Patrizia Bossoni

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Xingu - Edith Wharton

Che si fondino Lunch Club per raccogliere cacciatrici di erudizione che “inseguono la Cultura in gruppo quasi fosse pericoloso affrontarla da sola”, o s’invitino le Orsic Dane di turno, scrittrici dall’ego espanso e dal dubbio talento; oppure si levino in coro le voci delle varie signore e signorine Ballinger, Plinth, Glyde, Van Vluyck, Leveret, in vuoti discorsi e insulsi commenti, finché esisterà una Fanny Roby che dichiara candidamente d’aver appena letto Trollope ma nessun’opera della scrittrice del momento, che crea scompiglio e demolisce il castello del nulla parlando di Xingu, saremo al sicuro.

Mrs Wharton, mi sono proprio divertita. Poche pagine di cattiveria pura. Xingu!

Il Don Chisciotte - Pietro Citati

Citati ci accompagna nel “capolavoro di sogno e di fumo”.
Ed è il viaggio in un mondo dove tutto è vero e falso, dove “il vero, senza cessare di essere vero, è assolutamente falso, e dove il falso, senza cessare di essere falso, è assolutamente vero”.
È il viaggio nell’ambiguità, dove ciò che pare forse non è, dove follia e saggezza s’incontrano sull’esile linea di confine.
È il viaggio alla scoperta di personaggi che una volta conosciuti s’imprimono indelebilmente nella memoria.
È il viaggio, è l’omaggio, è un atto d’amore per questo cristo tragico e farsesco ch’è l’incommensurabile cavaliere dalla trista figura. Personaggio senza fine.
È il viaggio in un romanzo ch’è se stesso e altri mille e mille ancora.

Chi non avesse trovato finora un buon motivo per leggere Don Chisciotte, si affidi alle pagine di Citati. Il resto verrà da sé.

Piccola osteria senza parole - Massimo Cuomo

Immaginate di trovarvi nel 1994 a Scovazze, un paese del nord-est Italia. Dai, puntigliosetti, non chiedetevi perché il navigatore non lo trova, ché non è importante! E immaginate che arrivati a Scovazze andiate a sedervi in un angolo del Punto G. Ecco che state già pensando male. Ma io parlo dell’osteria, il Punto Gilda, quella Gilda che ha i seni più grossi della zona. Nell’osteria della Gilda gli avventori bevono molto, parlano poco. Però bestemmiano. E sono anche un po’ razzisti. Adesso immaginate che arrivi lui, il Salvatore Maria Tempesta. Il Tempesta è un “ teròne” di quei che a “coparli tuti” si farebbe cosa buona. E immaginate che il Tempesta porti con sé una scatola del Paroliere. Avete idea di cosa vi spetta? No? Non ho finito. Iimmaginate anche che il Tempesta Salvatore Maria abbia anche una vecchia foto. Si vede una donna. E un campanile. Eh… di campanili ce ne sono tanti da quelle parti. I campanili. Quelli delle chiese.
Un consiglio: se decidete di fermarvi a Scovazze per vedere cosa succede, portatevi un fazzoletto profumato. Perché lì, a Scovazze, c’è una spusa di merde (lo dico in francese che fa fine) che non ha eguali. Le esalazioni fetide arrivano dalla Taurizoo, il Centro tori di Scovazze.
Scovazze e i suoi indigeni. Parlano poco, ma hanno una loro poesia. Andate. Fatevi un goto all’osteria e salutatemi la Gilda.

P.S. Epperò…
Si parla di Ivano, un toro della Taurizoo, dove si raccoglie il seme per ingravidare le giovenche. Leggo: “Ivano detto Umore. L’unico toro col soprannome”. […] Adesso che il nomignolo è sinonimo di umorale e basta, il vecchio manzo ci mette il tempo di un muggito per reagire al fastidio”.

Massimo, ho capito che Ivano è a “fine carriera”, ma vecchio manzo, no! Io che ci ho il sobbalzo facile, ho sobbalzato. Ecco.
E non gli saran caduti gli zebedei!

