Giuseppe Sirugo

Biografia

Giuseppe Sirugo (Turín, 14 de agosto de 1973 -), o por el acrónimo GseSro dice que era un traductor ocasional, reseñador de libros y biógrafo-web italiano. Idealista del "Freestyle write" (sin ánimo de lucro).
Su voluntad para escribir no se relaciona por medio de un estudio específico, es más desde un abuso de lectura hecho en diferentes años entre la lectura de libros u la de volúmenes enciclopédicos. Generalmente tiene privilegios con la literatura latinoamericana, ficción. Pero también alguna novela u suspenso dice que no estropea el tiempo dedicado a la lectura.

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Ultime recensioni inserite

Il Nuovo Testamento - versione riveduta sul testo originale da Giovanni Luzzi

Riconosco che da una buona quantità di libri che ho letto, o magari che ebbi tempo di rileggere perché li ho apprezzati più che atri volumi, questo genere di libro fu il più noioso. Non tanto perché la versione della Bibbia che avevo letto anni addietro è di quasi 1600 pagine che sono scritte con caratteri minuscoli. Ma questo genere lo trovai deprimente nel leggerlo perché, per persona atea che sono, è una favola che non mi si addice. […] Per quello che vale, è come credere che la persona si nutre e vive della sola aria, per inquinata che sia a causa dell’effetto serra. Tanto meno merita una recensione dettagliata, anche se si dovesse trattare di un commento negativo.

Solo per Ida Brown - Ricardo Piglia

Il libro vale la pena leggerlo. Si scopre un Ricardo Piglia che stava diventando un buon romanziere: probabilmente se avrebbe vissuto altri venti anni cominciava a narrare storie basate sul terrorismo. Così assecondando il genere detective. In questo volume gli intrecci del racconto sono più semplici e meno noiosi da leggere e da dover seguire. Fra realtà e finzione si può dire che si è mosso con la sessa eleganza di Borges: ha seguito una traccia complessa e labirintica dove avrebbe potuto abbondare con le divergenze, con le coincidenze, ma anche coi paralleli.
Con questo ultimo romanzo l’autore ha combinato elementi biografici e il genere poliziesco: in ogni modo il genere poliziesco subentra nella seconda parte del romanzo. L’autore dal microclima asfittico dei campus nordamericani si è fatto carico (non inteso di colpevole) della morte di una collega docente. Si rese partecipe dell’omicidio della collega in veste d’investigatore privato: evidentemente fra lui e l’insegnante ci sarebbe stato del sentimento. Peccato che in fondo a quei rapporti sessuali lei era una donna libera, e le relazioni con altri uomini probabilmente non sono state mai limitate al solo collega Ricardo Piglia. Cosa che lo stesso non poteva sapere se non calzava la veste di detective.

In un secondo momento lo scrittore conoscerà la persona responsabile di diversi attacchi e della morte stessa della professoressa. Un tizio chiamato Thomas Munk, ex professore di matematica a Berkeley e autore di un Manifesto radicale sul capitalismo tecnologico. Tuttavia in ultima istanza il romanzo si può dire che è stato terminato con l’incomprensione della tragica morte della professoressa Brown, dove questa la professoressa durante un incidente inspiegabile si bruciò una mano: casualità, o coincidenza di un dettaglio poiché Piglia l’ustione la notò anche sulla mano del proprio assassino. Alludendo che la bruciatura fra i due possa essere stata una cosa voluta.
Lungo il racconto il prospetto amorevole con la professoressa ci può stare, è in armonia con la storia. Nonostante che l’autore da questa visuale sentimentale suscitata con la docente, e perdita della medesima, potrebbe essersi dato una coltellata a causa della scoperta di un sentimento infranto. Inoltre al momento d’investigare l’omicidio lo scrittore ha rischiato d’immedesimarsi con la figura del colpevole poiché i dialoghi fra lui e l’assassino rimangono pochi e brevi. E sono anche verosimili purtroppo: da questa prospettiva l’assassino è un artefice eccezionale, lo si nota da come viene trattato in carcere, dalla cultura personale, dal modo rispondere o deviare le risposte dell’interlocutore. Per l’appunto, moventi col suo l’interlocutore che fanno suscitare confusione al ruolo astuto d’investigatore. Tanto è che a causa della notevole affinità, fra i due, in maniera celata l’omicida Thomas Munk potrebbe essere stato o avrebbe desiderato che fosse il suo l’alter ego.

Mientras vivimos - Maruja Torres

La storia tende essere astrusa, magari ad alcuni lettori il libro suscita curiosità proprio perché nella semplicità è complicato. Il certo fu che la vincita del "Premio Planeta" fece che del secolo corrente la giornalista de El País Maruja Torres venisse consacrata come una romanziera notevole. Il racconto si muove principalmente dal personaggio di Regina Dalmau, immagine centrale della storia dalla quale ruoterà la trama del racconto. E dove la fantasia della scrittrice scelse d’inserite altre due figure femminili di rilievo: si potrebbe considerare che sono due configurazioni strettamente collegate alla coscienza di Regina.
In primo luogo c’è Giuditta, che sarà l’assistente di Regina. Questa ragazza ventenne stravede per Regina. Ha una grande devozione per la scrittura e vuole imitarla. Dopodiché, non per ordine cronologico della storia, alla coscienza di Regina vige Teresa, ex compagna del padre di Regina: il terzetto femminile appartiene a tre generazioni di persone differenti. Agli occhi del lettore appaiono come tre figure in ricerca della loro identità e un posto nel mondo. Una classe sociale di donne indipendenti, professioniste e istruite che hanno acquisito il riconoscimento d’indipendenza femminile, la libertà relativa alla sessualità, alla maternità e alla vita di coppia; benché la scrittrice ha mantenuto un contesto al femminile Torres fece prue una riflessione generazionale del fallimento e della frustrazione degli uomini spagnoli durante il periodo del franchismo.

