e affettuoso in ricordo della grande donna e scrittrice che ci ha lasciati. Significativo. Grazie.
Volevo dirlo.

Riguardo le recensioni

Buongiorno,
piccola riflessione. A seguito della ricerca compaiono tutti i libri che risultano nelle varie versioni e sedi. Se ci sono recensioni, queste non sono legate al titolo bensì al libro che il lettore ha preso in prestito. Quindi per leggere le varie opinioni devo farlo scorrendo tanti libri quanti sono in catalogo (salvo che vi sia un solo libro oppure lo stesso libro con più commenti). Mi chiedevo se non fosse possibile legare i commenti al titolo e non al singolo libro in modo che siano disponibili per ogni versione del catalogo.
Spero di essermi spiegata chiaramente, che "casino" ne fo tanto
Grazie

P.S. Quello che fate è meraviglioso. Grazie grazie grazie!

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