Il dottor Zivago - Boris Pasternak

Quando Giangiacomo Feltrinelli ebbe fra le mani il dattiloscritto dell'opera di Pasternak, inviò un telegramma allo slavista Pietro Zveteremich: “Pregoti venire subito”, perché voleva un suo parere su Il dottor Zivago. La risposta arrivò pochi giorni dopo, la scheda di lettura si concludeva con le seguenti parole: “Non pubblicare un romanzo come questo costituisce un crimine contro la cultura”.
Il 5 ottobre 1957 il traduttore Zveteremich che si trovava in Russia, scriveva a Feltrinelli: “… A Mosca l'atmosfera creata intorno al libro è molto brutta. Ne fanno un grosso scandalo. Definiscono la sua uscita “un colpo contro la rivoluzione”. Evidentemente in malafede. […] Ho conosciuto il redattore editoriale incaricato della revisione. Pare che al Cc del Pcus, Pospelov e altri fossero dell'avviso di pubblicarlo. Tutto è cambiato a causa delle pressioni dell'Unione Scrittori, che in questo caso è stata più intransigente del partito e gli ha forzato la mano. [...] P. ti raccomanda di non tenerne conto e non vede l'ora che il libro esca. Ciò benché lo minaccino di affamarlo e già gli abbiano tolto lavori già commissionati...”
Il 27 novembre dello stesso anno Il dottor Zivago era nelle librerie italiane. In pochi mesi fu tradotto e pubblicato in altri Paesi, mentre i lettori russi dovettero attendere il 1988.
Nell’ottobre 1958 a Pasternak giunse comunicazione che gli era stato conferito il Premio Nobel per la letteratura. La stampa accusò, l’Unione scrittori chiese la sua espulsione. Se Pasternak avesse ritirato il premio avrebbe perso la cittadinanza e sarebbe finito al confino. Lo scrittore rinunciò al riconoscimento.
Più che un caso letterario, un caso politico.
Pasternak morì due anni dopo l’assegnazione del Nobel. Il premio fu ritirato nel 1989 dal figlio.

(Ri)Leggendo Il dottor Zivago, ho pensato al poema sinfonico. Così lo vedo, al pari di un poema sinfonico è opera di ampio respiro. Un solo movimento, un abbraccio ininterrotto alla grande terra russa, ai suoi uomini, ai mutamenti esercitati dalla Storia, alle rugosità e agli sfregi che segnano l’animo umano. Come la musica, vita e natura procedono fra silenzi e fragori, fra distensione e subbugli, fra pace e scompiglio, caduta e rinascita. E come la musica, la vita offre, coglie, racconta, infine si disperde in un’eco lontana, lasciando al silenzio la sua memoria. Voce che va oltre le parole.

S’è spento il brusio. Sono entrato in scena.
Poggiato allo stipite della porta,
vado cogliendo nell’eco lontana
quanto la vita mi riserva.

Un’oscurità notturna mi punta contro
mille binocoli allineati.
Se solo è possibile, abba padre,
allontana questo calice da me.

Amo il tuo ostinato disegno,
e reciterò, d’accordo, questa parte.
Ma ora si sta dando un altro dramma
e per questa volta almeno dispensami.

Ma l’ordine degli atti è già fissato,
e irrimediabile è il viaggio, sino in fondo.
Sono solo, tutto affonda nel farisaismo.
Vivere una vita non è attraversare un campo.

De Il dottor Zivago, da adolescente, mi colpirono i personaggi e i tragici intrecci delle loro esistenze. Oggi a catturare la mia attenzione è stata la Storia che accompagna il lettore in quella che fu la Russia dal 1905 fino alla fine della seconda guerra mondiale. Bagliori che suscitano interesse e voglia di approfondire. Ci sono eventi che inevitabilmente modificano le vite degli uomini. Così, ho immaginato Jurij assumere le sembianze di Boris, e il pensiero dello scrittore perdersi in quello del medico. E ricordando che il minacciato esilio, per Pasternak avrebbe significato morire, ho vagheggiato Lara come idealizzazione della Russia. Ghiribizzi, lo so. Ma tant’è.

Andarsene - Rodrigo Hasbun

Hasta la victoria siempre.