Verrebbe da dire che il pensiero anteriore della storia ha un carattere narcisistico manifestato dal possibile alter ego di Maruja Torres sotto il nome di Regina Dalmau: detto ciò, per immodestia di chi ha scritto il libro c’è l’illusione che coi personaggi del racconto, al fine di far capire e decidere consapevolmente la strada giusta e quale direzione perseguire, la giornalista giocò con l’esperienze delle protagoniste per far aprire gli occhi al lettore. Quando invece lo scrivere e raccontare i personaggi è un fattore interiore; oppure potrebbe essere un contesto basato dai fatti accaduti realmente. In sta evenienza Torres mostrò di avere acquisito maggior consapevolezza della propria abilità di scrittrice di libri. Come narratrice occasionale mostra volontà nel voler scrivere una favola che sia svincolata da qualsiasi contaminazione stilistica: codesta facoltà di avvicinarsi a una prospettiva drammatica è notabile. Che sappia scrivere è certo, però ha un approccio più familiare sotto il complesso di una testata giornalistica dove magari in quel tipo di ambiente l‘umorismo e la satira sono a l‘ordine del giorno, per esempio.
I moventi delle tre storie si intrecciano fra loro. Danno al racconto una configurazione principale aneddotica: il racconto può rappresentare una tecnica pubblicitaria moderna in favore al singolo scrittore. La storia comincia con l’immagine di Regina, che in un qual modo potrebbe essere pure l’alter ego di Maruja Torres. Tutto ruota intorno alla figura di Regina. Alla volta evocando allo scritto altre due donne di rilevanza. Fatto che si può interpretare come un incentivo a essere sé stessi nella vita: nel senso che potrebbe essere rappresentato tipo l’esigenza della ricerca di autenticità. Specie in quei periodi quando la persona si sente avvilita. È un romanzo controverso: stando alla casta immaginazione che Regia è l’alter ego di Maruja Torres con questa storia non si può dire che la giornalista fu una buona romanziera. Non per cinica, ma perché per bravura sua quando si legge il libro è percepibile una cultura redazionale; non per critica filosofica ma a volte sono io stesso che da lettore saltuario ho fatto un’idea sbagliata alla cultura letteraria di Maruja Torres, ed è un’estrinsecazione personale dovuta a una quantità di oltre cinquecento libri letti nell’ultimo decennio. La giornalista, o sia la descrizione medesima che nel testo del romanzo la sostituì, mette in luce la propria vitalità. Il momento narrato è un periodo di sconforto creativo ma nei personaggi della storia c’è serietà. C’è una disciplina professionale, che l’avrà aiutata a raggiungere la vincita del premio: l’impegno della scrittrice nel comporre un tipo di storia intrecciata può essere compreso da una prospettiva che è basata dall’esperienza acquisita come redattore, ad esempio. E non come romanziera eccellente. Perché nella controversia il contesto del libro non s’intona con l’esito per il quale venne trattato. Con veste solitaria Torres s’incanalò in divergenze differenti per trovare poi un’unica confluenza di idee: una convergenza di pensieri data dalle esperienze delle tre figure femminili. Traendo al romanzo molti argomenti e dialoghi aneddotici: l’abilità giornalistica verosimilmente l’avrà aiutata nel compensare la penuria di romanziera.
In origine la stesura scritta non penso abbia avuto uno schema di base unico: nonostante ciò, le divergenze di pensiero che la scrittrice avrà riscontrato ma che riuscì a concatenare hanno fatto sì che fra i personaggi suscitasse quelli che dopo sarebbero stati i rapporti di un triplice racconto. Contrariamente, la trama potrebbe avere pure un concetto d‘insegnamento soltanto: da questa prospettiva la stesura tratta un unico schema di base dove alla figura di Regina vige una narrazione coscienziosa singolare. Magari data dal possibile alter ego. E da Regina l‘effetto osmosi con altre due figure femminili. Quindi la narrazione può diventare un modello di storia introspettivo univoco che espone un tipo d’inchiesta sulla coscienza di Regina: attraverso questo profilo, per l’appunto basato sulla memoria di Regina, c’è la volontà di metter luce e correggere il percorso svolto in una vita. Stando alle esperienze lavorative della giornalista questo romanzo a differenza del libro biografico Mujer en guerra sembra essere un terreno insolito: essendo anche un romanzo bugiardo c’è del nichilismo. Cosa distante dalla nuda e cruda verità delle notizie date in radiotelevisive. Torres con questo tipo di genere letterario ha superato il proprio confine per valicare un retroscena che diventa melodrammatico: nel racconto l’amore c’è. Fra le protagoniste quel tipo di sentimento è presente, però la felicità rimane uno spiraglio di luce. La giornalista con i tre personaggi femminili usò uno stile piuttosto lineare, ricco di pretese, che ovviamente nell’abisso letterale rimangono espressioni vincolate fra loro e che mai corrisponderebbero alla realtà dei fatti. Si può considerare una fiction che espone i rapporti umani, la loro componente di egoismo e di cecità. Probabilmente la storia contiene un ritratto inerente alle esperienze di chi l’ha scritto. Tal volta a sé cela pure una riflessione sincera, forse dovuta a una coscienza solitaria.
L’espressioni dei dialoghi (che potrebbero essere sinonimo di monologo) sono molto aneddotiche: tipo fossero parte di un racconto convenzionale. Mentre viviamo è una grande storia di ammirazione e gelosia, di menzogne e di verità, di odio e amore, d’incontri e di perdite. Senza lasciare nulla al caso Torres per la trama utilizzò delle rapide riflessioni. Dosò in parti uguali la ragione, l’amore e la parte acida che può avere il carattere di una persona. Lasciando che Regina Dalmau fosse la figura cuspide del racconto: cosa che si fece con azzardo perché il contesto delle storie dei primi due racconti nonostante sono percorsi con esperienze di vita differenti rischiano di finire allo stesso modo a causa degli errori medesimi delle protagoniste.

In sintesi e per concludere, lungo la narrazione Giuditta ricorda Regina, e con lei evoca la figura di Teresa, una ex amante del padre di Regina: una donna che fu l’insegnante di Regina. […] In principio fu Regina che non ha mai dimenticato Teresa, la donna che gli illuminò la vita. La crisi dei 50 anni di Regina la portò a recuperare i suoi legami problematici del passato: difficoltà esistenziali che a seguito verranno proiettarli nei confronti della discepola Giuditta la quale a mo’ di flash black tesserà l’unione della storia devolvendo corpo al racconto.
Regina è una scrittrice cinquantenne e sta attraversando la crisi di mezza età. Un giorno incontra a Giuditta: l'introduzione del personaggio di Giuditta può sembrare scoraggiante nel leggerlo. Poiché nei primi capitoli del libro questa inizia a mescolare con Regina il sogno ossessivo e la speranza estrema di un'ambizione sproporzionata. Il desiderio di diventare una scrittrice proprio come Regina. Indubbiamente la figura di Regina è molto lavorata nel libro. Tutto pare ruotare intorno a lei: nel senso che nel racconto una volta descritto il passato la scrittrice ha illuminato la vita presente di Regina; d’altro canto c’è Giuditta, una giovane ventenne che vuole diventare una scrittrice come la sua ispiratrice. Il dissidio si manifesta perché Regina sta attraversando un periodo di grave crisi creativa. Ed è vittima di una profonda inquietudine morale, circostanza per la quale non potrebbe aiutare nemmeno a se stessa. Queste due conoscendosi andranno ad apprendere i desideri, gli amori e le bugie di entrambe: seguendo queste tracce Torres in maniera lineare ha giocato sulle proiezioni del futuro delle protagoniste confrontandosi con l’esperienze dell'altra. Viaggiando in una direzione prestabilita ha fatto leva sulle decisioni che le donne hanno scelto di proseguire: colpe, ma anche rimpianti. E soprattutto su l’amore che viene comunicato al prossimo. Si potrebbe dire che la storia del libro combacia con quello che è un romanzo tradizionale, dove la narrazione gioca con la storia psicologica del personaggio. In ogni modo la stesura tratta l'eredità vitale trasmessa dalle donne: secondo la facoltà della scrittrice ciò avviene con le tre figure femminili poiché l'una con l'altra si scambiarono esperienze di vita. Riuscendo a tessere tutte insieme un legame che diventerà più forte di un’unione sanguigna. In fine, o tal volta sin da l’inizio della storia, confermato con la presenza di Teresa, la donna che in passato diede a Regina un’ultima lezione di vita. Una figura mai dimenticata dalla scrittrice cinquantenne: a Regina codesta reminescenza s’insinua come nesso della storia tanto è che dopo il decesso di Teresa tutte l’esperienze vengono riflesse nei confronti della vita corrente di Giuditta.