Leggo che Andarsene è “un denso, intrigante romanzo che unisce mirabilmente realtà storica e finzione letteraria. Un efficace montaggio di episodi e voci permette di seguire le vicende della famiglia Ertl dagli anni Cinquanta agli anni Settanta…”
Caspita!, mi dico. Hans Ertl, è quel cameramen tedesco al seguito della regista di regime Riefenstahl (nota per i suoi film di propaganda nazista, fra cui il famoso sui giochi olimpici del 1936, “Olympia”) infangato dal nazismo che negli anni Cinquanta lasciò la Germania e si stabilì in Bolivia con la famiglia: moglie e tre figlie. E Hans Ertl è il padre di quella Monika Ertl che si unì all’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale) dopo la morte di Ernesto Guevara, che nel ’71 attraversò l’Atlantico, si recò ad Amburgo per vendicare il guerrigliero ammazzando il console boliviano colonnello Roberto Quintanilla Pereira, responsabile dell’amputazione delle mani del Che dopo la sua uccisione. Due anni dopo Monika cadde in un’imboscata architettata da Klaus Barbie, amico di Hans, conosciuto nell’ambiente nazista come “macellaio di Lione”.
Leggo la sinossi. Troverò molto, penso. Realtà storica e finzione letteraria, racconto corale, saga familiare, storia di affetti e solitudini.
Credevo.
Invece…
Avete presente i “bigini” (bignamini per i dotti)? Ecco, sembra quella roba lì.
Più che un romanzo, un racconto. O il riassunto di un racconto.
Un bigino tiepido. Tendente all’algido.
Peccato.

«Non è vero che la memoria è un posto sicuro. Anche lì le cose si deformano e si perdono. Anche lì finiamo per allontanarci dalle persone che più amiamo».

Titolo originale dell’opera: Los afectos. Gli affetti. Andati.

Mia figlia, Don Chisciotte - Alessandro Garigliano

“Mia figlia, don Chisciotte”, o come sfidare il quotidiano con la fantasia.

Quando sento nominare don Chisciotte a me batte subito forte il cuore, si aprono porte che la realtà sottrae alla vista ma non alla mente. Tutto è ciò che è e non ciò che un istante prima era.
Questo libro è arrivato come dono inaspettato. Regalo prezioso e gesto d’affetto di un cuore sensibile. L’ho guardato a lungo, affascinata e dubbiosa. Lì dentro c’era il mio don Chisciotte. E se l’autore l’avesse trattato senza rispetto o senza amore? Poi ho aperto il libro e ho iniziato il viaggio.
Viaggio chisciottesco bello e coraggioso. Viaggio lungo la linea di confine tra il reale e il fantastico, con deviazioni ora qua ora là.
A condurre è lei, tre anni, principeffa don Chisciotte. Lui, quarantenne Sancio Panza segue, agghindato da docente universitario per mascherare la sua precarietà.
Figlia e padre.
E il mondo attraverso i loro occhi.
Viaggio d’amore per la vita, per la letteratura, per don Chisciotte e il suo scudiero. Viaggio folle e sapiente, dove le figure romanzesche servono a introdurre riflessioni alte sulla genitorialità, sul rapporto fra bambino e adulto.
Viaggio carico d’amore, di tenerezza, di paure e incertezze.
Quando la principeffa don Chisciotte osa, il saggio Sancio trema e prova a contenere. Quando la principeffa don Chisciotte chiede, papà Sancio cerca di esaudire.
E è fuor di dubbio che se là si trovano i Giganti, qua c’è uno zoo con la porta rosa e pesci invisibili.

Come scrissi a don Chisciotte (la creatura di Cervantes) dopo la rilettura: Ridano pure gli stolti. Continuino a ravvisare mulini a vento al posto dei giganti.
Viviamo folli finché possiamo, ché a morir savi siam sempre a tempo.

P.S. Ale, non spargiamo troppo la voce sulla principeffa in groppa a Brummante. Lo dico solo a te, faceva così anche mio padre con me trienne. Solo che il suo Brummante era primitivo rispetto al tuo. Mi faceva sistemare davanti, sulla “gobba” di scorta.

P.P.S. Nasciamo don Chisciotte e ce ne andiamo Sancio Panza. Forse è giusto così, per permettere ai nuovi don Chisciotte di stupirsi e stupirci. Ma è bello, quando possibile, tornare fanciulli, smettere il ruolo di Sancio e riabbracciare quello di Chisciotte. Non smettiamo d’essere bambini. almeno un poco.

R: La vita davanti a sé - Romain Gary

Emile Ajar c’est moi. «Mi sono davvero divertito. Arrivederci e grazie».

Madame Rosa, grassa e vecchia prostituta ebrea, smesso il mestiere per anzianità, cresce i figli delle giovani meretrici che non vogliono vedersi sottrarre la prole dalle autorità francesi. Momò è uno di loro.
Non conosce la sua età, Momò; crede d’avere dieci anni (fino al giorno in cui scoprirà che son quattordici, e di colpo sarà grande). Dimora al sesto piano di un condominio dove le vite sono policrome e le miserie monocromatiche. Un microcosmo degradato che sprigiona tuttavia una bizzarra ilarità, come beffa alla sorte che piega e mortifica.
Madame Rosa ha il ritratto di Hitler sotto il letto, le ricorda d’essere scampata a un passato atroce e l’aiuta a trovare la forza per resistere ancora. E quando l’aria viene a mancare, c’è il suo cantuccio ebreo a rassicurarla. Momò, invece, ha un vecchio ombrello vestito da capo a piedi. Ha la faccia di pezza verde, gli occhi tondi e il sorriso simpatico fatti col rossetto di madame Rosa. Si chiama Arthur, e con lui raggranella qualche soldo esibendosi per le vie. Il sogno più grande di Momò è diventare un nuovo Victor Hugo e riscrivere Les miserables.
Momò descrive il suo mondo sommerso, dove la vita è condivisione oltre che spirito di conservazione. Dove s’imbelletta la morte vagheggiando una parvenza d’affetto che non ha più respiro. Dove una mano tesa apre la porta ai sogni, alla speranza che un futuro migliore è possibile. Anche per gli ultimi. Quella vita davanti a sé, che attrae e, nel contempo, spaurisce.

P.S. Il libro m’è piaciuto, ma non mi unisco al coro degli osanna. Il mio rimane un entusiasmo pacato, tiepido. Ho trovato interessante madame Rosa, il resto m’è parso un poco artificioso. E il piccolo Momò mi ha ricordato altri adolescenti della letteratura.
Insomma, la solita orchessa. Ça va sans dire.

L'Italia al dente - Gian Carlo Fusco

Ah, quest’italietta di maniera! Sempre un po’ fascista, e morale all’occorrenza.

Nell’itala patria non manchi la pasta. È d’obbligo al dente, ché se la nonna comasca, risottara e socialista cuoce troppo lo spaghetto, nonno Raffaele le fa trovare un tal biglietto che recita così:
“Se a pranzo trovo moscio lo spaghetto
sarò altrettanto moscio anche nel letto.
Se invece trovo lo spaghetto al dente
sarò in letto del pari consistente!”

E poi e poi…
I tempi cambiano, gli anni si susseguono, si scrive la Storia, ma l’Italia e gli italiani son sempre quelli. Se non sciapi un po’ scaltri, maccheronici e impostori. Fra spaghetti, chitarre e tranette, pasta fritta, alla Norma e zite, matriciana e lasagne con gli uccelli, Fusco ci racconta, con la sua solita leggerezza e quella tagliente ironia che rende gustoso il piatto, l’italietta che giammai cambia.
La sua penna è a tenuta di cottura garantita. Non scuoce mai. Roba da gran gourmet.

R: 22/11/'63 - Stephen King

The past does not want to be changed.

Se modifichi il passato devi aspettarti di ritrovare il presente diverso da come lo avevi lasciato (a parte moralismi e pregiudizi che sono immutabili: di là come di qua).
Ed è questo, in sostanza, che accade al giovane professor Jake Epping: varcata la soglia del tempo - “shat-HOOSH, shat-HOOSH” - si troverà a Lisbon Falls, esattamente il nove settembre 1958 alle ore 11:58, poco più d’un paio d’anni prima della nomina a presidente degli Stati Uniti d’America di J.F. Kennedy. Attenderà il 22 novembre 1963 per cambiare il corso della Storia. Ma “il passato non vuole essere cambiato. Il passato è inflessibile”. Epping lo sa (e anche noi).
Ogni volta che Jake attraverserà il “buco del coniglio”, tutto sarà cancellato, azzerato. E il gioco dovrà iniziare daccapo. Viaggi nel tempo che potranno durare anni nel passato ma che mai superanno i due minuti nel presente.

Mi sono entusiasmata ed emozionata. A tratti. Alla fine, qualcosa è mancato.
Una scrittura che sa di tanto mestiere. Tuttavia, mi sono chiesta se King non abbia adottato il metodo “Dumas”. Chi sa, sa.
Nota di merito alla traduzione, davvero notevole.

P.S. Epperò, King! Non mi puoi ridurre Gavrilo Princip a “una mezzasega a cui manca qualche rotella”. Ma perché?!
Ecco, l’ho detto.