Mujer en guerra - Maruja Torres

Il libro è una narrazione biografica. Interessante da leggere. Tutto retrocede a quando Maruja Torres ha scritto una lettera a l'ufficio: La Prensa di Carmen Kurtz. A cominciare da lì per la futura scrittrice si aprirono le porte del giornalismo: un mondo lavorativo che a Torres ha dato nuovi incontri. Un ambiente che gli diede da scrivere paesi e guerre, conflitti, perdite. Come menziona la stessa tuttavia è stata un’attività che mutò come amore della propria vita, dove questo ipotetico amico-lavoro fu anche il suo giudice e insegnante di vita.

La stesura scritta per il lettore è illuminante. Si muove a partire da tanti suoi aneddoti. Trae alquante riflessioni che l'autrice fece in base a ciascun viaggio: di ciò, quello che più colpisce probabilmente è il flusso ininterrotto di parole riportato, nel senso che può essere riflesso a un fiume in piena che scorre lungo il proprio corso per sfociare poi da qualche parte. Basicamente dovuto alla coscienza di un lavoro che a sé è inesauribile; anche dove la punteggiatura viene posta con un punto di fine discorso pare essere solo un atto formale per il testo. C‘è una continuità interminabile dello scritto. Di intere pagine, l’insieme di parole pare che dalla fretta siano state impresse come bozze, e lasciate così come testo finito. Almeno è quello che alla mente di alcun lettore può sembrare! Ma il fatto è che l’intero volume fu scritto con maestria: certamente da una persona che è capace a scrivere a mano e sa distinguersi da coloro che scrivono davanti a un monitor di computer, magari con un elaboratore di testi che ha il correttore di parole automatico, per esempio.
La narrazione è un ripercorso vitale. Fatto da una persona che è esperta a utilizzare la macchina da scrivere: una particolarità nello scrivere che non è da tutti gli scrittori, specie se coloro che scrivono il libro prestano più attenzione a una tecnica, o una logica (per giusto che può essere) per fare un’apparente bella figura e non a quello che può essere riportato come erroneo, per esempio. […] La stesura del volume è pregna di lei: nel testo c’è una continuità delle vicende, episodi che appartengono alla vita privata e lavorativa della persona. Inerente alla punteggiature, dal punto di fine discorso in ogni frase, tutto il racconto è un susseguirsi di esperienze che ripercorrono l’attività della giornalista: momenti di vita, avventure e ricordi di una corrispondente di guerra in Libano, Israele e Panama. Le prime interviste a persone del mondo dello spettacolo come Sara Montiel e Lola Flores, scandali come quello di Luis Miguel Dominguín in relazione tra la nipote e Mariví. E curiosi aneddoti con Carlo e Diana d'Inghilterra.

Per concludere, "Mujer en guerra" è un libro che riguarda quasi due generazioni di persone ma tratto dalle esperienze di una sola donna: cominciando dal suo inizio durante la censura di Franco in Spagna giunge alla maturità. Riporta l’esperienza vissuta nell'era e nel mezzo del libero mercato: con veste di giornalista professionista e alquanta dignità informativa la scrittrice si mette a nudo della sua privacy. L'amore e la devozione per la professione è quello che nel racconto viene definito. Il libro è scritto con eleganza, in modo tenero, ma anche in maniera ironica. Torres fu capace a distinguersi e senza far retorica riuscì a narrare la storia due generazioni del suo paese: a volte in solitudine altre volte al fianco di persone famose, o amici come Terenci Moix o Joan Manuel Serrat. Completando il volume con una narrazione che può appartenere soltanto a una donna che ha saputo godere del proprio destino. Tal volta un destino unico.

Erec y Enide - Manuel Vazquez Montalban

La historia del libro es un cuento medieval. Los asuntos está muy entrelazado consigo mismo, y es difícil de entender si no conoce el cuento original. El escritor cuánto estudioso de literatura se enfrentó al mito de Erec y Enide como parte de la modernidad: en el sentido que la narración es un antiguo orden del viejo profesor de literatura romana medieval y su sobrino e hijo Pedro. La suposición del tema tratado se mueve sobre el concepto "amor", pero también muestra los delirios que resultan de eso así cambiando el texto por un triller. Sin interferir entre los personajes, la historia destaca la necesidad de aventura para cultivar el amor de parejas y salvar el matrimonio: un contrato formal que como prueba de su validez debe ser cuestionado continuamente.
El autor analizando tres distintas soledades hizo una narración donde la sensibilidad y la denuncia social se mezclan: en todos los sentidos sobre la literatura contemporánea el uso del mito para ilustrar el malestar de la sociedad actual no es cosa nueva. [...] Para los personajes de la historia el amor son las aventuras de toda la vida, y que existen en la vida de la pareja: el escritor mantuvo el nombre Erec de Chrétien de Troyes, mientras que Enide desempeñó el papel en la resurrección: una resurrección que los harán encontrar nuevamente reunidos en amor. Es una historia que reflexiona sobre el sentimiento de amor, por ejemplo: ¿Qué se haría por amor?, ¿El amor eterno es verdad?, será cierto que es inútil luchar por el amor, incluso si fingir de estar enamorado es la única manera de hacer durar un amor, etc.

En los años sesenta cuando el profesor de Vázquez Montalbán en aula habló por primera vez de Erec y Enide de Chretien de Troyes el futuro escritor quedó impresionado. Esta novela medieval en la que Erec debe ganar el amor de Enide lo llevó a pensar inmediatamente a las películas de Antonioni sobre los problemas de la pareja; aunque si pertenecía a cuestiones de grupo como el socialismo y el sexo, el feminismo, la libertad dentro de la pareja, escribió un poema.
Probablemente para el escritor catalán la obsesión de esa historia de amor contada por parte del profesor nunca fue abandonada. Tanto es que luego la misma obsesión fue recuperada para hacer una novela que se estableció en día de hoy: el concepto sigue siendo el amor y la narrativa toma movenza de un viejo profesor de Barcelona, en la isla de San Simón, en Vigo.
Para concluir, sin entrar en los detalles de los personajes a lo largo de la historia se puede decir que la reseña del libro merece una admiración humana y profesional a quién escribió la historia, pero es una pena para los que quieren leer el libro: el narrador catalán parece haber puesto todos sus esfuerzos para crear el paralelo de Erec y Enide con la historia de Peter y Myriam, pero no es la única cosa inconsistente. Porque también provocó el cambio del reflejo de un espejo sobre la situación en Centroamérica, donde páginas enteras de la historia tienden a estar bloqueadas políticamente: sin embargo, el escritor ha sido capaz de demostrar una vez más cómo jugar de su voluntad con la lengua. Habiendo logrado saltar de un personaje a otro con gran maestría. Al mismo tiempo crear una novela sobre la literatura literaria, o a veces simplemente pura crítica literaria. O como lo se quiere interpretar, un libro que es parte de la literatura impura.

Los mares del Sur - Manuel Vázquez Montalbán

La narrazione attinge al periodo che sussegue la morte di Francisco Franco. Si muove nella città di Barcellona e intorno al mistero del decesso di un uomo di 50 anni. Un certo Stuart Pedrell: un uomo d'affari sporchi e ricco. Mentre il protagonista che in un secondo momento si farà carico del racconto è sempre il solito Pepe Carvalho, personaggio di fantasia dell’autore Montalban. Quindi come tipo di lettura spaziando fra il genere detective privato, o investigazione di polizia ha un contesto individuale che al lettore potrà piacere o meno.
Montalban essendo un poeta per la narrazione usò una bella prosa, diretta e tesa: almeno è quello che passa agli occhi del lettore. Detto ciò, con alquanta certezza, la narrazione è apprezzata e conosciuta maggiormente per parte dei critici del detective Pepe Carvalho. Evidenziato pure dalla circostanza che la lettura del primo capitolo prevale sull’anacronismo, dopodichè con un’altra sfaccettatura il racconto pare iniziare nuovamente per seguire il proprio corso: lo scrittore narra una storia inerente alla fine degli anni settanta ma richiama figure femminili che invece apparterrebbero agli anni sessanta. Inoltre lo scrittore nella vita privata è un buon gastronomo. Ed ebbe l’idea di riportare al testo alcune ricette di cucina: come si suole dire, Vázquez Montalbán ha voluto unire l’utile al dilettevole. Tanto è che lungo il racconto l’investigatore Pepe Carvalho questo cibo cucinato sembra degustarlo con piacere.

La prosa del romanzo potrebbe affascinare anche per la fantasia attribuita al titolo del libro: Los mares del sur. Poiché come tipo di titolo lascia spazio a l’immaginazione, quando invece il nesso del titolo del volume è un trasferimento di paese in Polinesia: le località di quelle parti vengono chiamate come “i mari meridionali”.
Negli anni settanta in Spagna c’era l'opzione di andare a vivere in Polinesia. Un trasferimento di paese e un modo come un’altro per rifarsi una vita senza lasciare traccia di sé. Ed è quello che è intenzionato a fare il protagonista del racconto Pedrell. In ogni modo la storia inizia a muoversi dopo circa un anno dalla morte di questa persona: l’assassinio è il meno, l’assunto trattato è quello di sapere in che tipo di affari si era messo questa persona. A seguito per scoprire cosa è successo la ricca vedova di Pedrell incarica a l’investigatore Pepe Carvalho: di codesta circostanza l’investigatore approfitta della vulnerabilità della figlia adolescente di Pedrell, nonostante che al suo fianco tiene una prostituta. Una compagna di gioco di vecchia data. Entrambe situazioni che lo scrittore Montalban non giustifica nella storia; benché la controversia, si suppone che la novella del detective Pepe Carvalho è una delle più famose e per il giornale spagnolo «El Mundo» è stata inclusa nella lista delle 100 migliori novelle spagnole del XXI secolo.

La novella racconta il decennio degli anni settanta in Spagna. E lo fa in maniera diretta. Così permettendo al lettore di retrocedere a quella epoca. Secondo un’affermazione del medesimo scrittore catalano fra le pagine del libro si può visitare la città di Barcellona di circa mezzo secolo fa: da lì conoscere l’edificazione di alcun quartiere costruito alcun decennio prima; l’attivismo politico di quel periodo; la menzione del terrorismo ETA; la nuova classe sociale media.
Il personaggio dello scrittore nonostante sia annesso alla figura di un investigatore è stravagante, per esempio: fa sesso, gioca sul fatto dell’erezione del pene che tal volta manca; burla con l'uso della cocaina; è interessato a preparare la cena, per poi far sesso. Non ci sono parole per descrivere quanto è patetico l‘investigatore Carvalho. In base a quello che gli venne chiesto l’investigatore intorno a sé riunisce tante persone che dovrebbero far luce sul mistero della morte di Pedrell: tuttavia quel flusso di dialoghi che potevano essere riportati non sono pertinenti alla storia e vengono narrati a mo’ di ricordi. Di quel contesto lui è la perfezione, mentre tutte le altre persone al suo fianco sono poco furbe. Gente che nella vita propria non ha alcun scopo.
Per concludere si potrebbe dire che il personaggio dello scrittore rompe gli schemi del detective. Al caso, se la narrazione non fosse stata inerente alla sola letteratura, il comportamento dell’investigatore Carvalho sicuramente lo avrebbe fatto escludere da qualsiasi legittima forza di polizia: da questo punto di vista si potrebbe considerare che la storia non ha nulla di equo, ma è vero pure che lo stesso racconto non ha niente di erroneo. Ed è una prosa scritta bene che riesce a sdoganare il comportamento incorretto di Pepe Carvalho.

Galindez - Manuel Vazquez Montalban

La narrativa del libro como muchos otros cuentos históricos es un desafío. Comienza y se mueve alrededor del político antifascista Galíndez para seguir la actividad de investigación de Muriel Colbert. En España la novela vendió más de 100.000 copias. Probablemente, para el escritor catalán Manuel Vázquez Montalbán, con las novelas de su personaje Pepe Carvalho representó una especie de comedia de la persona que pasa de la transición española hasta la democracia, con este libro el compromiso del autor catalán era de representar un testamento de la memoria del compromiso político: en el sentido de que la narrativa reconstruye y representa la historia del gobierno vasco Jesús de Galíndez Suárez, exiliado después de la guerra civil. Más tarde secuestrado y asesinado en Nueva York.

La historia sigue la figura del personaje femenino Muriel Colbert, una investigadora de treinta años: desde los Estados Unidos, junto con su compañero Ricardo, viajan a España para llegar a las pistas del antifascista Galíndez, político asesinado durante la década de 1950. El novio de la investigadora es originario del País Vasco y todavía tiene algunos parientes que viven en esa región. Una vez que llegaron a Amurrio, lugar en lo que ha vivido el político Galíndez, encontrarán un viejo tío del antifranquismo arrestado varias veces y Josema, este es otro un primo que en el pasado era terrorista de la ETA. [...] En el lugar la memoria de Galíndez se borró por completo, fácilmente porque el secuestro y el asesinato del político han ocurrido durante el Regimen franquista. Período en el que el mismo régimen probablemente controló la prensa.
Mientras tanto, quien asignó el trabajo a la investigadora, de un agente de servicios secretos se vio obligado a suspender la investigación de su alumna. Porque después de treinta años Muriel podría resaltar algunos hechos y nombres del evento que hasta ahora se había ocultado; fueron tres años que el profesor Norman Radcliffe no vio a ese investigador, por lo que decidió escribirle, invitándo a interrumpir su investigación a cambio de una renovación de beca. Por supuesto el investigador rechaza esta propuesta y opta por continuar su trabajo.

Después de la derrota de la España republicana Galíndez estaba en exilio en la República Dominicana bajo el dictador Trujillo: después de un período de colaboración con la organización estatal, su situación comienza a ser más crítica; en esta estancia en la República Dominicana proporcionó a la CIA información sobre los exiliados comunistas españoles. Sin embargo, dado que su situación era cada vez más crítica, se fue a Nueva York para graduarse contra varios compañeros de exilio: entre estas personas había algunas que hicieron doble juego.
Por otro lado, el dictador dominicano Trujillo haría todo lo posible para detener el argumento por el cual el español Galíndez quería graduarse: esto porque el antifranquista español podría sacar a la luz algunos hechos desagradables del presidente dominicano. La tesis de Galíndez contra el presidente dominicano está provocando toda su ira. Tanto es que en 1956 desde el hogar en la Fifth Avenue de Nueva York el antifranquista español fue secuestrado para ser traído de nuevo y de manera ilegal a República Dominicana. Una vez transferido a Galíndez lo metieron en la cárcel: retrocediendo con los tiempos, como persona exiliada que ha sido antes de ir a la República Dominicana, lo abrumaba de ingratitud por qué en pasado fue recibido bien en la isla. Ha sido acusado de ser comunistas y fue salvajemente torturados: de esa circunstancia al final Galíndez fue estrangulado, mientras el cuerpo lo tiraron al mar como comida para los pescadores.