3.5

Il gattopardo - Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Romanzo pubblicato postumo. Elio Vittorini lo bocciò per Einaudi e Mondadori. Nel 1958, un anno dopo la morte dell’autore, Giorgio Bassani lo propose a Feltrinelli e ne ottenne la pubblicazione. Fu l’inizio di un grande successo. Lo stesso anno il produttore Goffredo Lombardo acquistò i diritti. Nel ’63 uscì il film con la regia di Luchino Visconti

“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.”
Ma nulla rimarrà com’è. Sarà tutto un declino. Tutto un costante e inarrestabile scivolare verso la cenere.
Decadimento e fine di una famiglia. E anche di un mondo.
“… e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.”

P.S. Come scrisse Tomasi di Lampedusa sul retro della busta che conteneva la lettera e la copia del dattiloscritto del romanzo, destinata a Enrico Merlo, fate attenzione al cane Bernicò, “è un personaggio importantissimo ed è quasi la chiave del romanzo”

La morte della Pizia - Friedrich Dürrenmatt

«Noi e il nostro oracolo,» sospirò amareggiata la Pizia «solo grazie alla Sfinge siamo venuti a conoscenza della verità».
«Non saprei,» fece Tiresia pensieroso «la Sfinge è una sacerdotessa di Hermes, il dio dei ladri e degli impostori».

O uomo, hai compreso? Diffida dei vaticini di Pizie e indovini. Usa la testa.

Il gusto di vivere - Giancarlo Fusco

Se Fusco fosse qui oggi, non avrebbe spazio come giornalista. Fusco era un irregolare, non si piegava ad alcun potere, a nessun padrone. Troppo libero, fantasioso, ironico, indisciplinato. Mai allineato, mai gestibile.
Fusco sapeva raccontare grandi accadimenti storici e piccoli fatti quotidiani, noti personaggi e persone sconosciute. Lo faceva scrivendo, nero su bianco, a colori.
Leggerlo significa entrare in un mondo dove tutto si fa straordinario, spettacolare, mirabolante. E come gli altri suoi anche questo libro, che raccoglie articoli apparsi su svariate testate giornalistiche negli anni che vanno dal 1949 al 1984, è la riprova che Gian Carlo Fusco era una penna di gran class.

P.S. Bella la prefazione di Natalia Aspesi che traccia una biografia dello scrittore e giornalista scomparso nel 1984 .

Chi è morto alzi la mano - Fred Vargas

In una casa di quattro piani, nota nel quartiere come “topaia”, s’insediano Marc, Lucien e Mathias, tre storici squinternati e squattrinati. Armand Vandoosler, ex sbirro corrotto, zio e padrino di Marc li raggiunge. Una stamberga di quattro piani, un piano per ciascuno.
Sul fronte occidentale, nel giardino di Sophie, ex cantante lirica, una mattina compare un faggio. La donna si rivolge ai vicini per risolvere la “faccenda”. Poche settimane dopo la comparsa dell’albero Sophie sparisce. I tre “evangelisti”, chiamati dal vecchio Vandoosler san Matteo, san Marco e san Luca iniziano a indagare con l’aiuto dello zio.
Tanti misteri e qualche morto ammazzato. Dovrei rabbrividire e invece rido. Non sono depravata, non amo la violenza, non riesco a guardare film con spargimenti di sangue né leggere storie raccapriccianti. Il fatto è che a un certo punto i tre storici squinternati e lo zio sbirro canaglia hanno preso il sopravvento. E loro sono uno spasso.

Mi serviva qualcosa per alleggerire i “tomoni”. Ed ecco il gialletto fresco come la granita di limone che attenua la canicola estiva.
Sempre che non ci si faccia domande. Altrimenti la temperatura sale.

Palmiro - Luigi Di Ruscio.

Una lingua ibrida ed elevata, imperfetta e affascinante. Ha il sapore della terra, gli accenti del suo vicolo di Fermo, l’essenza degli ideali e della poetica più alta. Lui, scrittore “spatriato”, l’aveva portata con sé come un tesoro inestimabile. “Dove è il sottoscritto è anche tutta la nostra italianitudine. L’anima mia riempita dall’universo linguistico m’insegue caparbia.”