La investigadora Muriel Colbert decide ir a la República Dominicana, donde encontrará el apoyo de un ex comunista que conoce a Galíndez: en la isla Dominicana esta ayuda hará todo lo posible para poner ella en contacto con otros conocidos. Gente que puede poner ella en la línea correcta, sobre el tema del político vasco. Entonces el investigador en Santo Domingo se mueve bien. Tendrá la oportunidad de hablar con muchas personas que han encontrado el exiliado vasco. Y la reconstrucción del incidente en unos pocos años habría costado la pérdida de poder y vida al dictador Trujillo.
Quien había dado el consentimiento para esa investigación desde Miami puso en acción a un antiguo agente del FBI. Una persona que en el pasado tuvo un rol en el secuestro de 1956: era Voltaire O'Shea Zarraluqui, conocido como Angelito. Este agente intentará destruir la investigación de Muriel. [...] Mientras tanto el investigador con nombre falso fue a Miami, pero el agente no logra volver a sus intenciones: ella tiene las ideas claras. Y sabe bien que Galíndez era una persona falsa y oportunista. Está convencida que si persiste interesada en esa historia es porque todavía no se han revelado certezas.
El contexto de la situación era mayor que ella, y la misma no podía sostener eso. Hasta el final la investigadora fue secuestrada: su cuerpo sin signos externos de violencia fue encontrado en una playa de la República Dominicana. Nadie sabía que Muriel había dejado Santo Domingo para ir a Miami. Y el caso fue aparentemente cerrado: en este punto, el novio de Madrid, Ricardo Santos, escribió a la hermana del difunto pidiendo de unirse a él para investigar a una acción legal.

Para concluir, el escritor catalán escribió el libro porque quería, o hubiera querido que en futuro "Galíndez" se leyera como parte de una arqueología inherente al sentimentalismo de su tierra natal. Mientras la idea del título y la narrativa para escribir fue concebida poco después el secuestro del político vasco en Nueva York: en ese momento Manuel Vázquez Montalbán era solo un joven estudiante. El evento lo sorprendió mucho! Para él corazón de la Quinta Avenida era la escena de la película a color, o la figura de Gene Kelly bailando bajo la luz de los focos. Pero nunca imaginó que podría convertirse en el lugar donde secuestraron a una persona para la cual más tarde escribió un libro.
En 1985, después de veinticinco años del evento, el autor comenzó el trabajo de búsqueda para la novela. Se ha comprometido mucho con diferentes puntos de vista y varios sitios de referencia: País Vasco, Nueva York, República Dominicana, Miami y cuatro años de investigación en Madrid. Tuvo que hacer frente a falsas pistas, paredes de goma y intimaciones contra la investigadora estadounidense. Pero al mismo tiempo logró obtener un ensayo escrito completo y da las páginas experimentales.

Bolaño antes de bolaño - Jaime Quezada

En este libro el poeta chileno Jaime Quezada trató de contar un breve período vido en México junto con el futuro intelectual Roberto Bolaño: el libro si era inherente al escritor Bolaño habria sido más interesante de leer. Pero la escritura se enriqueció principalmente de reseñas y ensayos sobre sus diferentes novelas. Cosas que el mismo poeta cuenta como dos años (1971-1972) que pasó en la casa mexicana de los padres de Roberto Bolaño. Los textos llevan muchas anécdotas de personajes ilustres de la literatura latinoamericana, como per ejemplo: Gabriela Mistral; Nicanor Parra; Neruda. Encuentros y entrevistas con Octavio Paz; Siqueiros; Juan Rulfo, etc. En fin como cosa obvia el adolescente Bolaño.
El libro en su conjunción con el título tiene un hecho autobiográfico. Movimientos relacionados con él y el desconocido Roberto Bolaño, como per ejemplo: Bolaño comenzó a escribir un texto teatral y le preguntó al poeta y compañero de habitación qué pensaba de su trabajo escrito; Bolaño que había escrito el libro Estrella distante, y le pidió al poeta Quezada que el texto lo llevara a una editorial chilena hasta que este libro fue publicado allí también: a pesar de esto, el mismo Roberto Bolaño por cuanto joven y inexperto ya había comenzado a buscar un editor. Y ciertamente no fue el compañero de casa Jaime Quezada quien más tarde vendió el libro "Estrella Distante" en Chile. Y también fue algo más qué normal que a seguir con los años una cantidad de copias habría sido publicada en Chile, el lugar de nacimiento de los dos escritores y poetas: ¡De esta conexión es posible que Roberto Bolaño si hubiera estado vivo y hubiera algo inapropiadamente correcto al compañero Quezada le rompería literalmente el trasero! Etcétera. [...] En esa época Roberto era un joven de 18 años que pasó el tiempo fumando y fumando, enojado siempre contra sí mismo o contra el otro. Tal vez contra el mundo, porque abandonaba la enseñanza secundaria y se pasaba día y noche leyendo y releyendo: de Kafka a Eliot, de Proust a Joyce, de Borges a Paz, de Cortazar a García Márquez. Y no muchos se salvaban de la guillotina verbal o escrita de este muchacho de 18 años.

Para concluir, aparte de los momentos políticos descriptivos, lo que puede ser una memoria del poeta chileno Quezada durante el período que compartió casa con su compatriota, o anécdotas con personajes ilustres en la literatura latinoamericana, el breve libro tiene momentos relacionados con el escritor desconocido Roberto Bolaño: momentos y diálogos que podría haber sido su edad después la adolescencia. Momentos que probablemente son lo más interesante para aquellos que en este libro intentó de leer a un joven Roberto Bolaño, como per ejemplo el fragmento del texto Una canción rock:

  • Roberto viene corriendo de la cocina (donde estaba preparándose un tazón de leche caliente) y sube a todo dar el volumen de la Telefunken. Una canción rock de los Whoo se escucha en un programa de radio en todo su rugido.
    La estridente canción inunda toda la casa, y deslumbra a Roberto que sigue el ritmo con los pies y movimientos de cabeza, tarareándola hasta el final del programa. Entonces me dice: “¿Conoces la letra de esta canción de los Whoo? ¡Caray!, un poema o un cuento de maravilla esta letra”.
    Le digo que ni siquiera sabía de ese conjunto rock, y menos de sus singulares canciones. En estas electrónicas músicas –el rugido de los Animales, de los Doors, de los Mothers of Invention- no paso más allá de los Beatles o de los Rolling Stones.
    Roberto se ríe de lo que según él llama “disparates rockeros” míos. Pero está tan contagiado y estimulado de esta canción-alarido de los Whoo que vuelve a decirme:
    “Esta canción es como mi retrato, su letra, su historia que cuenta. Fíjate que se trata de un muchacho que se pasa casi toda la noche sin poder dormir, y en un momento le dice a su padre: Papá, no puedo dormirme. El papá se acuerda de una vieja fotografía guardada en su escritorio. Busca la fotografía y se la pasa. La fotografía representa la imagen porno de una mujer desnuda. El muchacho mira varias veces la sugerente fotografía. Se excita. Se masturba. Y luego se duerme felicísimo. Al día siguiente le dice al papá: Papá preséntame a la muchacha esa de la fotografía. Y el papá le responde: ¡Fíjate que se murió hace como cuarenta años! Y ahí termina la historia de este rock, rock. ¡Bonita historia de canción, y verdadera!”
    Sí, muy bonita le respondo. La historia mía también. Y ¿cómo se llama la canción? “No sé”, dice Roberto; “está en inglés”. Y sale otra vez corriendo hacia la cocina: “¡Ah, olvidaba mi tazón de leche!”.

La riva del silenzio - Paul Yoon

Del libro quello che colpisce in un primo approccio è la semplicità. Dopodiché viene la sua concisione, che unita a quello che può essere un romanzo sobrio lo si potrebbe interpretare come un libro per bambini: tuttavia è la maestria di Paul Yoon che ha saputo rendere una storia semplice e breve. Dando al romanzo il giusto equilibrio poiché gli episodi della narrazione che vengono raccontati dal protagonista sono interpretati con molta intensità.
La stesura scritta avrebbe potuto avere un dialogo più abbondante, ma quello che maggiormente venne evidenziato è il "silenzio" del protagonista: questa particolarità riportata nel racconto ha fatto sì che la medesima storia muovendosi in un mutismo inerente al personaggio sarebbe stata potuta arricchire di flash black. Come in effetti fu! Poiché il racconto ha un quanto di ricordi che in maniera inaspettata continuano a insediarsi nella quotidianità del protagonista Yohan. Alcune figure nel racconto ci sono e hanno pure dei nomi propri. Ma da parte del protagonista quando vengono rimembrate queste figure sono per lo più a mo’ di menzioni. Quindi al racconto si giustifica il poco dialogo fra i personaggi e la scelta del silenzio per il protagonista principale.

Yohan è un rifugiato coreano che vive in Brasile. Come straniero tanto meno parla correttamente il portoghese. Mentre la persona con la quale vive è un sarto giapponese. […] Lungo la narrazione Yohan a un certo punto viene a conoscenza che chi l’ospitò e gli diede il lavoro è un sopravvissuto d’un internamento giapponese; da questo rapporto i due cominceranno a capire a fondo le situazioni di chi fu recluso o espatriato: nonostante questa comune onda di pensiero, il sarto in proposito ha un'idea più profonda. Per il sarto non è importante quanto uno sia stato lontano da casa. O l’inferno che il soggetto ha potuto attraversare, oppure se questa persona non parla correttamente la lingua del posto. La coscienza di questo è volta sul movente che ci sono persone che rimangono escluse e non potranno più avere quel loro tipo di comunicazione fatto di poche parole e alquanta comprensione reciproca.
Il sarto come persona è ormai assorbita dal luogo dove vive e dal Brasile viene trattato come fosse uno della loro comunità. Di ugual maniera il datore di lavoro cercherà di fare nei confronti di Yohan; normalmente i romanzi che riguardano i rifugiati o gli immigrati sono estesi nel loro ambito, ma in questa evenienza il povero coreano verrà accolto interamente in una nuova abitazione. Ciononostante, da un ambiente coscienzioso che fondamentalmente all’interno della sartoria è fatto di ago e filo, il protagonista cada volta che rimembra il passato è come se stesse vivendo l’accaduto in quel determinato momento. Riportando al racconto tutta una serie di flash black. Anche se entrambi sono sopravvissuti, tranquilli, e persone esperte del cucito di abiti. Non ci sono momenti di xenofobia. In nessun momento Yohan crolla nella tristezza o nel desiderio patriarcale, benché i suoi pensieri sono ancorati sempre al luogo di origine: il paese nel quale Yohan fu accolto è proprio come la terra dalla quale partì. E le connessioni forgiate sino ad allora sono forti e importanti come quelle che aveva in Corea.
Lungo la stesura il protagonista mostra il vasto mondo che le persone solitarie possono chiamare tranquillamente casa: in piena solitudine ha attraversato metà globo terrestre ed è sopravvissuto alla guerra. Senza alcuna compagnia approdò in Brasile per diventare poi un sarto professionista. E sebbene che come persona solitaria le uniche amicizie avute furono con altri militari vero la fine del racconto avrà un approccio con una brasiliana; un contatto femminile raccontato quasi con la stessa freddezza di quelle che furono le proprie reminescenze. Inoltre la storia non segue un ordine cronologico perché i ricordi del protagonista svaniscono e vengono, facendo sì che esso impari a costruire il prossimo dal proprio passato: costantemente si percepisce la lontananza di un rifugiato della Corea del Nord, sino a quello che sarà il nuovo paese adottivo. Mentre la reticenza e la distanza che il protagonista sente sono palpabili.
Al protagonista vige la solitudine e l’empatia con il vecchio sarto che decise di aiutarlo, nonostante che questo suo sostegno prima o poi sarebbe venuto a mancare. Tutto sommato quello che il protagonista sta vivendo è un mondo equilibrato. Tanto è che quando si verificherà la perdita del compagno Yohan non crollerà nella tristezza. Per lui si aprirà una porta nuova: con questa perdita affettiva e lavorativa il protagonista avrà maggior consapevolezza della circostanza e le tragedie del passato si andranno ad abbinare ai piaceri del presente.

Per concludere il libro lo si può definire un romanzo atmosferico. La storia narrata disegna un mondo silenzioso e di tanta solitudine, dove entrambe le componenti parlano e trasmettono messaggi. Un libro da leggere per capire come ci si può sentire completamente soli quando la persona è messa a l’interno di un contesto nuovo; benché si vivono situazioni nuove per il protagonista non si parte mai da zero perché tutti hanno i propri passati. Diversamente, il libro lo si può definire un racconto che è stato basato sul mutismo: in questo senso la gente può parlare senza parole. Quello che non è stato detto alcune volte può avere un significato più forte di ciò che viene pronunciato verbalmente. Con altre parole, quello che dicono le persone non sempre sono cose riflettute mentalmente.

El hombre de mi vida - Manuel Vazquez Montalban

Con este volumen Manuel Vázquez Montalbán lleva 22 libros ya. E sobre el nombre de Pepe Carvalho tiene como 1,5 millones de ejemplares vendidos. Se puede decir que el escritor se toma las cosas con filosofía. En "El hombre de mi vida" hay menos acción que en las primeras entregas. Hay una mirada más distante y una especie de replanteamiento del personaje: son unos tiempos en que los satélites espía y las compañías privadas de seguridad amenazan con el anular a los detectives de toda la vida.
La idea del retorno con "El hombre de mi vida" ha examinando la estrategia entera del ciclo: por este sentido ha sido una historia que planteaba dificultades, puesto por el personaje Charo que ya era mayor de edad. La misma cosa iba a condicionar la estructura de la novela. Pero, a partir de ahí, el escritor ha imaginado otra historia de amor, donde reaparece el personaje Yes que se convierte en un elemento básico por una historia de espionaje.