Il romanzo germinò sui manifestini delle elezioni non distribuiti e ammucchiati nella sezione del PCI. Iniziò a scrivere nel ’54. Nel ’57 emigrò. Nei primi anni ’60, tornato a Fermo per le vacanze, ritrovò quei fogli, li portò con sé a Oslo e riscrisse tutto. Così, nacque “Palmiro”. Fu pubblicato nel 1986.
In “Palmiro” c’è la sua vita e c’è un pezzo di Storia del Paese Italia, un’abbondanza di fatti e personaggi rocamboleschi (ispirati a persone reali, come ebbe a dichiarare lo scrittore), un susseguirsi di rabbiose quanto sarcastiche osservazioni e conseguenti riflessioni.
Luigi di Ruscio, “poeta operaio”, scrittore marchigiano figlio del sottoproletariato, emigrato a Oslo negli anni cinquanta. Lavorava in una fabbrica di chiodi; finito il turno, tornava a casa in bicicletta e si metteva a scrivere con la sua Olivetti.
La sorte non fu generosa con lui. Collezionò grandi rifiuti. Noto quello da parte di Calvino che rigettò un suo testo (“Verbale”) perché sconvolgeva il suo senso dell’ordine e della geometria.
Scrittore “irregolare”, ai margini del mondo e della Storia, lontano dalle etichette, scrittore che merita un posto d’onore accanto a tante altre grandi penne che in vita patirono la sufficienza di certi editori.
La sua è una scrittura ruvida, carnale, sanguigna, dissacrante, aggressiva, causticamente ironica, feroce ma con picchi di alta felicità e tenerezza.
Una di quelle scritture che non si scordano, che lasciano solchi profondi e grandi insegnamenti.

“Sino a che posso scrivere io vivrò. Scriverei anche se fossi capitato in un pianeta completamente abbandonato senza nessuna possibilità di far giungere a qualcuno la scrittura, e bisognerebbe scrivere come se uno si trovasse in una solitudine assoluta. Bisognerebbe scrivere di tutto quello che vedo come se lo vedessi per l’ultima volta.”

Io venía pien d'angoscia a rimirarti - Michele Mari

Recanati, 1813.
Là, dov’è la via che mena all’ermo colle, Orazio Carlo scruta nascostamente il fratello Tardegardo Giacomo, che in biblioteca “studia, legge, scrive, traduce, crea”. E pensa alla Luna. Ed è irrequieto. E ha un comportamento oscuro.
Orazio osserva e annota tutto sul suo diario.
Certe notti, quando le ombre s’allungano, succedon fatti spaventevoli, sanguinosi, bestiali.
Mentre da lassù guarda e illumina la terra bruna, “…la luce della Luna rivela il vero volto delle cose, rendendo smorto ciò ch’è vivo di giorno, e rendendo a vita ciò ch’alia luce del Sole par morto…”
La Luna ha tuttavia due volti, ora è Artemide ora Persefone, ora è pura ora contaminata, ora è regina del cielo ora degli inferi. La Luna influenza uomini e natura.
Due volti. Come l’uomo ch’è ora umano ora ferino, ora contemplativo ora brutale, ora limpido ora torbido. Ora è soave ora raccapricciante, ora saggio ora folle. Ora perfetto ora deforme.
Infine, “… l’uomo è la propria paura; se potrà attraversarla, se potrà viaggiare dentro di essa come in un paese straniero, allora quella paura sarà più bella, ed ei potrà riguardarla come una favola, o una animata pittura.”

Scritto di grande fascinazione. Capriccio così ben fatto da figurar veritiero.

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Doris Lessing

Biblioteca Centrale.
Ieri, mentre attendevo che mi venissero consegnati i titoli richiesti, ho scorso con lo sguardo i vari libri di Doris Lessing riposti sullo scaffale difronte al banco prestiti. È stato, il vostro, un gesto delicato e affettuoso in ricordo della grande donna e scrittrice che ci ha lasciati. Significativo. Grazie.
Volevo dirlo.

Riguardo le recensioni

Buongiorno,
piccola riflessione. A seguito della ricerca compaiono tutti i libri che risultano nelle varie versioni e sedi. Se ci sono recensioni, queste non sono legate al titolo bensì al libro che il lettore ha preso in prestito. Quindi per leggere le varie opinioni devo farlo scorrendo tanti libri quanti sono in catalogo (salvo che vi sia un solo libro oppure lo stesso libro con più commenti). Mi chiedevo se non fosse possibile legare i commenti al titolo e non al singolo libro in modo che siano disponibili per ogni versione del catalogo.
Spero di essermi spiegata chiaramente, che "casino" ne fo tanto
Grazie

P.S. Quello che fate è meraviglioso. Grazie grazie grazie!

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