La mirada de Pepe Carvalho en: El hombre de mi vida, en cierto sentido es la del prejubilado. La del hombre que se hace viejo: tras comprobar que sus cuentas están en situación precaria, se reencuentra con su ciudad de siempre y cambiada a raíz de los Juegos Olímpicos. A la vez una intriga de sectas y nacionalismos se desarrolla ante sus ojos. Como explica el esccritor Vázquez Montalbán: "Es un poco un diagnóstico del fin del milenio, que en el fondo es un gran mercado para nuevos nacionalismos y nuevas religiones. Todos los días surge una religión nueva y con motivos cada vez más oscuros. Como por ejemplo: cualquier día veremos que Benetton se inventa una nueva religión para lanzar una línea de hábitos. Es un oportunismo sin duda! Pero las viejas religiones son tan plastas que en el fondo está la esperanza de ver si sale una nueva con Sharon Stone como Papa." […] Carvalho de edad es mayor y es inevitable que surja un repaso del pasado: el cuento se mueve en la ciudad de Barcelona y es un repaso que lo conecta con sus tiempos de espía en la CIA. El personaje vuelve con la intención de alegrar la vida para que tenga una vejez más digna, pero se mete en un intento de Servicio de Información por la Generalitat; largo el cuento, al mismo tiempo como ya mencionado surge una importante historia amorosa con otro personaje del pasado.
Aunque si la novela asoman muy al fondo personas como Jordi Pujol y Josep Tarradellas, Vázquez Montalbán se defiende porque no ha querido escribir una obra en clave: mejor dicho, es que hay una serie de personajes posibles, pero no son nadie en concreto. Puede ser más un invito a quien sea, tal vez que identifique a los personajes. La historia es un ambiente de nacionalismos de fin de siglo, y Vázquez Montalbán precisa que "Carvalho es un charnego", sin embargo parece moverse como pez fuera del agua. Toma posición distante respecto a todo, pero siente simpatía por el nacionalismo oprimido: de todos modos sobre los nacionalismos un día cualquier surgirá un ejecutivo cuya patria es el dinero, que creará un nacionalismo de diseño para desesperación de los nacionalistas de siempre.

En opinión de Vázquez Montalbán, en "El hombre de mi vida" la religiosidad y los nacionalismos centrados son una nueva secta neocátara. Y el catalanismo surge por el fin de milenio como consecuencia de la desaparición de las verdades absolutas y de la amenaza que lleva la globalización. Sin duda las cosas son un símbolo de la etapa final: en parte, sobre este mismo tema se repetirá la anunciada nueva entrega de Carvalho. Una entrega que puede ser la última, en la que el detective realizará una vuelta al mundo y donde repasará los temas de esa globalización que invade. Para concluir se puede decir que largo el cuento en el fondo hay mucha interdependencia y la necesidad de construir un mundo, y sin duda como personaje Carvalho tiene un mundo proprio.

Le palme selvagge - William Faulkner

Il romanzo consiste in due racconti che sono diversi fra loro, dialettica che non e mai stata nuova a Faulkner: lo scrittore decise d’intrecciare ambe le storie per farne una composizione unica. Particolarità dello scrittore che successivamente sarebbe diventato lo stile proprio. […] Tuttavia più che una riflessione o un’analisi del testo c’è da commentare la traduzione del volume attuale poiché gli interventi effettuati sulla traduzione da parte di Bruno Fonzi risalgono al 1956 e furono dettati su due ragioni: fisiologiche le une, e di gusto, se si vuole, le altre.
Delle prime è presto detto: il testo sul quale il traduttore lavorò non corrisponde infatti come fu appurato dalla critica. Dall’uscita del libro successivamente confermato da due generazioni di specialisti che sul testo basarono i loro studi. A parte il cambiamento del titolo originale: If I Forget Thee, Jerusalem con il titolo attuale The Wild Palms, imposto da l’editore al fine di evitare che l’argomento trattato invece di un romanzo sarebbe potuto diventare un argomento biblico, alla fine degli anni trenta alla stesura scritta vennero apportate numerose modifiche e tagli. Errori, ma anche interpretazioni! Che oltre ad alterare il testo lo resero pure incomprensibile: la redazione stessa lo fece con l’intento di non urtare ulteriormente il pubblico dei lettori, cosa che si verificò ugualmente con un’amplia occasione di moralistico sdegno.
Il secondo ordine venne mirato ad attenuare il sapore epocale di una traduzione. Volendo, una traduzione pur pregevole e risalente a mezzo secolo fa: da questa versione al testo si è tolto il "voi" per sostituirlo con il "lei". E quando il contesto ne suggeriva l’opportunità si è utilizzato anche il "tu". Sono state corrette alcune incomprensioni del testo in lingua inglese, si è ripristinata la punteggiatura del testo originale. Si è cercato di differenziare i registri linguistici fra le varie voci. Al caso restituendo ai personaggi più poveri un equivalente "basso" della loro parlata originaria: in questo senso quel caratteristico fraseggio a largo respiro del discorso faulkneriano è stato liberato di tutta la sua ariosa complessità.

Nella traduzione della copia preparata da William Faulkner (cfr. William Faulkner Manuscripts 14, volume II, a cura di Thomas L. McHaney, Garland, New York, 1986) si è ritenuto opportuno che il testo scritto fosse stato in corrispondenza al testo originario nella sua integrità. Poiché dello scrittore americano essa è una delle opere maggiori: a tal proposito la revisione venne condotta sul dattiloscritto autoriale, con il confronto ove necessario, del manoscritto olografo.

By Trovato Solo

Storia dell'astronomia - di Jean-Pierre Verdet

Il racconto del libro fondamentalmente è un’amplia composizione letteraria e descrittiva. Volendo enciclopedica. Ed è inerente a tutta la scienza di un’un epoca, per esempio: quelle che furono le idee su l’universo, i mezzi per osservarlo, l’avanzamento tecnologico che col tempo permise l’osservazione dell’universo stesso.
La stesura scritta è ricca di dettagli e si muove intorno a quelli che furono i periodi più importanti: al caso includendo quella che fu l'antica astronomia, la rivoluzione copernicana, l'inizio dell'astronomia ottica, l'età dell'oro della meccanica celeste e l'esplosione dell’astrofisica moderna, la formazione del sistema solare, la misura delle distanze nell'universo. […] Il volume nella propria brevità inoltre trae una serie di progressi avuti fra astronomia e scienza, comprendendo anche il progresso dell'astronautica antica per poi finire a quella dei giorni nostri. Con l’inclusione di una spiegazione di quello che fu l’antico calendario Maya il matematico Jean-Pierre Verdet ha saputo mantenere un dialogo scritto che è ordinato cronologicamente. Comparando l’insiemi degli eventi come fossero stati una rarità della storia umana e scientifica.

Il libro è interessante da leggere. L’autore mediante buona logica ha saputo processare gli avvenimenti con una brevità sconcertante! Ma sempre con l'esatta misurazione del tempo trascorso tra un episodio e quello successivo. Probabilmente l’unico intoppo è che il volume nel suo insieme ha troppi argomenti che sono interessanti ed enciclopedici e potevano essere dilungati: in questo senso, il lettore non avrà il tempo di assimilare un capitolo del libro per intero che nella sua brevità la medesima conclusione ha indotto il lettore a leggere già il paragrafo successivo.

Giudizio universale - Paolo Villaggio

Il libro l’ho trovato di pessimo gusto. Non mi è piaciuto affatto: probabilmente perché non capisco il dileggio degli argomenti ai quali l’attore cercò di attingere. Troppi temi che sono interessanti da leggere o studiare e poca dimestichezza nel saperli ornare d’ironia pungente. E quanto al titolo stesso: Giudizio Universale, non si può riferire neanche lontanamente a una retorica sulla fine del mondo, per esempio. Tanto di meno il titolo del libro è associabile al pensiero di una riflessione filosofica.

Paolo Villaggio quando pubblicò Giudizio universale si può dire che lo fece in modo invano. Lui è un attore comico, patetico: tale avrebbe dovuto mantenersi su tutti i libri, che quando pubblicò il volume attuale di libri ne poteva avere scritti già una ventina. Per dire che non era un novizio nella editoria. Però, anche se in base al suo personaggio artistico questo volume lo fece per schernire gli argomenti trattati, la veste ermeneutica è totalmente dissociata dalle proprie capacità di scrittore: in gioventù sicuramente molte cose le avrà studiate nei banchi di scuola, ma sul libro le medesime nozioni riportate oltre a essere scomposte sono anche disordinate e frammentare.
L’attore probabilmente diede una spolverata a quelli che furono parte degli studi della sua gioventù per poi finire al personaggio artistico. Al caso per dare un voto conclusivo a l‘argomento, magari! Ma l’esito finale a parere personale è sprovvisto di cinica e logica. Un libro assolutamente disinteressante pure sotto un profilo che sarebbe ricco di humour.

Vita, morte e miracoli di un pezzo di merda - Paolo Villaggio

Il racconto del libro in un qual modo è autobiografico, evenienza sulla narrazione che viene riflessa a molti libri di Paolo Villaggio. Mentre quanto al titolo attribuito: Titolo libro, la stesura scritta andrà ad avere una conclusione cinica. Una derisione con la quale l’autore decide di completare quello che poi è il nesso del suo libro.
In questo volume l’attore e scrittore retrocedendo in età giovanile dà a conoscere ai lettori momenti della propria vita. Inizialmente con la contraddizione di un evento commenta un viaggio in traghetto. Il periodo era autunnale e viaggiava in direzione della Spagna: in questa menzione, parla delle Bocche di Bonifacio, probabilmente alludendo alla propria residenza in Corsica. Le contempla come il posto più bello al mondo: nella propria controversia nonostante scelse d’iniziare il libro con tale rimembranza fra la Corsica e la Sardegna, Paolo dice che la località benché l’ha vista una notte e mentre viaggiava in mare non fu il luogo dei ricordi.

Gli episodi dell’attore sono narrati da una persona dallo stomaco duro: nel senso di un soggetto che probabilmente non ebbe mai niente in regalo. Da quel menefreghismo apparente di una persona tosta ironizza la vita e le medesime sensazioni suscitate. Andrà a descrive l’incontro con una donna. Una certa Maura: colei che nella sua vita oltre essere stata la moglie fu pure l’unica donna che l’attore amò; con la figura di lei sul libro si apre uno scenario nuovo. Un momento di riferimento nel quale l’attore mediante una frase espone un pensiero: “Sono sempre stato ossessionato da l’idea di capire se un momento che sto vivendo è un momento felice”.
È comprensibile quanto l’attore con sé stesso sia stato umano e persona ironica. Dalla frase è pure evidente che questa donna nella vita dell’attore ha giocato un ruolo importante: tuttavia la figura femminile fa risaltare altri aspetti sentimentali, sia quanto la vita privata come pure quella artistica. Come per esempio l’invidia nei confronti di quelli che furono alcuni amici: Gassman padre, Ugo Tognazzi. Ma non nega nemmeno l’amicizia sincera e forse anche l’unica avuta con Fabrizio De André: in questa occasione ricorda che entrambi sin da giovani s’imbarcarono sulle navi come intrattenitori e da quelle stesse esperienze giovanili la rimembranza di aver incontrato Silvio Berlusconi. […] Ad un certo punto del racconto Paolo Villaggio torna agli affetti familiari per poi ricongiungersi alle amicizie. Inizialmente descrive il rapporto col fratello gemello: un professore di matematica. Dopodiché contempla i rapporti con le donne: al caso senza negare il fatto che molte di queste lo respingevano o l’hanno odiato, etc.

Inevitabilmente lungo la narrazione non avrebbe potuto non attingere al suo personaggio artistico; in questa altra parte del racconto e come conclusione dello stesso burla sul fatto: quando si ode il nome di Paolo Villaggio è perchè secondo lui si sta sentendo parlare d’inferiorità di persona o altri discorsi futili! Tanto è che come messaggio conclusivo e alludendo a una parte del titolo del libro la stesura scritta la deride e sintetizza dal nesso che: si ha a che fare con i poveri discorsi di un pezzo di merda.

Marilyn Monroe - Donald H. Wolfe

Il libro è interessante. Tal volta è l’abilità dello scrittore che riesce a catturare l’attenzione di chi legge, mentre altre volte sono io stesso che come lettore occasionale riesco a innamorarmi dei libri delle star. Il certo è che su questo volume Donald H. Wolfe come suo drammaturgo prestò molta attenzione. Sotto molti aspetti è riuscito a render completa l’ex vita travagliata di Marilyn Monroe: probabilmente riuscendo a fare anche uno dei libri del XX secolo dei più famosi.

Durante l’infanzia pare che la nonna dell’attrice abbia tentato di soffocare la giovane Norma Jeane Mortenson con un cuscino. Diversamente, da una versione della scrittrice Jackie Collins non si sarebbe trattato di un cuscino ma di una trapunta: in ogni modo, eventuali versioni sono parte aggregate o cambiate e si hanno avuto prima del cinquantesimo anniversario della morte dell’attrice. Cosa che allo scrittore non sfuggì. Il libro a sé sembra una denuncia dove la stesura potrebbe scoraggiare quello che poi è un racconto di vita, di sesso, di tradimento, di fama mondiale e di morte: almeno stando a un pensiero concorde a quello che la mente del lettore vorrebbe concepire con la lettura di un genere specifico.
Le prime 100 pagine nella loro relativa ambiguità tendono a tradire l’attenzione del lettore. Da lì in avanti, pagina dopo pagina l’inchiostro impresso in maniera dettagliata andrà a riempie la vita di un’icona mondiale, come per esempio: il pianoforte bianco, il matrimonio, il nudo sul calendario, etc. Sino poi ad arrivare agli ultimi giorni di vita, fondamentalmente il fulcro medesimo del libro: successivamente la teoria della morte in altri libri venne rivista e diversificata. Dove l’attrice è stata uccisa sotto richiesta e del proprio psicanalista. Nondimeno, sul libro attuale, l’enigma di Donald H. Wolfe rimane uno: Marilyn Monroe morì a causa di un sovradosaggio di pillole in modalità accidentale, o di per sé come atto di suicidio.

La realtà della sua morte nel libro è qualcosa di più complesso tuttavia, anche analitico volendo. Stando al dottore Sidney S. Weinberg, ex Chief Medical Examiner della contea di New York, il decesso di Marilyn è incoerente con la ode di una morte per ingestione di una grande quantità di barbiturici: un test microscopico effettuato ed esaminato dal contenuto gastrico non mostrò cristalli refrattari. In quanto ogni farmaco ha la propria forma cristallina che è individuale. Quindi il dottore non ha potuto trovare assolutamente prove evidenti di pillole nello stomaco o nell'intestino tenue. Diversamente, per quanto si potette vedere in casa, le prove delle bottiglie delle pillole evidenziarono il fatto che aveva potuto inghiottire quarantadue, cinquanta nembutal. Un gran numero di pillole di idrato di cloralio: una quantità di barbiturici che avrebbe potuto uccidere pure una quindicina di persone. […] Da questo passaggio sulle possibili cause di morte lo scrittore esplora nuovamente le teorie alternative che hanno circondato il decesso dell‘attrice. Al caso approfondendo le possibilità medesime.
Infine, nell’ultimo capitolo, con l'abilità di un giornalista Donald H. Wolfe ricostruisce una linea temporale dell’evento accaduto la sera del 4 agosto 1962. Lo fa con la maestria di un romanziere di gialli. Tipo stesse costruendo un thriller. Lasciando un profondo messaggio sulla morte di un’icona mondiale: il decesso come mai sino alle prime ore del giorno 5 agosto 1962 non fu segnalato. E solo all’alba del giorno dopo la notizia precipitò in maniera prepotente a Los Angeles.

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